‘Troppe sere come tante’ di David Bonanni racconta due vite solitarie e ordinarie che si sfiorano appena, tra squallore quotidiano, ironia e malinconia. Un romanzo curioso e ben scritto, capace di rendere interessante la banalità. Pur con qualche linea narrativa dispersiva
“L’importanza del momento. Semplicemente non ce ne accorgiamo. Come quando sorridi spensierato mentre ti scattano la foto che un giorno metteranno sulla tua tomba.”
Il romanzo ‘Troppe sere come tante’ di David Bonanni, pubblicato da La Torre dei Venti, è uno di quei libri che riescono a trovare materia narrativa nella banalità più assoluta dell’esistenza quotidiana. E, a sorpresa, funzionano proprio perché non cercano mai l’eccezionalità.

Bonanni prende due vite marginali, comuni, quasi invisibili, e le trasforma nel centro di un racconto che ha il merito di suscitare interesse senza mai affidarsi a grandi eventi o colpi di scena.
“Negli appartamenti di fronte si potevano scorgere frammenti di vite che avevano proseguito su percorsi ulteriori rispetto a quello su cui sembrava essersi arenata la sua. Si accorse che le stava spiando senza provare alcun sentimento di invidia, come se stesse guardando in televisione l’ennesima replica del solito film di Natale. Pensò che questa fosse la cosa più triste di tutte.”
Atto primo: un lui senza nome e senza passioni
La struttura del romanzo è senz’altro uno degli aspetti più interessanti. La prima parte è ambientata a Roma e segue un protagonista senza nome, dettaglio tutt’altro che casuale.
L’uomo non racconta in prima persona: a farlo è un narratore onnisciente che lo osserva dall’esterno, quasi con lo stesso distacco con cui lui stesso attraversa la propria vita. È un personaggio spento, anonimo, che si muove fiaccamente lungo percorsi professionali privi di entusiasmo, tra colleghi e conoscenze che gli passano accanto senza mai entrare davvero nella sua esistenza.
Vive da solo, conduce una vita fatta di routine e piccoli automatismi, e il romanzo non chiarisce mai fino in fondo se questa condizione gli provochi sofferenza oppure se vi si sia semplicemente rassegnato.
Il fulcro della sua vicenda coincide con l’assunzione come fiscalista nello studio di un avvocato. Anche lì, nelle stanze dello studio, continua a muoversi con la stessa inerzia emotiva con cui affronta ogni cosa.
Tra i vari personaggi compare una segretaria all’apparenza secondaria e ordinaria quanto lui, con cui instaura un rapporto minimo, quasi insignificante. Ed è proprio qui che Bonanni costruisce il passaggio più riuscito del romanzo: terminata la prima parte, scopriamo che quella donna è in realtà la voce narrante della seconda.
A parlare è Chiara Milani, finalmente dotata di nome, cognome e soprattutto di una voce in prima persona. Con ciò, sembra quasi voler prendere le distanze dall’anonimato del collega, seppure conosca come lui la solitudine e i due condividano una certa forma di rassegnazione.
“Non avrei più perso tempo con le rappresentazioni di amori che non esistono, così lontani da rapporti che nella vita reale uomini e donne mettono in piedi tutti i giorni, dove i sospiri non traggono origine da sogni a occhi aperti ma rappresentano, piuttosto, lo sfiato di mal sopportazioni.”
Atto secondo: una lei con un nome e una passione latente
Nonostante le similitudini, rispetto al protagonista precedente Chiara Milani possiede slanci vitali più evidenti. Lo dimostra la scelta di lasciare la provincia profonda di Rofrano, in Campania, per trasferirsi a Roma nel tentativo di emanciparsi dalla famiglia e costruirsi un’esistenza diversa.
Ha inoltre qualche legame umano in più: il lavoro da segretaria arriva grazie ai rapporti instaurati con il figlio del capo e con un collega, e soprattutto la sua insofferenza emerge in maniera molto più esplicita proprio perché è lei stessa a raccontarsi.
È interessante osservare come due vite che si sono appena sfiorate risultino allo stesso tempo così simili e così diverse.
Bonanni riesce molto bene a mettere in scena quel senso di squallore esistenziale, di vuoto quotidiano e di incomunicabilità che permea entrambe le storie. Eppure, dentro questa malinconia grigia, trovano spazio anche momenti ironici: alcune scene sono autenticamente grottesche e strappano più di una risata.
“La verità è che, se avessero chiesto a mio padre di parlare dei propri figli, probabilmente avrebbe risposto che aveva una femmina e un maschio, la malta e il calcestruzzo.”
Troppe sere come tante: lui e lei si sfiorano, gli altri si disperdono
La scrittura è ricercata ma sempre accessibile, senza mai risultare artificiosa. Si percepisce con chiarezza il tentativo, dichiarato anche nelle note finali dell’autore, di mantenere un linguaggio curato ma comprensibile a tutti, e l’equilibrio raggiunto funziona.
Il limite principale del romanzo sta forse nel fatto che alcune linee narrative, soprattutto nella prima parte, sembrano accessorie. Diversi personaggi secondari restano appena abbozzati e certe situazioni paiono introdotte senza che conducano davvero a qualcosa.
A tratti si ha la sensazione di aspettare uno sviluppo che non arriverà mai, per poi capire che proprio quell’assenza di approdo faceva parte dell’intenzione narrativa.
Tirando le somme, ‘Troppe sere come tante’ è una lettura curiosa e piacevole, capace di rendere peculiari le vite ordinarie di due persone qualsiasi. Non tutto convince fino in fondo, e alcune dispersioni narrative lasciano perplessi, ma Bonanni dimostra una notevole abilità nel raccontare il vuoto, la solitudine e la mediocrità quotidiana senza mai annoiare il lettore.
Eva Maria Vianello
Biografia
David Bonanni è nato nel 1975 a Roma, città dove vive e lavora. I suoi racconti sono apparsi sulle riviste Pastrengo, Rivista Blam, Risme, Malgradolemosche e Piccoli indiani; un altro è entrato a far parte dell’antologia “Le cose perdute” (Apogeo Editore, 2020).
Ha pubblicato il romanzo “Troppe sere come tante” (La Torre dei Venti, 2022).
Troppe sere come tante
David Bonanni
Editore La Torre dei Venti
Collana Borea
Genere Narrativa
Anno 2022
Pagine 216
