Stefano Usardi
“Più che realizzare film, facciamo esperienze cinematografiche“
Stefano Usardi, regista cinematografico, a livello professionale è una figura poliedrica: docente all’Accademia Statale di belle arti di Verona e titolare del corso di Storia del cinema. Diplomatosi alla Nuova Università del Cinema e della Televisione di Cinecittà, laureato in cinema, filosofia e studi storico artistici, sin da piccolo si appassiona alla settima arte, un amore che persegue tuttora.

Direttore artistico dell’agenzia AlmaImage, inoltre, realizza video promozionali con fondazioni del territorio montano, Dolomiti Unesco, Gal e altre, come lungometraggi distribuiti al cinema e premiati in festival del cinema internazionali.
In uno dei suoi ultimi lavori, “Alcooltest”, Stefano Usardi torna a raccontare un’umanità fragile, irregolare e spesso ai margini, attraverso una storia in cui solitudine, memoria, musica e desiderio di riscatto si incontrano in un equilibrio sospeso tra realismo e surrealtà.
Al centro c’è Sergio, un uomo che vive isolato su una barca e che cerca nella musica una possibile via per rimettersi in gioco.
È un cinema che non sembra avere paura delle imperfezioni, dei silenzi e dei personaggi difficili da incasellare, e che nasce anche dalla volontà di lavorare con pochi mezzi senza rinunciare alla libertà creativa.
Con Usardi, dunque, abbiamo parlato sia di “Alcooltest” sia del suo ultimo lavoro, “Il Tavolo”, del rapporto tra sceneggiatura e improvvisazione, della scelta di Drupi come protagonista e di quel particolare modo di fare cinema che trasforma i limiti produttivi in una possibilità espressiva.
Stefano Usardi, è la prima volta che la incontriamo e la ospitiamo sul nostro magazine Brainstorming Culturale. Ci racconti un po’ di lei e in che modo si è avvicinato al cinema e come ha iniziato la sua carriera di regista?
“Intanto vi ringrazio per lo spazio dedicatomi. Beh, diciamo che fin da piccolo sono sempre stato particolarmente attratto dai film, dal cinema, cosa che peraltro continua, infatti guardo decine di film al mese. Il mio percorso personale è stato abbastanza comune, nel senso che ho frequentato il DAMS a Bologna e poi una scuola romana di regia cinematografica a Cinecittà. Successivamente ho cercato piccole autoproduzioni e poi con la FIFILM è nata una collaborazione che dura ancora oggi.”
Che tipo di spinta e sentimento sente verso il cinema e come percepisce il settore in questo momento storico?
“Il mio sentimento direi che è fondamentalmente esistenziale. Nel senso che vivo per il cinema, penso di continuo a come migliorare, a quali storie potrebbero funzionare, a quali attori sarebbero adatti, alle attrezzature, insomma, ad ogni elemento che possa farmi progredire nel realizzare buoni film. Per quanto riguarda il settore non saprei, nel senso che noi facciamo cinema indipendente, di conseguenza non abbiamo accesso a fondi statali o dinamiche di quel tipo. Sicuramente penso che forse ci vorrebbe un po’ di coraggio in più, anche, e forse soprattutto da parte dei distributori. Diciamo che il mercato è abbastanza saturo da poche, grandi, produzioni, ma noi continuiamo nella nostra avventura.”
Il suo ultimo film, “Alcooltest”, ha ricevuto molti premi, tra cui l’ultimo come “miglior film a BCT – Benevento Cinema e Televisione”: quante soddisfazioni dietro tanto impegno e perché crede che abbia ricevuto così tante attenzioni?
“Diciamo che personalmente non sono mai convinto fino in fondo dei miei lavori, quindi ricevere riconoscimenti aiuta a dirsi che ha senso continuare a cercare, a provare a dare un cinema semplice, diverso.”
Lei ha definito “Alcooltest” un’“opera paesana”. Cosa significa davvero questa definizione? È un’etichetta geografica, produttiva o soprattutto umana?
“Direi che raccoglie un po’ il nostro spirito di fare le cose in modo semplice, senza mai prendersi troppo sul serio e mettendo le relazioni davanti a tutto. Poi ovviamente il film va ‘portato a casa’ e nel set bisogna mettere da parte le questioni personali e pensare al girato, e non sempre e facile per tutti, ma in generale mi sembra che tutti siano sempre contenti e tendenzialmente abbiamo sempre le stesse persone.”
