Carlo Brenna di Paina di Giussano
“L’arte è un sogno che l’uomo cerca di esprimere: mi sento appagato dalla mia estroversità nella cultura“
La Brianza è costellata da Ville Gentilizie, chiamate anche Ville di Delizia, sontuosi edifici realizzati in vari secoli dalle più prestigiose famiglie milanesi per le vacanze e il riposo.

Le numerose residenze sono state costruite in diversi periodi storici e con diversi stili architettonici; tutto ciò consente di raccontare la storia della provincia nel corso dei secoli.
In tale contesto ogni anno prende vita un’iniziativa che raduna artisti e artiste che mettono in mostra le loro opere: “Ville aperte”.
Il Maestro Carlo Brenna di Paina di Giussano, partecipa da anni a questo evento che vede una partecipazione ampia di pubblico, e ci ha ospitati nel suo pittoresco atèlier.
Scrive il maestro su un volantino: “In una fredda Milano d’altri tempi, di fronte alle colonne di San Lorenzo in Corso di Porta Ticinese n. 18, l’undici febbraio vidi la luce. Un’infanzia non facile, movimentata e complicata, la mia: i bombardamenti di Milano, le incursioni aeree ed il forzato trasferimento di tutta la famiglia sfollata, ad Intra sul lago Maggiore.
Qui trovammo dimora in un’accogliente casa che chiamammo Villa Solitudine. Ancora la mia mente risuona delle musiche dello zio pianista e compositore Achille Ballini Branca ed i vocalizi delle sue allieve. Ma le brutture della guerra non riuscirono ad annientare gli interessi culturali che tutta la mia famiglia coltivava e che continuò a condividere con tanti altri artisti scrittori, pittori e musicisti che, frequentando Villa Solitudine, resero il boccone della guerra meno amaro. Fu così che la mia fanciullezza trascorse, naturalmente permeata nel mondo dell’arte, senza che me ne accorgessi.
Negli anni Cinquanta il ritorno nella mia amata Milano: sono gli anni dedicati anche al lavoro per mantenermi agli studi artistici che, nel contempo, decisi di intraprendere. Ed il tempo trascorse veloce fino a quando, un giorno dell’anno 1968, stanco o maturo di me stesso, infransi il muro delle convenzioni sociali e varcai quella soglia che timidamente ma caparbiamente mi ha introdotto nel mondo dell’arte.
Da quel giorno, mi dedicai al viaggio, al mio viaggio. Percorrendo gioie e fantasie inconsce, ancora oggi cerco di guardare per vedere quelli che non vedono, modellando il tempo senza tempo che dovrà venire. Il taccuino è davvero succinto perché il vero racconto della mia vita è racchiuso nelle metafore e nelle simbologie, chiavi di volta delle mie opere.“
Evoluzione personale e spiritualità: tradurre ciò che si sente in arte
Brenna è un pittore alquanto singolare: ci ha raccontato del suo passato, di quando suo padre dipingeva, ma solo per hobby. Lui non sa fare altro, sfrutta la sua osservazione del mondo e delle persone, su chi attraversa il suo universo.
Evoluzione e spiritualità sono due parole chiave: la prima gli permette di esprimere ciò che vive dentro affinché esca all’esterno, mentre la seconda è un tradurre in pittura ciò che sente intimamente.
Gli incontri, guardare la natura e ciò che è intorno a lui sono stimoli. Riporta tutto sulle sue tele e nei colori mette l’opposto dell’attacco di rabbia che lo opprime dentro, liberandolo da un sentimento di collera verso la vita.
I suoi soggetti sono molteplici e fanno riferimento anche alla religione: la staturaria, inoltre, si concentra sulla donna, essere che secondo Brenna è superiore all’uomo.
Un’artista da approfondire, dalla storia peculiare e a cui piace indagare la gente che attraversa la terra.
Carlo Brenna di Paina di Giussano. Cosa apprezza maggiormente di Ville aperte?
“Le persone che transitano. Ho guardato le persone, la gente che frequenta l’evento mi interessa più della villa. Ci sarà sempre qualcuno che mi interessa più degli altri.”
Quando ha capito di essere un artista?
