Al teatro Carcano di Milano, Neri Marcorè porta in scena ‘Gaber – Mi fa male il mondo’ con la regia di Giorgio Gallione: un omaggio filologico e monumentale a Giorgio Gaber e Sandro Luporini che sceglie il dialogo al posto della nostalgia, e trova nel pensiero del signor G una rabbia integra e contemporanea
Che senso ha fare un omaggio a un grande della musica – e del pensiero? E – una volta risposto a questo interrogativo, ne sorge un secondo: come lo si dovrebbe fare?
La risposta portata al teatro Carcano di Milano da Neri Marcorè e Giorgio Gallione in ‘Gaber – Mi fa male il mondo’, grandioso omaggio a Giorgio Gaber e Sandro Luporini (mai disgiunti), è a un tempo filologica e monumentale: nella sua architettura scenica sono compresi quattro pianoforti – e altrettanti giovani musicisti: Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri – ai quattro angoli della scena e un imponente muro – che diventa scatola – di articoli virati al negativo.

Un muro di storie, in cui quello che vediamo sembra essere un riflesso di quello che siamo. Nella filologia, la scelta di aprire con la voce di Gaber come se la luce del palcoscenico illuminasse lui, mentre Marcorè arriva dalla platea a portare in scena una selezione organica e non scontata delle canzoni del Signor G.
Una scelta che recupera anche titoli meno frequentati e oggi angosciosamente contemporanei, da “La peste” a “L’odore” fino a “La nave”, con una coerenza interna che fa presupporre ai meno avvezzi una corrispondenza tra la scaletta dello spettacolo e la struttura di un LP a sé.
Gaber – Mi fa male il mondo: la forza del pensiero
Nella monumentalità c’è da un lato la scenografia, composta di grandi elementi dell’ascolto analogico – amplificatori che diventano scale verso tutt’altro che un paradiso – dall’altro la forza di un pensiero e di una figura che Marcorè sceglie di non imitare, ma che rende vivida senza bisogno di tentare di replicare una prossemica e uno stare in scena fatto di gesti, toni e accenti fortemente riconoscibili.
È una traversata aggiornata quanto basta al tempo del padel e della rete, in cui anche Gaber e Luporini sono diventati una specie di brand in forma di grande insegna luminosa.
Ma c’è ancora un dialogo possibile, per riportare lo spettatore al senso nudo e franco delle esortazioni gaberiane, tanto urticanti allora da parte di un intellettuale non allineato, quanto sorprendenti oggi nell’attualità della sua rabbia e dello sconforto che lo aveva pervaso a inizio millennio.
Ed è il dialogo con le grandi voci del suo secolo: il Pasolini degli “Scritti corsari”, capace di prevedere con 30 anni di anticipo un presente di idee deteriorate e in cui abbiamo lasciato decidere al caso cosa tenere e cosa buttare di quelle vecchie.
La nostalgia come allarme
Che ci sia ancora fame di idee lo dimostra l’applauso a scena aperta ancora tributato a Enrico Berlinguer, la brava persona eternata nel verso di “Qualcuno era comunista”.
Forse di quello più che delle persone si sente oggi il bisogno, mentre le parole di Gaber ricordano che “non fa male credere, fa molto male credere male“: la forza dell’antologia che di fatto compone Marcorè sta proprio, senza eccessi enfatici, nel far dialogare a distanza con oggi i portatori di un pensiero che, nonostante le grafiche proiettate a fondo palco per lasciarli riconoscere, sono lontani dall’essere semplicemente simboli vuoti.
Da Saramago a Calvino passando per Rodari. Inevitabile un certo effetto nostalgia in tempi in cui alle spalle ci sono questi giganti e davanti è presente nero come i pianoforti in scena.
Il suggerimento per uscirne coincide con quello che Riccardo Milani ha scelto per concludere il suo “Io, noi e Gaber”, mettendo la sua macchina da presa davanti a una platea che sintetizza il mondo, mentre un Gaber incarnato in quel caso da suo nipote – eredità delle generazioni successive – invitava a tornare alla strada, dove c’è lo spazio per “verifiche e confronti“, dove finalmente “conoscere chi siamo“, non accontentarsi di restare nella casa in cui si “allontani dalla vita, dalla lotta, dal rumore e dalle bombe“.
Anche, forse soprattutto, in tempi cupi: del resto, probabilmente certe strade si trovano meglio al buio.
Chiara Palumbo
Teatro Carcano | Milano
dal 12 al 17 maggio
Gaber – Mi fa male il mondo
da Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Drammaturgia e regia Giorgio Gallione
con Neri Marcorè
Arrangiamenti e direzione musicale Paolo Silvestri
Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri pianoforti
Lighting designer Marco Filibeck
Scene e costumi Guido Fiorato
Produzione Teatro Stabile di Bolzano e Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber e Centro Servizi Culturali Santa Chiara
