Una Signora delle camelie spogliata del romanticismo e restituita alla sua verità più crudele: nello spettacolo di Giovanni Ortoleva, il mito di Marguerite Gautier diventa il racconto di una violenza sistemica, emotiva e sociale. Al teatro Giuditta Pasta di Saronno, la storia d’amore si rivela per ciò che è: non una tragedia romantica, ma un referto spietato sul possesso, lo sguardo e il corpo femminile come campo di battaglia
C’è un momento, a teatro, in cui ci si accorge che quello che si sta guardando non è una storia d’amore. È un referto.

La serata del 9 aprile al teatro Giuditta Pasta di Saronno, con ‘La signora delle camelie’ di e con la regia di Giovanni Ortoleva, ha avuto esattamente quella qualità: la progressiva, inesorabile messa a fuoco di qualcosa che il romanticismo aveva sepolto sotto strati di camelie bianche e “amami Alfredo, amami quanto io t’amo”.
La signora delle camelie: il mito come schermo
Si torna, ancora, a Marguerite Gautier. O meglio: si torna alla storia che intorno a lei è cresciuta, si è sedimentata, è diventata icona. La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio ha generato balletti, opere liriche — la Violetta verdiana è forse la sua forma più amata —, film, adattamenti in ogni lingua e latitudine.
Ogni epoca l’ha presa e se l’è modellata addosso, spesso trasformandola in simbolo di un romanticismo che chiede alla donna di morire bene, con grazia, per amore. Ortoleva non si accontenta di questa versione. La cancella e torna alla narrazione più sincera che il giovane Dumas fa di sé. Perché – lo ricorda Ortoleva per voce di un padre narratore e demiurgo: “dietro Armando, o Alfredo c’è uno specchio: Alexandre stesso“.
Il punto di partenza è dichiarato, netto: il mito che tutti crediamo di conoscere è una convenzione che protegge chi guarda, non chi è guardato. Scavare sotto la superficie significa accorgersi che quella storia d’amore ostacolato ha, nei fatti, la forma di una trappola.
Marguerite non è semplicemente una donna che ama e crede che una stilla di verità in una vita auto-narrata possa salvarla: è una donna che viene consumata — dal sistema, dall’amante, dalla narrazione stessa che la riguarda.
È l’oggetto di uno sguardo messo in mostra, sul palchetto di proscenio in cui si svolge tutta la scena. È quello, non il palcoscenico, che il demi-monde parigino voleva osservare, è dietro quei velluti che vogliamo sbirciare ancora, per vedere la tragedia mentre intorno cortigiane e giovani rampanti giocano a un amore che diventa voce, pettegolezzo, grido del mondo che tutto sa e tutto giudica.
Armand: il bambino capriccioso di ogni tempo
Il lavoro drammaturgico, curato con Federico Bellini, sposta il baricentro di ‘La signora delle camelie’ con una scelta precisa e coraggiosa: mette sotto l’occhio di bue, grottesco e crudele, il carnefice: che al rifiuto sa solo vendicarsi con la brutalità con cui il bambino rompe il giocattolo, se non può giocare da solo.
Armand Duval, nel ritratto che ne emerge, non è il grande innamorato della tradizione romantica. È un giovane che non ha finito di crescere, schiacciato dalla condanna di una figliolanza eterna da cui, tuttavia, non ha nessuna voglia di emanciparsi.
Segnato, però, da un senso del possesso che si maschera da devozione, da un’insicurezza che si nutre dell’altra. Vuole Marguerite tutta, sempre, senza residui. E quando non può averla così, la punisce.
Il testo lo illumina, ma non lo demonizza del tutto: lo osserva con la stessa spietata lucidità con cui lo stesso bambino – o un altro, l’amico Gastone, osserverebbe un insetto, senza crudeltà ma senza pietà.
Il corpo di Marguerite come campo di battaglia sociale
L’altra linea su cui Ortoleva costruisce il suo impianto è quella della violenza collettiva.
