Stefano Napoli
“Non esiste solo la rappresentazione fatale o drammatica, sotto sotto cerco di inserire un elemento che possa far sorridere, appunto. Una sorta di occhio per essere lucido, almeno per chi guarda. Mi interessa che ognuno riesca a ragionare mentre assiste all’esibizione, perché ci sono molte strade di ‘leggere’ quello che avviene in scena. Non esiste solo il pianto o la disperazione.“
Nell’ambito della rassegna Expo, al teatro Belli di Roma dal 10 al 12 aprile sarà in scena “Beauty Dark Queen – Lo strano caso di Elena di Troia” della Compagnia Colori Proibiti, capitanata da Stefano Napoli.

Era il 2019 quando ci trovammo per la prima volta di fronte al lavoro di Napoli: più che uno spettacolo, un vero e proprio esperimento scenico. In una raccolta saletta nei pressi di Piazza Cavour, immersi in un silenzio quasi irreale, assistemmo a un’anteprima stampa che riuscì ad assorbirci completamente, travolgendoci per intensità e visione.
Da allora, il dialogo con il regista non si è mai interrotto, consolidandosi nel tempo in un rapporto di stima reciproca. Un nuovo incontro è avvenuto nel 2024, al teatro degli Eroi capitolino, dove abbiamo avuto modo di intervistarlo, ripercorrendo le tappe di un percorso artistico in continua evoluzione.
Regista eclettico, Napoli ha costruito nel tempo una poetica capace di attraversare registri molto diversi, affrontando tematiche eterogenee con uno sguardo sempre riconoscibile. Tra i nuclei più significativi della sua ricerca emerge quello legato all’Epica, e in particolare alle figure femminili che ne incarnano le tensioni: Elena, Cleopatra e Niobe.
Approfondendo questi temi insieme all’artista, si ha la sensazione di entrare in un universo che sfiora il concettuale, dove il mito diventa materia viva e strumento di indagine sul presente.
A Napoli, infatti, interessa far ragionare lo spettatore che si può perdere in un mondo pieno di colori, di musiche che possono coinvolgere o meno.
Stefano Napoli, perché ha deciso di rappresentare Elena di Troia, Cleopatra e Niobe Regina di Tebe, le tre regine della storia a teatro?
“Con il tempo ho maturato un forte interesse per il cinema muto, anche per quello degli anni ’40 e in bianco e nero. Ho cominciato con Cleopatra e poi, nel corso di questi anni, con la Compagnia Colori Proibiti, siamo riusciti a mettere in piedi tutto il progetto su Cleopatra, Elena e Niobe: tre regine molto emblematiche, che ci hanno permesso di creare i nostri spettacoli carichi di significato. La lettura di ‘Antonio e Cleopatra’ di Shakespeare ha contribuito a proseguire l’ideazione delle pièce.“
Perché emblematiche?
“Rispetto al punto di riferimento forte e realistico, e in più storico, mi sono lasciato ispirare dall’amore e il potere. Potevo di conseguenza lavorare su queste tre figure in modo particolare sia per le loro simbologie – che amo – sia perché erano donne intelligentissime che hanno determinato il destino di Roma, Cleopatra, per esempio, è stata concupita da Cesare e da Antonio, quasi una femme fatale. Si può così considerare una figura fondamentale. Se poi consideriamo il punto di vista cinematografico e teatrale, Elena, addirittura, in ambito mitologico, è stata basilare per la guerra di Troia. E sempre con Elena ho voluto creare una rappresentazione che si incentra sul concetto di bellezza, che diventa determinante su tutti gli avvenimenti della storia e dell’esistenza.”
Quasi un rimando alla contemporaneità, un incitamento a guardare il bello, a pensare alla bellezza?
“Sì, ma alla bellezza che si deteriora. Perché la cosa bella del mito è che ci fa pensare. Elena praticamente ha dato origine al destino di moltissime persone e di moltissime vicende. Lei, poi, è invecchiata ed è sopravvissuta. Intendo dire che ha visto deteriorare la sua bellezza ed è diventata vecchia insieme a Menelao, e trovo questo aspetto molto interessante.”
Una donna consapevole, dunque?
