A Palazzo Visconti, nella prima edizione del Festival Reverie di Saronno, va in scena ‘Stretto’, nel tratto di mare dalla Sicilia al continente, si incontrano leggende e memoria civile
Siamo fatti di ciò che ci viene lasciato in eredità, ma dell’esempio più che del sangue, in particolare quando questo sfuma nel cielo e nel mare. Se poi si tratta di un mare che da millenni porta con sé storie e memorie, che unisce e separa – come nel caso dello Stretto che divide la Sicilia dal continente – allora chi lo ha come orizzonte, o chi semplicemente lo osserva, oltre che dall’acqua del suo mare può dirsi composto soprattutto dalle parole che sceglie, e che lo scelgono, per raccontarsi, per scoprire se stesso, o ancora per saldare i conti con la vita.

Lo sa bene Stefano Panzeri, che affida il racconto di ‘Stretto’ alla regia di Giovanni Arezzo, alle note mediterranee e alla voce ammaliante, quasi fosse quella delle sirene, di Giorgia Faraone: uno spettacolo capace di incollare alle sedie, nonostante la pioggia, il pubblico rapito della prima edizione del Festival Reverie della città di Saronno.
Stretto: il mare come eredità di storie e memorie
Un’immersione, è proprio il caso di dirlo: sul palco si mette alla prova l’elettronica che consente alla scena di risuonare, portata a termine con tanta dedizione e mestiere da non far accorgere il pubblico di quante volte sarebbe stato più facile interrompere.
Invece, in scena, il flusso del racconto non si spezza mai, finendo per assomigliare a quella corrente felice in cui i bambini nati sulla sponda di ogni mare vengono avvolti per essere battezzati, prima ancora dei viaggi che la vita riserva loro in terraferma.
In fondo, non potrebbe esserci nulla di più coerente, per un racconto di mare, di un po’ d’acqua: un uomo si immerge per compiere una promessa, un destino, per conto di chi lo ha preceduto.
Non è immediato, si coglie forse solo diluito nell’onda, capire che sono le bracciate compiute dall’uomo per approdare dall’altra parte del suo mare a far emergere le storie, le vite e le leggende che quel mare custodisce da sempre. Lo spettatore può divertirsi a riconoscerle, o lasciarsene sorprendere.
Da Colapesce a Ulisse, dal terremoto del 1908 alla memoria civile
C’è spazio per tutto: dalla leggenda di “Colapesce” a un rude Ulisse, dai miracoli di San Francesco da Paola allo strazio dell’amore perduto di Saro e Rosetta, separati per sempre dal terribile terremoto del 1908, fino alla chiamata alla responsabilità civile per chi ancora oggi muore ucciso dal lavoro in fabbrica – spesso costretto a non poter scegliere tra lavoro e salute – ma che nel tempo che gli resta ne trova comunque abbastanza per dare forma al mare, ai pesci, agli strumenti del luogo a cui ha dedicato una vita.
E ancora quanto resta, spesso solo evocato, come le voci di donne che ritmano l’esistenza, quasi sacerdotesse laiche del lutto, facendo risuonare come una cosa sola la terra, il mare e le esistenze che vi trascorrono.
Pagine come sfogliate dalla memoria di un bambino divenuto uomo, capaci di tenersi insieme con naturalezza in questo evocativo esempio di teatro di narrazione, aiutato soltanto dalla cornice di Palazzo Visconti e da una struttura scenica che consente di ergersi come sul pelo dell’acqua, o di immergervisi al di sotto, per poi inerpicarsi di nuovo sopra la soglia simbolica.
Giorgia Faraone e Stefano Panzeri: voce e parola per un’epica collettiva
Se la voce di Faraone si piega ai suoni e raggiunge apici che restano impressi, è la penna di Arezzo a saper miscelare i registri, come forse solo può venire da un’antica memoria, mentre Stefano Panzeri è un aedo convincente e coinvolto, ironico e garbato, capace di restituire, interpretandole, alle parole il senso e il peso che si portano dentro quando servono a dare forma a un’epica collettiva fatta anche di piccole cose – quelle attraverso cui, come nell’acqua, possiamo specchiarci.
Lo fa attribuendo loro un suono, una cadenza, facendole somigliare da un lato alle filastrocche con cui si cresce, alle poesie con cui anche chi nella vita ha fatto tutt’altro tenta di lasciare memoria di sé; e confermando, dall’altro, l’adagio secondo cui nelle isole – e forse in tutta l’Italia e in Europa, fin dai tempi antichi, quasi come in quelli raccontati in queste storie – le cose importanti si debbano mettere in canzone.
Un lavoro architettato con apparente semplicità
Un espediente narrativo, quello della memoria evocatrice di immagini, drammaturgicamente efficace, segno di un lavoro ben architettato nella sua sola apparente semplicità.
‘Stretto’ è dunque una pièce elegante e commovente, ammaliante, solida nella costruzione ma lieve, come è necessario essere per poter nuotare.
Chiara Palumbo
Palazzo Visconti | Saronno
Stretto
10 luglio
Festival Reverie – Prima edizione
Scritto e diretto da Giovanni Arezzo
con Stefano Panzeri
Musiche dal vivo Giorgia Faraone
Poster design Peppe Occhipinti
Produzione esecutiva Costanza Amodeo
Produzione Vimas Teatro
