Negli ultimi anni sono stati pubblicati due libri – “Kairos” e “La metà della vita” – di affermate autrici tedesche, Jenny Erpenbeck e Terézia Mora, le cui trame possono apparire una il calco dell’altra, ma contengono enormi differenze. Nell’approccio casuale alla loro lettura, ci siamo trovati a mettere le ‘scrittrici a confronto’ e quanto segue è il risultato delle nostre riflessioni
“Questo fu tutto. Tutto era accaduto come doveva accadere. Era l’11 luglio del 1986” (“Kairos”)
Il primo dei libri di cui parliamo è “Kairos”, con cui la tedesca Jenny Erpenbeck ha vinto l’International Booker Prize 2024, edito da Sellerio e tradotto da Ada Vigliani – da noi già recensito, mentre il secondo è “La metà della vita”, dell’ungherese nazionalizzata tedesca Terézia Mora, edito da Feltrinelli nel 2024, con traduzione a cura di Daria Biagi.


Abbiamo pensato così di mettere le ‘scrittrici a confronto’ per approfondire le similitudini tra i testi. Accumunare i due volumi è stato talmente facile da poter risultare anche scontato.
Nonostante la similarità degli ingredienti da cui le due narrazioni sono composte, le autrici riescono a sfornare risultati completamente differenti fra loro.
Questo a conferma, se mai ci fosse il bisogno di ricordarlo, di quanto affascinanti siano le imprevedibili vòlute della letteratura.
“Di un uomo mi interessa esclusivamente il suo genio”(“La metà della vita”)
Le peculiarità di “dove” e “quando”: le città sfondo degli eventi
In entrambi i contesti narrativi ci troviamo nella Germania a cavallo della fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, con tutto il carico emotivo ed esistenziale sprigionato dalla presenza (o recente assenza) del muro di Berlino.
In un caso ne si avverte l’imminente caduta, nell’altro si vive già un’esistenza detonata dalla sua scomparsa, ma tutte e due le storie non possono evitare di essere contaminate da una geografia dei luoghi.
Ecco quindi che le città, che fanno da sfondo alle vicissitudini di cui leggiamo sulle pagine, appaiono determinanti come delle co-protagoniste: Berlino e Francoforte, come Vienna e Basilea.
Ognuna rappresenta la precipua scenografia di ciò che accade nella vita e nell’animo delle ragazze.
L’irriproducibilità del momento
Ma le coordinate in cui ci caliamo non sono solo fisiche bensì anche temporali. Abbiamo già parlato dell’evento più importante del decennio, la caduta del muro di Berlino. E al quando si affida un ruolo importante, fin dai titoli.
In “Kairòs”, per esempio, si respira la necessità di far diventare immortale l’effimera perfezione di un momento, ossimoro esistenziale che ha nelle sue intenzioni il proprio fallimento. Viceversa, a “La metà della vita” si può guardare come al bicchiere mezzo pieno o vuoto; bilancio di ciò che è già stato o speranza in quello che avverrà?
In entrambi i casi le indicazioni temporali scandiscono i racconti e assumono importanza non meno di quelle fisiche. Si avverte così la presenza di una linea temporale ineluttabile su cui le due narrazioni si sviluppano.
“E i loro anni di nascita sommati insieme fanno proprio cento.” (“Kairos”)
Scrittrici a confronto: parabole del femminismo
Sia in “Kairos” che ne “La metà della vita”, le rispettive protagoniste Katharina e Muna sono giovani donne ancora poco certe delle proprie ambizioni e capacità.
Provengono da famiglie che potremmo definire quasi monogenitoriali. La figura paterna è, per diverse ragioni, assente mentre la madre delle ragazze è identificabile e, in alcuni casi, anche riconducibile a traumi o difficoltà relazionali che le giovani vivono nel loro presente.
Il matriarcato patriarcale
A dispetto della modernità dei rapporti che vivono nelle proprie case, e che si potrebbero ricondurre a una tradizione più matriarcale, Katharina e Muna riversano nelle storie d’amore che vivono una tradizionale sottomissione alla figura maschile che stride con il contesto all’apparenza emancipato a cui sono abituate.
O forse è la lente con cui attualmente leggiamo la realtà che ci fa vedere potenzialità inespresse, destinate a rimanere tali se immerse in un contesto in cui non esiste critica oggettiva sui rapporti interpersonali.
“Ma lei, mi dicono lei ha ancora tutta la vita davanti. La metà, penso. In termini statistici.” (“La metà della vita”)
La coscienza del proprio valore
Ne “La Metà della Vita”, le possibilità che arrivano a Muna nel corso della sua prima metà dell’esistenza appaiono casuali quasi come se nulla le capiti perché meritato (e finiamo per crederci anche noi), e tutte le occasioni siano fortuite, mentre il suo intento è quello di inseguire la tossicità di un amore monodirezionale.