“I Greci usavano il mito per raccontare le cose degli uomini. Elena, pertanto, è una donna che oltre ad aver determinato il destino di tanta storia e destini, è cosciente della propria bellezza, che però alla fine perde, come la perdiamo tutti con l’andare del tempo. La bellezza è relegata alla giovinezza. Infatti, oggigiorno uomini e donne cercano di rimanere giovani, rifacendosi per esempio le labbra.”
È una perdita dell’estetica secondo lei?
“Non solo, è una perdita di se stessi, del proprio intimo, del proprio essere, perché noi ci deterioriamo e di conseguenza dobbiamo accettare il nostro destino. Tant’è che oggigiorno non siamo più in grado di accettare il processo dell’invecchiamento.”
“Nel mio lavoro cerco di dare sempre un fondo sarcastico, perché ritengo che si può sorridere rispetto a ciò che si vede.”
Forse Elena è simbolicamente una donna epica?
“Un personaggio mitico, che insegna agli altri ad accettare il tempo che passa. I Greci in questo erano maestri.”
Niobe, invece?
“Da un lato è un avvicinarsi a un tema fondamentale del mito classico, cioè il monito agli esseri umani di non aspirare a una felicità totale, perché la felicità era riservata soltanto agli dei. Quindi raccontando il mito di Niobe, abbiamo cercato di mettere a fuoco questa figura che perde tutto per dei figli per un suo atto di superbia, considerato così dalla dea stessa. La cosa che però abbiamo approfondito è anche il senso della maternità. Infatti abbiamo fatto rappresentare Niobe a un uomo. Lei, inoltre, è un simbolo, uno dei miti più antichi, insieme a Prometeo. Per i Greci erano figure fondamentali per insegnare agli esseri umani la modestia. Niobe tuttavia non è diventata famosa, perché il testo di Eschilo – autore molto rappresentato a teatro – è andato perduto.”
Non per niente sono miti, perché insegnano qualche cosa, ma dietro c’è sempre un senso filosofico che rimanda alla vita, a come noi possiamo leggere la nostra esistenza
“Concordo. Infatti, a noi serve approfondire molti aspetti e tematiche di queste personalità e di questo universo epico, perché incentriamo i nostri spettacoli su argomenti che sembrano lontani, ma che ci avvicinano all’oggi.”
Esteticamente i vostri spettacoli sono unici, vi si trova una rara ricercatezza
“Vogliamo donare al pubblico un forte impatto visivo. La noia per me a teatro è terribile, quindi cerco di evitarla.“
Badate alla qualità, dunque?
“Esatto. Cerchiamo. Se ci riusciamo non lo sappiamo, ma di solito ci dicono di sì. La gente rimane meravigliata, contenta e molto scossa riguardo ciò che vede.”
“[…] il sentimento materno viene, per convenzione, dato per scontato come se fosse una caratteristica delle donne. In realtà, non è così. Cioè, il sentimento materno viene acquisito“
Se ricordo bene le vostre rappresentazioni sono molto articolate, ogni quadro rappresenta dei momenti della vita di ogni mito
“Infatti, solitamente diamo una guida agli spettatori. Una sorta di suggerimento. Anche perché per me ogni spettatore è un mondo intero, quindi ognuno può vedere come vuole quello che viene rappresentato. Per me, inoltre, ogni scena vale da sola; forse, dovrebbe avere un valore per chi guarda, e può anche essere ‘letta’ separatamente.”
Quindi una scena è un messaggio?
“Sì, il pubblico può giustamente decrittarla a suo modo.”
Oggi, questi tre miti che modello di donna rappresentano o potrebbero rappresentare?
“Sicuramente una donna che cerca di uscire fuori dallo schema in cui è stata rinchiusa. Anche perché, ‘che cos’è la donna?’. In realtà è una costruzione culturale.”
Pertanto Elena, Cleopatra e Niobe parlano tutti noi?
“Certo. Quello che c’è dentro di noi di questi temi. Per dire, la bellezza è relegata ad Elena, mentre la vanità l’abbiamo attribuita a Niobe, ma è di tutti, uomini e donne.”
Quelle che consideriamo attitudini, giusto?
