‘Sacro fuoco’ di Emmanuel Venet, edito da Prehistorica, racconta una provincia francese popolata da figure grottesche e meschine. Attraverso un misterioso incendio, il romanzo indaga con sarcasmo e intelligenza i meccanismi del potere, del pregiudizio e dell’ipocrisia umana
“Ogni essere umano rischia il ridicolo a causa dell’inconsapevolezza, ancor più che per l’inettitudine. Non accorgersi delle risate del pubblico: è la triste sorte che distingue l’eroe romanzesco dal protagonista di una commedia a teatro“.
Si dice – o meglio, tradizione vuole – che il primo compito attribuito da Dio agli esseri umani, quello che lo distingue in quanto uomo, sia la capacità – e il compito, di dare i nomi. Alle cose, agli animali, a quel che gli accade intorno.

Non è incidentale partire da qui per parlare di ‘Sacro Fuoco’ di Emmanuel Venet. Con questo romanzo, Prehistorica Editore continua la sua originale opera di consegna al lettore italiano della prosa francese più sagace e ironica. Dopo l’intera collana dedicata a “0000”, l’editore torna infatti a confrontarsi, seppure indirettamente, con l’oltremondano già frequentato in lavori come “Santo Cielo”.
Se però, in quel caso, le atmosfere stavano più che altro dalle parti del teatro dell’assurdo, Beckett qui lascia il posto forse piuttosto a Reza, a un indagine della realtà affilata e piena di tagliente sarcasmo.
E tuttavia, tra i primi aspetti a colpire nelle pagine dello psichiatra francese Venet, prima ancora della messa in scena dei suoi molti e grotteschi personaggi, c’è la fervida fantasia della nominazione. Un esercizio, reso con precisione e creatività dalla traduzione di Alice Laverda, anche a tratti volutamente sterile, a imitazione di un certo burocratese della politica o del vezzo verboso tipico del genere letterario.
“Il senso degli affari non va certo in contrasto con il senso dei valori, che diamine! Il capitalismo merita d essere eternamente processato per stregoneria? Eh?“
Il gioco costante del lettore
È la creazione di parole, re, figure, frammenti di storia o di vissuto di un piccolo paese nel cuore della Francia a indurre il lettore a un gioco costante: indagare quali, tra i tanti nomi e luoghi evocati, siano frutto della fantasia dell’autore e quali invece possano essere rintracciati in un libro di storia o su una mappa.
Digione è geograficamente, il luogo reale più vicino, capoluogo di quella Borgogna perfetta per raccontare l’antonomasia della provincia ad ogni latitudine e in ogni paese, in cui si muovono figure che sono a loro volta archetipi dal nome parlante, come il dottor Fiasque, o il vescovo Lardent della cattedrale di Saint Fresquin, intorno a cui tutto si muove.
Sacro fuoco: la passione proibita
Forse è il caso di dire che l’innesco di ‘Sacro fuoco’ è l’incendio sviluppatosi in modo misterioso all’interno dell’antica cattedrale gotica.
Ed è proprio sulla linea del fuoco che si sviluppa tutta la trama del romanzo: quello dell’incendio ma anche della passione proibita che travolge anche e soprattutto chi, come il prelato medesimo, dovrebbe tenersene alla larga, e in generale annebbia chiunque si trovi ad aver per le mani un po’ di potere.
Ma soprattutto il fuoco dell’odio, che ha ormai ridotto in cenere questi tempi. Tempi in cui, di fronte a una tragedia inspiegabile, il nemico è sempre l’altro: l’uomo nero, il diverso nella sua forma più visibile, poco importa se cristiano.
A questa lunga catena di ingiustizie e violenze che ne segna l’esistenza si aggiunge infine un destino quasi inevitabile: diventare il capro espiatorio perfetto, su cui far ricadere qualsiasi colpa.
C’è poi il fuoco sottile della calunnia, che si insinua tra le pagine del romanzo come una lingua di fiamma o un venticello. L’autore affida ciascun breve capitolo a un protagonista diverso, tessendo una trama di legami – gli stessi dei paesi di provincia – che il lettore è chiamato a ricomporre nel corso della lettura.
