Alessandro D’Ambrosi
“Cultura è saper coltivare umanità in maniera empatica. Per ricondurla al centro della visione politica bisogna comprenderne l’importanza“
Alessandro D’Ambrosi, drammaturgo, regista e attore, porta oggi in scena insieme a Riccardo Brunetti un progetto ambizioso e rivoluzionario di teatro immersivo, in cui la platea diventa parte integrante dell’azione scenica.

In “Elsinore Carnival”, il pubblico indossa una maschera, attraversa gli spazi della narrazione e sceglie liberamente cosa osservare, trasformandosi così in una presenza viva all’interno dello spettacolo, sospesa tra performance, installazione e esperienza sensoriale.
Tra teatro, cinema e televisione, D’Ambrosi è conosciuto dal grande pubblico come autore e interprete della serie “Romolo + Giuly: la guerra mondiale italiana”, accanto a Beatrice Arnera, e di recente è tornato in sala come regista, insieme a Santa De Santis, con il film “RIP” interpretato da Augusto Fornari.
In questa intervista, Alessandro D’Ambrosi racconta la nascita e l’evoluzione di “Elsinore Carnival”, soffermandosi sul percorso di Project XX1 e sulla volontà di ridefinire il rapporto tra pubblico e scena attraverso le esperienze immersive.
Ma il dialogo si apre anche a riflessioni più ampie: dal valore universale delle opere di William Shakespeare alla funzione sociale della cultura, fino alle speranze e alle prospettive future di un progetto artistico che punta a superare i confini tradizionali del teatro contemporaneo.
Alessandro D’Ambrosi, “Elsinore Carnival” un progetto che la vede alla co-regia assieme a Riccardo Brunetti. Come nasce l’idea di mettere in piedi un progetto tanto ambizioso?
“L’idea nasce da un’intuizione su alcuni testi e poi lunghe sessioni con Riccardo di brainstorming, di scrittura e di strutturazione della trama. È un momento che ci piace condividere, nel quale lavoriamo spalla a spalla, con grande gusto mio personale, con grande efficacia. È un percorso che si avvale anche di diverse estrazioni professionali ed esperienziali che si incontrano su un terreno comune che è quello di gusti e di intenzioni spesso affini, ma che poi sintetizzano modi e strumenti di lavoro che sono spesso molto diversi, ma proprio per questo ben complementari. Con Riccardo Brunetti, infatti, accarezzavamo da tempo l’idea di cimentarci con la forma del teatro immersivo, però con un testo classico, un’opera che ha fatto la storia del teatro. Avevamo iniziato a sperimentare, a lavorare già su un grande autore nostrano, Pirandello, e poi con Shakespeare. Grazie alla sua straordinaria attualità e alla capacità immaginifica, poetica ed evocativa, abbiamo deciso di provare a esplorare la materia teatrale per eccellenza, quella shakesperiana, nata per un palco sul quale avvengono azioni destinate a una platea che le fruisce secondo un determinato ordine cronologico, una determinata visione narrativa e soprattutto che le fruisce bidimensionalmente”.
Come ci siete riusciti?
“Provandolo a trasformare nella dinamica tridimensionale e quadrimensionale del teatro immersivo in cui non ci sono uscite di scena ma tutto il luogo che accoglie l’esperienza è la scena. Bisognava così rendere questa materia shakesperiana pretesto narrativo all’opera ‘Elsinore Carnival’, che è ispirato all’Amleto. Il testo si è, quindi, arricchito di suggestioni, ispirazioni di altri testi, altre opere dello stesso Shakespeare, di altri autori moderni e contemporanei, fino a assumere le sembianze attuali. L’interesse a esplorare l’opera dell’Amleto in questo modo è stato dettato dalla volontà di raccontare cosa accade nella mente dell’essere umano quando si rischia di rasentare la follia: quali sono i tipi di follie che albergano nell’animo umano, quali quelle socialmente condannate, quali quelle invece socialmente accettate. Ha voluto essere soprattutto un’esplorazione, una sperimentazione sul riuscire ad accostare personaggi teatrali elisabettiani con temi propri dell’epoca contemporanea del Novecento. “.
Lo spettacolo trae ispirazione dalle tragedie di Shakespeare ed è un viaggio onirico intorno alla follia. Quali forme assume questa dimensione?