“Per esempio, il sentimento materno viene, per convenzione, dato per scontato come se fosse una caratteristica delle donne. In realtà, non è così. Cioè, il sentimento materno viene acquisito. Noi mostriamo, attraverso la figura di Niobe, una donna che piange fino a diventare pietra, perché così la raffigura il mito per i suoi figli. Per rappresentare Niobe abbiamo scelto un uomo che lentamente passa da quello che dovrebbe essere un’immagine stereotipata della donna, cioè vanitosa, femminile, aggraziata, alla comprensione del dolore, a vivere questo sentimento. Il dolore così diventa universale.”
“Forse dobbiamo imparare il coraggio con cui i Greci hanno affrontato l’analisi dell’essere umano“
Però in scena, Niobe, è impersonata da un uomo che non è del tutto scontato possa soffrire nella realtà
“Esatto. La femminilità non è una prerogativa solo delle donne. Si sente dire tante volte che ‘la donna è più sensibile’, ma non è scontato che sia così. L’uomo fa fatica a tirarla fuori, teme la femminilizzazione.”
Ritornando alla donna, che valenza assume la figura femminile? Perché lei rappresenta la donna attraverso questi tre miti: che importanza ha il ruolo della donna?
“Già nel titolo abbiamo espresso ‘dark queen’. Di conseguenza la donna diventa regina nera, nel senso che determina il destino, come nei film noir quando dicono la ‘Dark lady‘. Diventa fato.”
Come se svelasse la nostra natura nascosta, che viene fuori palesandosi?
“Anche, con un po’ di ironia, poiché l”eroina’ non è soltanto tragica. Nel mio lavoro cerco di dare sempre un fondo sarcastico, perché ritengo che si può sorridere rispetto a ciò che si vede. Non esiste solo la rappresentazione fatale o drammatica, sotto sotto cerco di inserire un elemento che possa far sorridere, appunto. Una sorta di occhio per essere lucido, almeno per chi guarda. Mi interessa che ognuno riesca a ragionare mentre assiste all’esibizione, perché ci sono molte strade di ‘leggere’ quello che avviene in scena. Non esiste solo il pianto o la disperazione.”
Esistono tante sfaccettature dell’essere umano
“Mi interessa appunto esprimere anche un lato più freddo legato a uno ironico ovvero guardare a tutto tondo. Noi non siamo sempre né drammatici né allegri. A volte si rimane freddi di fronte la morte e al dolore, che è certamente una difesa. Un po’ come dire che dopo tanto dolore, sofferenza, perdite, una persona, per sopravvivere, dice ‘ho fame’, perché non sopporta più la sofferenza.”
“C’è molto da pensare. Con un grande punto interrogativo e con un leggero sorriso che non guasta mai!“
Dunque, è come se la sofferenza creasse un vuoto che deve essere riempito da altro?
“Dalla vita. Altrimenti o si rimane in vita o si soccombe. Niobe, infatti, è una ribelle, perché sopravvive alle morti e viene condannata a lacrime eterne. Significa sfuggire alla morte: lei quindi continua in eterno a piangere. Una roccia che manda acqua è comunque un segno di vita, perché lei non vuole soccombere a tutti questi dolori. Anche perché in Grecia dicevano che ‘non si doveva piangere troppo la morte dei figli perché i figli erano della dello stato’.“
In che modo, in scena, vengono espressi i caratteri delle di Elena, Cleopatra e Niobe?
“Quello che si cerca di fare è di rendere una vita intera, un intero ciclo vitale, attraverso il personaggio. Mi interessa entrare, in modo delicato, con musiche, colori, sensazioni, nelle persone. Forse qualcuno non si coinvolge, mentre altri invece entrano in questo mondo. In tanti mi hanno detto che ci sono entrati e ne sono usciti contenti. Questa è una cosa più bella e mi dà gioia.”
Torniamo così al discorso del ragionamento. Di spettacoli ne esistono tanti e di vario genere, quindi anche una rappresentazione che faccia pensare, capace di fermare un attimo quel tempo, aiuta le persone a pensare, a soffermarsi su dei concetti
“Ci proviamo.”
L’Epica, è appunto è la narrazione di storia o leggende: cosa si può imparare da Elena, Cleopatra e Niobe? Cosa possiamo portarci dietro?
“Il mondo dei Greci è lontano, non si può certo ripetere oggi. Forse dobbiamo imparare il coraggio con cui loro hanno affrontato l’analisi dell’essere umano.”
Annalisa Civitelli
Ringraziamo Stefano Napoli per la disponibilità all’intervista.
