Luca Vergoni
“Il teatro non si fa con gli amici ma con i complici, magari questo non rende tutto più semplice, ma potersi fidare apertamente nel lavoro è un privilegio“
Abbiamo incontrato l’attore Luca Vergoni, il cui straordinario talento, in questi ultimi anni, è emerso sul grande schermo nel film del 2021 “La Scuola Cattolica” di Stefano Mordini, grazie al ruolo di Angelo Izzo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega 2016, il lungometraggio è ispirato a fatti realmente accaduti passati alla cronaca come “il massacro del Circeo”. La pellicola è stata presentata fuori concorso alla 78esima Mostra del Cinema a Venezia.
Ultimamente, infatti, abbiamo visto tornare Vergoni al Lido nell’ultima edizione della rassegna con un nuovo film “Orfeo”, opera prima di Virgilio Villoresi. Anche in questo ultimo lavoro l’attore interpreta magnificamente il ruolo del protagonista.
Luca Vergoni, tuttavia, non frequenta solo l’ambiente cinematografico, ma calca il palcoscenico con passione. Il teatro è proprio
il luogo dove l’artista è cresciuto a livello artistico. E, con l’esattezza, il 21 e il 22 febbraio, “Contagio” sarà in scena al teatro dei Ginnasi di Roma, in cui a vestire i panni di Stefano Grandini sarà appunto Vergoni, affiancato da altri due colleghi.
Vergoni, in questa occasione, non ci racconta solo di “Contagio”, di come ha costruito il suo personaggio e di quanto siano essenziali dialogo e ascolto tra esseri umani per una convivenza e collaborazione migliori, ma anche delle sue esperienze cinematografiche. Al momento non disdegna né il cinema né il teatro, non riesce a scegliere tra i due. Chissà se in futuro prediligerà una delle due strade.
Luca Vergoni benvenuto sulle pagine di Brainstorming Culturale. È un piacere incontrarla e saperla nuovamente impegnato in un progetto teatrale. Un anarchico individualista, un liberale e un comunista: sembra l’incipit di una barzelletta, ma forse non c’è nulla da ridere, o forse sì?
“Anche noi, ogni volta che proviamo a riassumere lo spettacolo, abbiamo questa impressione e ci ha sempre fatto sorridere l’idea. Il lavoro è divertente, si ride e, come si suol dire, si riflette anche, come è giusto che sia in teatro, almeno per me. E poi non ci trovo nulla di strano, ormai tanti dibattiti politici sono molto divertenti, il problema forse è che non fanno così tanto riflettere.”
In “Contagio” quale dei tre personaggi interpreta?
“Vesto i panni di Stefano Grandini, anarchico individualista e orgoglioso nell’esserlo. Personaggio che per abbracciare i suoi ideali ha dimenticato di coltivare affetti e legami che avrebbero potuto dargli un abbraccio reale.”
E gli altri due soggetti chi sono?
“C’è Daniela Santacroce, impersonata da Francesca Blasutig, liberal con un solo imperativo: vendere, vendere, vendere! Poi c’è Aldo Rizzotti, il cui personaggio è rappresentato da Pietro Bovi, compagno e lavoratore, che farebbe di tutto per il partito. E tra questi non bisogna dimenticarsi di Quagliarulo Giovanni, l’infermiere, incarnato da Andrea Barbati, incaricato di tenere d’occhio questi pazienti.”
“Contagio” è un testo di Enzo Ferrara scritto quindici anni fa e racconta di un’epidemia in corso e di tre protagonisti in quarantena. Una drammaturgia molto precedente rispetto agli anni del Covid eppure estremamente attuale?
“Sicuramente una coincidenza interessante, che rende il copione molto più realistico di quello che ci potevamo aspettare. Nel testo il virus però rischia di contagiare le ideologie, di creare un caos di idee, abbandonando valori e acquisendone di opposti, e forse questo discorso è ancora più attuale nel mondo di oggi, dove si fa sempre più fatica a riconoscere la parte da cui stare.”
Quanto ha attinto da quel periodo per costruire il suo personaggio?
“Il nervosismo della clausura e di una convivenza obbligata è sicuramente qualcosa che mi ha fatto rammentare del periodo COVID. Certo, ricordo che in quel periodo ero in quarantena con la mia famiglia e non con degli sconosciuti, tutti con idee diverse. Per raccontare il resto ci ha pensato la fantasia dell’attore.”
Tre persone con idee diverse ma costrette a collaborare: quali sono gli ingredienti che permettono agli esseri umani in generale di trovare un punto in comune?
“Eh, e chi lo sa. Un punto di partenza è sicuramente il dialogo, ma è necessario anche l’ascolto, mettersi in dubbio, cercare insieme la soluzione e non imporre la propria. Tutto questo però dipende dalla teoria. Probabilmente, è vero che l’essere umano, per natura, è più bravo a litigare che ad amare, ma sono giovane e positivo e voglio credere che in futuro saremo più bravi.”
Cosa c’entra la democrazia in tutto questo?
“La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora; non lo dico io, lo diceva Churchill, e forse possiamo migliorarla parlando davvero fra di noi in modo consapevole, dubitando e studiando, invece di discutere usando solo le nostre paure.”
Un nuovo progetto diretto da Andrea Goracci. Cosa vuol dire per lei lavorare con lui e soprattutto, in che modo l’amicizia rende tutto più semplice?
“Tornare a lavorare con Andrea è bellissimo perché ci permette di continuare a crescere insieme e di discutere seriamente e in modo sereno del nostro mestiere. Un maestro che abbiamo avuto in comune, inoltre, ci ha sempre ricordato che il teatro non si fa con gli amici ma con i complici, magari questo non rende tutto più semplice, ma potersi fidare così apertamente nel lavoro è un privilegio.”
L’abbiamo vista nella scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia come protagonista di “Orfeo” di Virgilio Villoresi. Che esperienza è stata?
“Stupenda, tornare a Venezia dopo l’avventura di “La scuola cattolica” in cui ho vestito il ruolo di Angelo Izzo, è stata una sorpresa. Invece, poter presentare un film artigianale come “Orfeo”, che nelle sue modalità si avvicina al teatro, mi ha reso ancora più fiero del coraggio e del lavoro che ha fatto il regista.”
Preferisce stare sul set o sopra le tavole del palcoscenico?
“Sono due mondi diversi nonostante il mestiere sia lo stesso. Sul palcoscenico mi sento a casa, torno bambino, gioco con la fantasia e sperimento con la parola e il corpo. Sul set mi perdo, provo a dimenticarmi di dove sono e mi immergo completamente nel contesto. È come se con la camera da presa fossi più un adolescente che viaggia sfruttando la propria curiosità. In breve è come tra mamma e papà: non riesco a scegliere.”
Elisa Fantinel
Ringraziamo Luca Vergoni per la sua disponibilità all’intervista.
