Il teatro Giuditta Pasta di Saronno ha ospitato ‘Il misantropo’ di Molière, una produzione del teatro Franco Parenti di Milano. Alla regia, Andrée Ruth Shammah, direttrice del teatro milanese che stringe un forte legame con quello di Saronno. In un’epoca in cui vanno di moda gli allestimenti moderni, l’artista ha deciso di proporre un’opera tradizionale, per dimostrare quanto, vissuto quattrocento anni fa, Molière sia ancora molto attuale
Andrée Ruth Shammah torna al teatro di Saronno con una drammaturgia che ancora parla al presente. Controcorrente rispetto agli allestimenti moderni, la regista dimostra quanto l’antico sia ancora sorprendentemente contemporaneo. Il soggetto di cui parliamo, uno dei più celebri del commediografo francese, racconta la crisi dell’uomo del Seicento ed è un vero pilastro della storia del teatro.

Il protagonista è un nobiluomo che vorrebbe abbracciare un utopico assoluto di sincerità in una corte costituita da una realtà sociale in cui dominano i compromessi, le ipocrisie e i giochi di convenienza. Alceste è indotto dalla sua rigidità a scontrarsi con chiunque: amici, conoscenti e salotti. È un uomo evitato e deriso, incompreso e emarginato, ma proprio per questo affascinante.
Purtroppo, però, l’amore non si sofferma sui difetti dell’altro: Alceste si innamora di Célimène, una giovane intelligente ma frivola, civetta, regina dei rituali mondani che lui detesta. La fanciulla riesce a circondarsi di ammiratori e non ha intenzione di rinunciare alla vita sociale per seguire l’amato nel suo ideale di franchezza e isolamento.
Il protagonista così decide di ritirarsi dal mondo. È ammirevole nella sua integrità, ma tragico nella sua incapacità di accettare i compromessi della società. Célimène viene invece isolata. Il sipario si chiude, ma il finale resta aperto: quale sarà la sorte dei due personaggi?
Il misantropo delle origini
È impossibile proporre un’opera così come veniva allestita alle origini, poiché gli artisti e il pubblico stesso appartengono all’epoca odierna. La regista, tuttavia, accetta la sfida con risultati sorprendenti, prediligendo un allestimento dinamico, frizzante e spontaneo, finalizzato a manifestare i moti dell’animo dei personaggi.
Naturalmente gli attori sono in costume e i colori pastello, scelti per la corte, sono in forte contrasto con il nero dell’outsider Alceste.
Il cast, che si distingue per una recitazione puntuale e dal ritmo che non annoia, si muove all’interno di un salotto elegante in cui spiccano dei veri e propri candelabri che, in scena, vengono accesi dalla servitù.
Estetica, atmosfera e ambientazione, assumono dunque un sapore antico e prezioso, attirando tra il pubblico i più conservatori amanti del teatro classico. Il merito è di Margherita Palli che ha curato lo spazio scenico in modo sublime.
Il linguaggio teatrale tradizionale: le rime mantenute
La scelta di muoversi in questa direzione, senza lasciare nulla al caso, si coniuga alla stesura della drammaturgia che ha richiesto mesi di scrittura. Un lavoro chirurgico che, intenzionalmente, nella traduzione dal francese di Valerio Magrelli, ha voluto conservare le rime, per rimanere fedeli alla tradizione del linguaggio teatrale classico.
Il risultato è l’autentico gusto di assistere a uno spettacolo che mantiene i registri del teatro seicentesco, seppur anacronistico. Questo, infatti, rimanda a un’interpretazione dal ritmo cantilenante ma intrisa di passione. La metrica così non ha soffocato la naturalezza della declamazione.
Se negli allestimenti moderni non manca il turpiloquio, qui invece trionfano i perbacco e i perdinci che, esclamati con rabbia, trasmettono comunque il medesimo significato che avevano nel XVII secolo. Molière, infatti, nel suo testo aveva inserito anche alcune bestemmie, che il traduttore non ha omesso.
Un debutto emozionante
L’unica nota di modernità è una fittizia maschera rossa del teatro Franco Parenti che allestisce la scena, per poi togliere la tuta e trasformarsi in un servitore. Una piccola ma essenziale comparsa che, all’interno della rappresentazione, rammenta allo spettatore che il teatro è finzione e che non possiamo riportare la regia al Seicento.
Andrée Ruth Shammah ha realizzato numerose prime al teatro Giuditta Pasta ed è stata una grande emozione per lei ritornare a Saronno, al punto che è salita sul palcoscenico prima della rappresentazione per presentare l’opera trasmettendo il suo coinvolgente trasporto.
‘Il misantropo’ è stato un successo ed è pronto a brillare anche al teatro Franco Parenti di Milano dal 3 all’11 marzo.
Valeria Vite
Foto: Asia Ludovica Serpe
Teatro Giuditta Pasta di Saronno
Il misantropo
25 febbraio
da Molière
Regia Andrée Ruth Shammah
Traduzione Valerio Magrelli
con Fausto Cabra
e con (in o.a.) Marco Balbi, Bea Barret, Manuel Bonvino, Angelo Di Genio, Filippo Lai, Margerita Laterza, Francesco Maisetti, Edoardo Rivoira, Emilia Scarpati Fanetti e Andrea Soffiantini
e con la partecipazione di Corrado D’Elia
Costumi Giovanna Buzzi
Cura del movimento Isa Traversi
Luci Fabrizio Ballini
Musiche Michele Tadini
Scene Margherita Palli
Progetto e collaborazione alla traduzione di Andrée Ruth Shammah e Luca Micheletti
Produzione Teatro Franco Parenti – Fondazione Teatro della Toscana
