In ‘Sugo’, pubblicato da Delia Edizioni, Elisa Campaci traccia un ritratto polifonico delle forme di violenza di genere. Una presa di parola delle tarde millennials e della generazione Z, sempre più pronte a ribellarsi, insieme, alle forme più sottili e pervasive del patriarcato
“Chi narra è una molteplicità di voci che si ritrovano l’una nell’altra, non può più essere un individuo perchè le storie delle donne non possono più essere solo storie di singole persone, che vincono o perdono. In queste storie c’è molto conflitto, ma è strutturale (…) risolverlo non è una responsabilità dei personaggi femminili”
Con quella che è, insieme, dichiarazione d’intenti e rivendicazione militante, Elisa Campaci, classe 1996, sintetizza il lavoro che, con ‘Sugo’, l’ha portata dal lavoro come illustratrice – di cui si trovano tracce in apertura e in chiusura di libro, in immagini simboliche da agit prop – alla narrativa, che si presta, con una prosa attenta e asciutta, alla presa di posizione quasi da pamphlet.

E, in effetti, quello che i tredici brevi e ficcanti racconti di questo agile libro compongono, potrebbe tranquillamente essere un saggio (al di là delle classificazioni letterarie, delle violenze che le donne della sua generazione si trovano ad affrontare ogni giorno.
“Ho preso la mia prima ostia grattandola dal palato con una linguetta piena di obiezioni.”
Sugo: la narrativa come verità
È la trama del riconoscimento a legare tra loro voci di donne che – non a caso – sono introdotte dalle parole di maestre che della letteratura, come strumento di riappropriazione e liberazione del loro corpo di donne, hanno fatto una cifra radicale: Annie Ernaux, Helene Cixous e il suo “Il riso della Medusa – manifesto femminista”, ma anche Elena Ferrante, laddove spinge a “opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili”.
Campaci usa la narrativa per dire la verità, e in effetti “Dubitare che una cosa possa succedere o meno è questione di privilegio” di aver avuto la fortuna di non dover toccare con mano la violenza, spesso solo per ragioni economiche o di contesto.
Forse proprio a loro – pacificate e apparentemente distanti, Campaci mette senza fronzoli sotto gli occhi tutte le narrazioni con cui si è preteso di dare forma a come una giovane donna poteva essere, a quali desideri di futuro e libertà del corpo doveva adattarsi a rinunciare, perchè “una bambina non poteva essere dio, poteva ambire a partorirne uno”.
“Non è vero che non serve a niente, che non cambia niente, che va sempre bene tutto. Userò la mia voce anche in un altro modo: starò zitto quando sarà fiato sprecato. Ho una libertà che vale più delle delusioni. L’effetto di una voce è quello di una goccia nel latte d’avena: i cerchi si allargano, allargano, allargano”.
Un femminile deformato dalle abitudini
Da sempre, per quanto oggi in forme nuove, il corpo delle donne è un campo di battaglia, fucina forzata di senso di colpa, di dolore profondo quanto spesso proiettato dall’angoscia di corrispondere a quello che la società, incluso un femminile deformato dalle abitudini, pretende che siano. O di non essere all’altezza di un maschile che non manca mai di farlo notare.
Le donne sono educate a voler essere madri, accondiscendenti, belle, vincenti, e di fronte a tutto questo immaginario l’autrice tratteggia ritratti di donne che lo leggono, vi si scontrano, provano faticosamente a liberarsi.
Mettendo, d’altra parte, sul piatto anche tutte le dinamiche che alla libertà della donna, oggi come allora, è subordinata. A cominciare dalla precarietà economica che avvelena tutta la generazione di Campaci ma che già Virgina Wolf, con la sua rendita annuale e la stanza tutta per sé, poneva come precondizione essenziale alla libertà delle donne, di scrivere come di disporre della loro vita.
“Il mio corpo prende spazio. I miei capelli, i miei peli crescono. Non taglio via niente.”
Le contraddizioni del progressismo ipocrita
Le donne di Campaci parlano di maternità, sessualità, mestruazioni, odori tollerabili e presunta maleducazione, lavoro e ambizione, stupro, giudizio e disprezzo con tutta la franca complessità delle trentenni.
Sono lucide e consapevoli, analitiche e dirette anche nella capacità di leggere la distanza tra ciò che sono e a cui aspirano, ma soprattutto le contraddizioni di quel progressismo un po’ ipocrita che le dichiara libere ma non le vuole tali. Non solo nelle periferie, ma anche fra le sensibilità più evolute, infatti, una donna che ha studiato, che sa di sé e del mondo, è un fastidio, un’occasione di disagio e di invidie.
A tutte le latitudini, anche simboliche, si rintracciano spesso i cascami di un patriarcato forse più lontano, oggi, dall’estinguersi di quanto non lo fosse sembrato negli ultimi anni, almeno a giudicare dal momento storico.
‘Sugo’ è un lavoro a suo modo spietato ma essenziale, in cui ciascuna può riconoscersi e maneggiare come simbolo di tutta la strada ancora da fare per poter davvero dire, come speravano le donne degli anni Settanta, che il corpo è loro e rivendicato il diritto di gestirlo. Senza più dover chiedere scusa a nessuno per essere se stesse.
Chiara Palumbo
Biografia
Elisa Campaci è nata a Padova nel 1996, ha studiato filosofia e comunicazione. Abita a Torino; frequenta spazi culturali indipendenti, femministi, che lavorano sulle narrazioni per l’infanzia.
Per Dalia editrice è autrice del romanzo per bambine e bambini “Febe e i gatti rubastorie” (2021) nella collana Gli Spericolati.
Nel 2025 ha partecipato all’antologia “BookShake Pink” (Einaudi Ragazzi).
“Sugo” è la sua prima opera per il pubblico adulto. Il racconto breve è la forma che ora preferisce.
Elisa Campaci
Sugo
Editore Dalia
Collana Crono corrente
Genere Narrativa letteraria
Anno 2026
Pagine 120