“Nessuno stupore che, nella densa orchestrazione dei personaggi, la cifra del genere umano risulti essere, per Emmanuel Venet, il tornaconto individuale. L’interesse del singolo spacciato per interesse comune. Detto in una parola, l’ipocrisia. La scandalosa e invincibile ipocrisia borghese. Che non conosce sostanziali differenze tra i suoi due tipi principali, quello cattolico e quello post-illuminista“.
L’inferno del quotidiano
Un fuoco simbolico cui, tuttavia, di sacro è rimasto soltanto il titolo. Si propaga infatti a illuminare le piccole meschinerie e i grandi orrori da cui nessuno sembra salvarsi: vescovi libidinosi, politici senza scrupoli, medici-guru ciarlatani e criminali, giovani disperati o prigionieri di un idealismo che dura appena il tempo necessario a non voler soffrire il caldo mentre si gioca alla console.
È un fuoco che si alimenta di tradimenti e fiducie infrante. Un fuoco che immerge il lettore nell’inferno del quotidiano, abitato – nella spietata sintesi di Emmanuel Venet – da personaggi quasi disturbanti nel loro essere disgustosi, ipocriti e completamente in balia delle proprie piccinerie.
La provincia, racconta lo psichiatra francese, è un covo di piccoli e grandi mostri. Creature sempre pronte a trasformare in mostri i più fragili pur di proteggere se stesse. Venet le mette alla berlina con l’amarezza di chi sa di stare pronunciando, dietro il ghigno della satira, alcune delle verità più brutali sul genere umano.
“Venet rende scoperto il suo gioco: mostrare con evidenza il dispositivo della finzione (la cattedrale inventata e quella reale) vuol dire affermare al contempo l’istanza di una verità più alta, posta al di là dei fatti per come essi, apparentemente, si presentano“.
Un’umanità meschina e sconfitta
Un’ostinata precisione tassonomica percorre tutto ‘Sacro fuoco’ – fino ad arrivare a precisare il nome scientifico degli uccelli il cui ciclo produttivo sarebbe mutato per sempre dalla trasformazione dell’antica cattedrale in quella moderna del consumo, esito conseguente (inevitabile?) del mutare dei tempi.
Con la stessa esattezza, brutale, Venet tratteggia un’umanità meschina e sconfitta, soprattutto – però da quella assenza di scrupoli che riscrive tutte le storie, anche e soprattutto gli amori, come meccanismi predatori.
Un romanzo acuto dove si ride molto, ma mentre lo si fa si è percorsi da un senso di fastidio solo marginalmente mitigabile dal grottesco delle macchiette che questi personaggi diventano, pur restando – senza scampo – realissimi.
Attraverso una risata – a tratti crudele, a tratti complice – ci accorgiamo di starci prendendo gioco di noi, dei nostri simboli e dei nostri tabù.
E che sarebbe troppo facile, chiudere le pagine insieme alle labbra dopo la risata. ‘Sacro fuoco’ di Emmanuel Venet, indagatore dell’animo umano che dissemina le pagine di piccole vendette – accompagna il lettore come qualcosa di scomodo e pungente, da cui sentirsi chiamati in causa. Come solo i libri intelligenti sanno fare.
Chiara Palumbo
Biografia
Emmanuel Venet è nato nel 1959 a Lione, dove esercita la doppia figura di scrittore e psichiatra. Dando prova di straordinaria varietà di ispirazione, che gli consente di spaziare dal saggio al poema, per arrivare al romanzo, pubblica opere letterarie dettate da una profonda riflessione sull’interiorità, in particolare sulle implicazioni psichiche e psicopatologiche della creatività.
Ama insomma il pizzico della leggera follia e il tocco della vera Letteratura. In Francia è pubblicato dalle eleganti edizioni Verdier, Gallimard, Lettès e La Fosse aux ours.
Ha ottenuto prestigiosi premi letterari, come il “Prix de la Parlotte”, il “Prix Rhônes-Alpes” e il “Prix du Style”.
Emmanuel Venet
Sacro fuoco
Traduzione Alice Laverda
Postfazione Luca Bevilacqua
Editore Prehistorica
Collana Ombre lunghe
Genere Narrativa straniera
Pagine 230
Anno 2026