In “Alcooltest” la provincia sembra diventare uno specchio dell’Italia intera. È una lettura che condivide oppure preferisce che il lungometraggio rimanga ancorato al suo territorio?
“Fa piacere sentire queste parole, sinceramente nel tempo ho maturato l’idea che non è necessario che il nostro film sia universale. Non mi dispiace che colpisca in modo particolare un territorio, proprio quello in cui il film è stato realizzato, con le persone che l’hanno creato. Mi piacerebbe, in futuro, riuscire a coinvolgere realtà lontane, magari coinvolgendo città africane o sudamericane in una sorta di gemellaggio cinematografico.”
Cosa è per lei la provincia e cosa rappresenta?
“Sinceramente non sento più un grande scarto tra provincia e città, anche nella mobilità delle persone ormai è difficile segnare un confine netto tra le due dimensioni. Di sicuro, nelle piccole realtà rimane un bel coinvolgimento tra le persone e spesso si può contare sul vicino di casa. Allo stesso tempo ci sono delle controindicazioni, nel senso che è difficile rimanere distaccati dagli altri e poter ritagliarsi una socialità distaccata. Mi piace la dimensione del bar in cui si è costretti ad interagire con persone che la pensano in modo diverso in una società che cerca sempre più di isolare le persone in una autoreferenzialità confortante. La provincia in questo senso mantiene dei bagliori di verità.”
Molti film contemporanei cercano un’estetica molto levigata, mentre il suo sembra rivendicare una certa dimensione artigianale. È stata una scelta estetica o una necessità produttiva trasformata in linguaggio?
“Direi entrambe, anche se è l’unico modo che conosco per fare i film. Non ho mai sentito il bisogno di grandi budget, anche perché nei miei set i compensi sono sempre uguali per tutti, cerchiamo insomma di essere molto trasversali, poi magari ci sono delle eccezioni, ma sempre condivise con tutti.”
Nei suoi lungometraggi sembra esserci spesso un interesse per soggetti che vivono una condizione di marginalità o di sospensione. Sergio, il protagonista, è interpretato da Drupi. Vive in una barca abbandonata, pur trovandosi in mezzo a una comunità. Perché questo tema dell’isolamento è così importante nel suo cinema?
“In generale tutti i miei personaggi sono così, e probabilmente lo saranno. Mi piace l’illusione che abbiamo di essere con gli altri, di condividere le cose. Poi in fondo siamo tutti più o meno consapevoli della nostra piccola solitudine nel mondo e con il mondo. Mi soddisfa mostrare questi lampi di comunità, in cui ci si rende conto che la condivisione, a volte, può farci cambiare, pur rimanendo sempre individui.”
Drupi arriva da un immaginario musicale molto forte. Come è nata innanzitutto la collaborazione e come ha lavorato con lui?
“L’ho conosciuto cercando grandi autori degli anni settanta, poi incontrandoci ho capito che era il personaggio giusto, che poteva ricoprire il ruolo essendo molto spontaneo e sincero. Essendo lui una persona ‘vera’, è stato tutto più facile e diretto.”
Ha cercato di allontanarlo da quell’immagine pubblica oppure l’ha utilizzata come parte del personaggio?
“Non ho fatto grandi ragionamenti in tal senso. Abbiamo lasciato che le cose accadessero, forse anche troppo, visto che la prima messa in fila del film durava più di tre ore.”
Sergio è una persona che porta inevitabilmente con sé la memoria dell’Italia musicale degli anni Settanta. Quanto del vero Drupi è entrato nella parte e quanto, invece, ha dovuto costruire un soggetto completamente diverso da lui?
“Anche in questo caso ho lasciato che il soggetto si confondesse con la memoria degli anni settanta. Non so fino a che punto ci siamo spinti da una parte o dall’altra, ma in fondo non ci abbiamo nemmeno pensato troppo. Anzi, per nulla.”
Sergio cerca di tornare a cantare, ma in fondo sembra cercare soprattutto un modo per tornare a sentirsi vivo. È questo, secondo lei, il vero “Alcooltest” del titolo: capire se una persona è ancora capace di ricominciare?
“Esatto, è un’ottima lettura. Tendenzialmente lasciamo sempre molto aperte le interpretazioni, ma non per vanità intellettuali, ma proprio perché il lungometraggio prende delle proprie direzioni, e gli attori interpretano, e dicono, cose che magari non erano scritte, poi il montaggio a sua volta rimescola il tutto e alla fine il senso si disperde in modo casuale. Ovvio che si potrebbe contestare la poca presenza della regia, ma forse mi piace anche questo. O semplicemente non credo che esista una direzione precostituita e con Caterina, la produttrice, ci piace vedere cosa succede, e che lavoro ne esce. Più che realizzare film, facciamo esperienze cinematografiche.”