Marguerite, che abita il suo palchetto semovente in bianco virginale stretta dal nero dei borghesi, non subisce solo Armand: subisce Parigi, subisce lo sguardo, subisce quella società che la espone come un oggetto raro e la giudica come uno scandalo, dove ogni gesto di apparente controllo – ma ha davvero una scelta? – diventa una spia di provocazione, del classico “se l’è cercata”.
Mentre tutti recitano una parte, e il palcoscenico diventa il luogo in cui tutto, ogni confidenza e ogni gesto d’amore, è già spettacolo per qualcun altro. La scena, nella sua concezione, riflette questa logica: si è sempre osservati, sempre in vetrina, sempre già digeriti.
Il corpo femminile qui è territorio su cui si scaricano le contraddizioni di un intero sistema, il classismo, il moralismo, il doppio standard con cui la stessa società che frequenta Marguerite ne condanna l’esistenza. La tubercolosi che la uccide diventa, in questa lettura, il sigillo fisico di una violenza che era già in atto molto prima.
Un cast che regge la tensione
La replica di Saronno, di uno spettacolo che da anni attraversa l’Italia, ha confermato la solidità di un ensemble capace di abitare questa lettura senza scivolare nella nostalgia né nell’esercizio intellettuale a freddo. Il lavoro degli interpreti così restituisce la complessità dei personaggi senza semplificarli.
Con precisione e cura – capace anche di superare qualche inconveniente tecnico – Gabriele Benedetti, padre e deus ex machina che scioglie a suo comodo la vicenda Anna Manella, condannata a morire ogni volta che viene raccontata, Alberto Marcello nella giovinezza affannata di Armand che corre in tondo Nika Perrone e l’affilata spietatezza delll’amica Prudenza e Vito Vicino nei melliflui panni dell’amico Gastone, voce collettiva dell’ipocrisia che agisce all’opposto di quel che dice, svelano un’atmosfera gotica e cupa sotto le luci, e le dissonanze quando tacciono le arie e i numeri di varietà.
Il ritmo è serrato, senza cadute: novanta minuti in cui il meccanismo drammaturgico e la tensione si mantiene alta proprio perché è costruita su materiale che il pubblico conosce benissimo. La familiarità con il mito diventa, in questo caso, uno strumento: si parte da ciò che si crede di sapere e si viene portati altrove.
Perché La signora delle camelie conta, oggi
Il merito maggiore di ‘La signora delle camelie’ è quello di prendere sul serio il classico senza riverirlo. Ortoleva non aggiorna la storia con accessori contemporanei: la rilegge dall’interno, scoprendo che la violenza che racconta non ha bisogno di aggiornamenti perché non è mai davvero passata.
L’amore tossico come forma di controllo, il corpo della donna come spazio di proiezione collettiva, il romanticismo come alibi — sono strutture che il tempo non ha eroso. Restituisce un ritratto più che mai riconoscibile di ogni relazione tossica, di ogni potenziale femminicida se la malattia non ci avesse pensato da sé.
Il teatro Giuditta Pasta ha accolto una rappresentazione potente, acuta, sostenuta da una compagnia di livello: il classico restituito a tutta la sua fascinazione.
Chiara Palumbo
Teatro Giuditta Pasta | Saronno
La signora delle camelie
9 aprile
liberamente tratto dal romanzo di Alexandre Dumas figlio
Drammaturgia e regia Giovanni Ortoleva
con Gabriele Benedetti, Anna Manella, Alberto Marcello, Nika Perrone e Vito Vicino
Assistente alla regia Marco Santi
Dramaturg Federico Bellini
Costumi Daniela De Blasio
Disegno luci Davide Bellavia
Fonico Emanuele Morena
Luci Alice Mollica
Movimenti Anna Manella
Musiche Pietro Guarracino
Scene Federico Biancalani
Realizzazione scene Federico Biancalani e Nadia Baldi
Realizzazione costumi Daniela De Blasio, Rocio Orihuela Perea e Viviana Bartolini
in tournée
Produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse
Elsinor – Centro di Produzione Teatrale
TPE – Teatro Piemonte Europa, Arca Azzurra Associazione Culturale
Spettacolo selezionato da Next – Laboratorio delle Idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo
Distribuzione Gianluca Balestra / Elsinor