“Non l’ho mai capito. Lo diranno gli altri. Faccio quello che sento. Se mi hanno classificato come artista sono contento. Se faccio parte di una branca dell’arte, va bene, magari non so fare altro. Magari so anche farlo, tuttavia l’arte è un sogno che l’uomo cerca di esprimere. Mio padre dipingeva. Non lo faceva di professione, come hobby. Nella famiglia di mio padre ci sono tanti che si sono dedicati alla pittura. Uno ha fatto pittura pubblicitaria. Io, invece, ho frequentato il liceo, l’accademia a Brera, perito grafico perché non mi bastava sognare l’arte, volevo guadagnare dei soldi. Poi ho smesso perché ho detto: ‘Da domani faccio il pittore’. Inizialmente, negli anni Sessanta e Settanta, lavoravo a Milano che era un centro culturale molto forte. Sono appagato della mia ‘estroversità’ nella cultura: la mia pittura, infatti, è cambiata dalla pittura accademica a quella personale a partire dagli anni Settanta.”
Che evoluzione ha subito la sua arte nel tempo?
“Si può dire evoluzione, ma per tanti altri aspetti involuzione, perché non sono riuscito ad esprimere quello che provo nel profondo. L’evoluzione rappresenta qualcosa che vivo dentro di me e che deve uscire all’esterno. Dovrei vivere trecento anni per comunicare ciò che provo intimamente, perché tutti noi siamo ‘concentrati’ in altro. Non basta una vita.”
Quali sono i significati dei suoi soggetti (le donne, Venezia, le barche, le maschere)?
“Hanno tanti significati. Spiritualmente, dall’inizio, dipingo quello che sento. Ciò dipende da quello che vedo, da chi incontro, lo sguardo della natura o delle persone; ma al 90% prediligo le persone con le quali mi imbatto, che mi arricchiscono, per riportarlo poi sulla tela, sul muro o con un disegno.”
“Dovrei vivere trecento anni per comunicare ciò che provo intimamente, perché tutti noi siamo ‘concentrati’ in altro. Non basta una vita.”
Cosa ci racconta della sua statuaria?
“Anche le sculture fanno parte della mia pittura, del mio disegno, della mia forma, cui do un tutto tondo. Sono le donne che inserisco nelle mie opere. Donne giunoniche, ma non sempre giunoniche perché le trasformo nella forma più maestosa, per arricchire il mio pensiero verso l’individuo.“
Può raccontarci una storia legata ad un quadro?
“I particolari sono sempre riferiti alla persona. Penso infatti a tanti esseri umani e credo che dovrei tornare indietro di tanti anni. Oggi sono concentrato su di lei che mi fa l’intervista. ‘Ecce vita’, realizzata nel 2014, è l’opera che al momento mi avvince di più. È una Via crucis al femminile, in cui io mi metto nelle pene della femminilità. La donna è uscita dalla via crucis del maschio che l’ha pestata. Gesù cristo è un simbolo che può essere anche donna. Tante donne hanno subìto la vita che ha fatto Gesù Cristo. La donna è superiore al maschio. Cito in particolare la ‘Stazione della Veronica’, che è diventata l’abbraccio e rappresenta la vita. Ci sono tutte le dodici stazioni.”
Come mai privilegia i colori pastello?
“Anche se sono arrabbiato con la vita – mi è facile esserlo -, la pittura mi rilassa per cui l’accesso di collera mi passa subito e nei colori metto l’opposto dell’attacco di ira che ho interiormente. Il colore mi rilassa e mi dà la forza di tradurre il soggetto che in quel momento mi interessa rappresentare.”
Se non avesse fatto il pittore cosa avrebbe fatto?
“Il musicista. Nella mia famiglia c’è un Maestro di musica e un compositore che non mi ha insegnato come avrei voluto, perché diceva che avevo le dita corte. Non è vero. Ci sono giapponesi con le dita corte che suonano magnificamente.
Cos’è la donna per lei?
“È la vita che sto vivendo e che vivrò dopo morto perché resusciterò. Tutti noi resuscitiamo. Può darsi che lei è la prima volta che è nata.”
Valeria Vite
Ringraziamo il Maestro Carlo Brenna di Paina di Giussano per averci concesso l’intervista.