“In ‘Elsinore Carnival’, si passa dal teatro shakespeariano al teatro dell’assurdo, al teatro di movimento, di figura, al teatro politico. Ci sono molti momenti di interazione con gli spettatori dove vengono esposti dei ragionamenti sulla società, su temi attuali dell’essere umano. Ha una cifra sicuramente surreale, onirica tipica anche del teatro dell’assurdo. L’adesione alle trame shakespeariane è fortissima, tramite suggestioni, ispirazioni e visioni”.
“In ‘Elsinore Carnival’, si passa dal teatro shakespeariano al teatro dell’assurdo, al teatro di movimento, di figura, al teatro politico. Ci sono molti momenti di interazione con gli spettatori dove vengono esposti dei ragionamenti sulla società, su temi attuali dell’essere umano“.
Tutto, dunque, gira intorno alla grande domanda: quanti volti può avere la follia?
“Ognuno di noi ha in sé un seme di follia, una particolarità, una stramberia che lo rende unico e diverso da tutti gli altri. Spesso però cerchiamo di trattenere, di nascondere, di educare questo seme di follia anche se è elemento costitutivo di ognuno di noi. C’è un secondo grande quesito che aleggia in tutto lo spettacolo: cosa può essere considerato folle? La follia è qualcosa da dover estirpare dall’uomo e dalla società per perseguire una regola, un equilibrio imposto dal comune sentire, o invece può essere una straordinarietà che alberga nel cuore di ognuno, nella mente e nell’animo di ognuno di noi e quindi un viatico per una maggiore consapevolezza?”
Lo spazio capitolino, Area XX1, è un grande ambiente trasformato per l’occasione e curato in ogni minimo dettaglio. Ci racconti del lavoro di chi ha allestito la scena?
“È uno spazio di più di 400 mq che è stato suddiviso in molteplici e labirintici ambienti che si possono esplorare totalmente e che ha già cambiato volto due volte per due progetti differenti che abbiamo messo in scena questa stagione: ‘La Fleur’ – da ottobre a febbraio – ed ‘Elsinore Carnival’ da aprile fino a giugno. È stato il frutto di un enorme lavoro di creatività visionarie di noi registi assieme agli scenografi e artisti che hanno reso in questo caso l’ambiente dello spettacolo molto suggestivo. Un ottimo lavoro di illuminotecnica. Ci tengo a citare il fantastico lavoro di Luisa Angiolillo, Fabiana Tosca, Christian De Marco, Martina Giannico, Fabio De Luiliis, Simone Cerminara e Arash Rahimi”.
“Elsinore Carnival” è una performance di teatro immersivo: cosa significa proporre al pubblico un progetto con questo tipo di linguaggio teatrale?
“È un’esperienza unica nel suo genere che non ha eguali in Italia. Viene da una profonda e lunga storia di progettazione e realizzazione di esperienze immersive di Project XX1. È un tipo di teatro che non ha il limite del palco diviso dalla platea ma tutto accade insieme al pubblico e nello stesso ambiente completamente e liberamente esplorabile scegliendo in ogni momento cosa vedere e chi seguire. Ci sono proiezioni, telefoni che squillano e che interagiscono con chi risponde, lettere e messaggi lasciati per gli spettatori. La componente sensoriale sollecita lo spettatore a vivere quindi un’esperienza di vita assoluta. Non è semplice riuscire a comunicare al pubblico cosa si troverà a vivere con ‘Elsinore Carnival’, ci sto provando ora rispondendo a voi ma l’unico modo per capirlo veramente è venirlo a vedere“.
In che modo lo spettatore fruisce dell’esperienza? Qual è il suo ruolo?
“È un teatro che mette al centro lo spettatore e la sua libertà di scelta. Tutti gli accadimenti avvengono nel contempo e spesso anche in loop e chi assiste può scegliere cosa vivere anche più di una volta. Interagisce, segue, tocca, vive. Lo spettatore indossa una maschera che ne garantisce l’anonimato e quindi la libertà di esprimersi come desidera. Il pubblico è una scenografia vivente, un coro greco. Lo spettatore può tornare più volte a vedere lo spettacolo e sarà sempre un’esperienza diversa perché non ha il tempo di vedere tutto e quindi ne rimane la curiosità di tornare. Chi lo vive ne rimane davvero sbalordito perché è un’esperienza di contatto, condivisione e connessione del tutto irripetibile“.
In Italia, il teatro immersivo è una novità assoluta: qual è il futuro di tale espressione artistica?