In “Alcooltest” convivono realismo, malinconia, comicità e situazioni quasi surreali. Che cosa le permette il surreale che un racconto completamente realistico non le consentirebbe?
“Allora, premetto che io vorrei fare film realistici e senza elementi surreali, poi alla fine – parlo anche del prossimo film che è in montaggio – c’è sempre questa vena surreale che aleggia in ogni scena. Non saprei cosa dire, forse è il mio modo di esistere e di vedere il mondo, di conseguenza escono sempre lavori così, al limite del non-senso. Di sicuro i nostri lungometraggi si riconoscono, ormai non c’è dubbio.”
Se potesse conservare una sola immagine di “Alcooltest”, quella che secondo lei contiene l’anima del film, quale sceglierebbe?
“Lo sguardo del bambino che osserva tutto, senza aprire bocca.”
Lei ha detto che nel suo mestiere la sceneggiatura è soprattutto una traccia e che, durante la lavorazione, scene, attori e montaggio possono prendere una direzione autonoma. Quanto bisogna essere disposti a perdere il controllo per lasciare che un film trovi la propria identità?
“Questo penso sia soggettivo di ogni realizzatore. Nella mia modalità di fare trovo questo ignoto fondamentale. Odio avere una traccia segnata, forse è per questo che non potrei mai fare cinema con produzioni dispendiose, in quel caso i rischi devono essere ridotti. Con la FIFILM, per ora, ci piace rischiare.”
Lei ha parlato della volontà di fare “cinema semplice”, capace di creare mondi fantastici anche senza grandi budget. Per lei il limite produttivo è soltanto una difficoltà oppure può diventare una vera e propria scelta estetica?
“Come dicevo deve esserci libertà di sbagliare, di cercare, di provare. Ricordo con precisione un attore che mi disse che con noi non voleva lavorare perché – secondo lui – ‘noi siamo persone che provano a fare cinema’. Devo dargli perfettamente ragione e sottolineo che continuerò a provare. E, secondo me, non facciamo nulla di male, alla peggio uno non guarda il film o dice che non gli piace. Bisogna dire che comunque nel nostro provarci ci mettiamo ogni attimo della nostra vita con il massimo impegno.”
Oggi si parla molto di cinema indipendente, ma spesso è un termine che significa tutto e niente. Per lei cosa vuol dire fare davvero un film indipendente in Italia?
“Vuol dire non avere una produzione che ti impone dei paletti, come dice il termine stesso. Più paletti hai meno indipendente sei. I paletti li mettono i produttori, i distributori, gli sponsor. Girare una scena con un marchio o essere costretti a prendere un attore o mostrare un edificio storico non è da cinema indipendente. Non c’entra il budget, c’entra la libertà. Noi, al momento, siamo molto dipendenti. Pensi che con ‘Il tavolo’, il nuovo progetto, non abbiamo nessun tipo di sponsor o pressione dall’esterno. Se il film è brutto è tutta colpa mia.”
Attualmente ha terminato le riprese di “Il Tavolo”. Quando potremmo vederlo in sala per scoprire quali tematiche affronta?
“Penso che uscirà nell’autunno del ’27 e, di solito, tendiamo a uscire con un progetto ogni biennio. La storia è proprio di un tavolo che cerca con disperazione di andare al mare. Diciamo che dal punto di vista della sperimentazione non ci siamo fatti mancare nulla.”
Guardando “Alcooltest” insieme ai suoi lavori precedenti, da “Il mio giorno” ad “Affittasi vita”, “Fra due battiti” e “Senza età”, vede una continuità precisa nel suo cinema oppure sente di essere ancora alla ricerca del suo modo definitivo di raccontare il mondo?
“Penso che siano tutti lavori che fanno parte di un grande film. I personaggi si rincorrono da un lavoro all’altro, ritornano, anticipano e cercano costantemente una loro collocazione. Forse un giorno riusciremo a fare un grande lungometraggio che racconta fino in fondo ogni girato realizzato, ma se deve accadere accadrà in modo spontaneo. Intanto ci godiamo il percorso che stiamo facendo con tutte le dissonanze del caso.”
Ilaria Ragni e Andrea Di Sciullo
Ringraziamo Stefano Usardi per la disponibilità all’intervista, gli auguriamo buon lavoro per le sue opere.