Leggendo i due romanzi la prima impressione de rapporti descritti è quella di conoscere già l’esito di amori così sconclusionati, pensando con arroganza a come potremmo oggi essere immuni da certe ingenuità.
Ma riflettendo con onestà sulle tipologie di relazioni di cui siamo attualmente spettatori, di cui leggiamo spesso esiti tragici nelle cronache nere dei quotidiani, siamo così sicuri che le nuove generazioni abbiano imparato alle precedenti come prendersi cura di se stesse?
Le Katharina e Muna degli anni 2020 sarebbero in grado di gestire differentemente le relazioni con Hans e Magnus in questo decennio? La risposta non è scontata e la pubblicazione dei due romanzi in questo periodo potrebbe ribadirne la loro silente attualità.
Scrittrici a confronto: stessi ingredienti con risultati molto diversi
Le modalità con cui le due vicende vengono alla luce, seppur con dei punti di partenza simili, sono quindi molto distanti, a partire dallo stile letterario.
La scrittura della Erpenbeck impersona le voci di Katharina e Hans alternandole e modificandone punti di vista. Si crea dunque una danza di visioni e di impressioni che rende la lettura affascinante dall’inizio. Andando avanti risulta più macchinosa ma continua ad esprimere bene il coinvolgimento di entrambi i protagonisti nella storia, a prescindere dalle loro più profonde intenzioni.
Diverso è per Mora che mantiene una narrazione in prima persona, molto asciutta ed affascinante. Questa scelta rende scorrevole la lettura, senza manierismi e l’assenza della voce di Magnus riflette il totale disinteresse di questa figura che, suo malgrado, lo vede coprotagonista della narrazione. Quasi a sancire, attraverso le parole non dette, la sua anaffettività.
Stile come narrazione d’amore
Il coinvolgimento maggiore che abbiamo riscontrato nell’opera della Mora, rispetto a quella di Erpenbeck, infatti, potrebbe anche dipendere dalla staticità con cui la seconda descrive l’evoluzione della relazione. In un arco temporale relativamente ristretto (un anno circa) si evolve una vicenda che rimane fissata in un momento dell’inizio.
Avvertiamo di conseguenza la difficoltà di svolgimento della vita che spinge a muoversi e la tendenza dei protagonisti a rimanere attaccati al malinconico ricordo della purezza dell’inizio.
Mora invece descrive un amore monodirezionale che non evolve mentre attorno a Muna si muove tutto il resto con l’inesorabile forza della vita, delle sue esperienze, i viaggi che nei primi anni 2000 permettevano di conoscere l’Europa in un modo inimmaginabile solo pochi anni prima nella parte in cui lei viveva.
È probabile che, per noi lettori, assistere allo spreco di potenzialità di una giovane mente ci faccia simpatizzare per lei più di quanto possa fare una relazione affascinante ma rinchiusa fra due soggetti.
‘Scrittrici a confronto’ pertanto ci ha permesso di compiere un’analisi del (con)testo interessante; la comparazione permette l’apertura mentale in ogni ambito e in quello letterario, gli spunti e le riflessioni non si sommano ma si moltiplicano dando seguito a innumerevoli considerazioni che un singolo libro da solo non genererebbe.
Laura Vespa
La metà della vita
Terezìa Mora
Traduzione Daria Biagi
Editore Gramma Feltrinelli
Collana
Genere Romanzo
Anno 2024
Pargine 400
Biografia
Terézia Mora nasce in Ungheria nel 1971 in una famiglia di origini tedesche. Cresciuta bilingue, nel 1990 si è trasferita a Berlino, dove ha studiato e vive tuttora, per studiare cultura ungherese, teatro e sceneggiatura.
Per i suoi racconti e romanzi ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Ingeborg Bachmann, il Kunstpreis Berlin, il Preis der Leipziger Buchmesse, il Deutscher Buchpreis e, nel 2018, il Premio Georg Büchner.
Kairos
Jenny Erpenbeck
Traduzione Ada Vigliani
Editore Sellerio
Collana La memoria
Genere Romanzo
Anno 2024
Pagine 393
Biografia Jenny Erpenbeck
Jenny Erpenbeck è una scrittrice e autrice di testi teatrali, nata nel 1967 a Berlino est, da padre di origini russe e madre polacca.
È considerata una delle maggiori autrici in lingua tedesca. Dal 1999 ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti: l’Independent Foreign Fiction Prize del 2015 con “E non è subito sera”, il Premio Strega Europeo del 2017 con “Voci del verbo andare” e l’International Booker Prize nel 2024 con “Kairos”.
Laureata nel 1985, ha studiato in seguito teatro specializzandosi in regia di musical al conservatorio per poi lavorare come assistente alla regia e regista freelancer in numerosi teatri.