“In Italia ciò che propone Project XX1 è qualcosa di iniedito e unico. Sono quasi 20 anni che questa realtà propone esperienze immersive sul territorio nazionale e all’estero. Il futuro è una costante ricerca di forme per raccontare storie ad un pubblico che si possa sentire sempre di più coinvolto. Allargare e implementare sempre di più la nostra esplorazione è il nostro futuro“.
Qual è la vostra ambizione?
“L’ambizione di Project XX1 è trovare una dimora fissa che possa diventare lo stabile di un progetto assolutamente unico. Abbiamo bisogno di un luogo per proporre sempre nuovi spettacoli di una certa complessità com’è stato ‘La Fleur’ e com’è ‘Elsinore Carnival’. Una seconda ambizione è quella di diventare un format che possa essere esportato in giro per l’Italia e non solo“.
“La cultura italiana è il motivo per cui brilliamo nel mondo e per cui saremo ricordati. Bisogna fare attenzione che non diventi improvvisamente il motivo per cui saremo dimenticati“.
Non è nuovo ai progetti ispirati a William Shakespeare. È stato co-protagonista assieme a Beatrice Arnera della serie di successo “Romolo + Giuly” ed è anche parte del team di ideatori della serie stessa. In che modo ha vissuto tale esperienza e cosa la affascina dell’immensa opera shakespeariana?
“Le due stagioni andate in onda su Fox prodotte da Wildeside sono state, dal punto di vista attoriale e autoriale, un esperimento riuscito e di cui conservo un bellissimo ricordo. L’attualizzare l’archetipo dei due innamorati divisi dall’odio di due famiglie e stravolgerle in una chiave parodica e grottesca tra due classi sociali diverse appartenenti a zone diverse di Roma in cui lo stile e la visione differenti della vita sono radicali e radicati, fu un espediente narrativo per costruire un universo alla ‘Game of Thrones’ in cui il campanilismo è diventato una grottesca caricatura per mettere alla berlina i vizi e le virtù degli italiani. Era una fantasiosa arena creativa che voleva la surrealità del nonsense ispirandosi ai Monty Python o alla scrittura di Seth MacFarlane autore de ‘I Griffin’ o a Mel Brooks. L’idea era di costruire una commedia surreale e strampalata che non avesse mai il limite del realismo. Shakespeare ritorna perché è ancora oggi un genio che ha reso immortali le sue opere, perché parla dell’uomo e delle dinamiche interpersonali in maniera universale e archetipica. È un profondo conoscitore dell’animo umano e lo racconta con una potenza e un lirismo che è impossibile non sprofondarci dentro“.
Alessandro D’Ambrosi, è costantemente impegnato tra teatro, cinema e televisione. Quale di questi mondi ama di più e perché?
“Il teatro e il cinema li amo di più della televisione sicuramente, in primis da spettatore. Mi hanno di certo dato grandi soddisfazioni da un punto di vista di attore, regista e drammaturgo come per esempio il recente film scritto assieme a Santa De Santis ‘Rip’ che è stato presentato quest’anno al Festival Del Cinema di Roma ad Alice Nella Città e ora sta girando nei Festival in Italia e all’estero. Il cinema e il teatro nel mio universo non possono vivere l’uno senza l’altro, è un modo per me di vivere più vite in una sola e dilatare la propria esistenza“.
Come vive lo stato attuale della cultura italiana: cosa pensa si possa fare per ricondurre cinema e teatro al centro della visione politica?
“La cultura italiana è il motivo per cui brilliamo nel mondo e per cui saremo ricordati. Bisogna fare attenzione che non diventi improvvisamente il motivo per cui saremo dimenticati. Investire nella cultura, nelle opere indipendenti, nei giovani artisti è il modo per creare una società sana, per comprendersi e rigenerarsi. Una società senza idee è una società senza ideali, e senza ideali è difficile che ci sia una coscienza civile e una percezione della comunità. Cultura è saper coltivare umanità in maniera empatica. Per ricondurla al centro della visione politica bisogna comprenderne l’importanza, non temere una popolazione colta solo perché genera senso critico e capacità di scelta. Ciò che può mettere in crisi oggi è una direzione che punta all’oligarchia delle idee. L’arte è il miglior modo per mettere in discussione la realtà, per scardinarla e reinventarla“.
Annalisa Civitelli
Ringraziamo Alessandro D’Ambrosi per la disponibilità all’intervista e per la generosità delle sue parole.
