Due sguardi diversi, ma pur sempre scrupolosi. Abbiamo infatti già recensito ‘Maschere e figure. Repertorio dei tipi letterari‘, il saggio di Paolo Ruffilli, e ne usciva un quadro approfondito e ben strutturato. Oggi, invece, descriviamo il libro edito da Il ramo e la foglia, in modo diverso. Un testo che ci guida verso le differenti figure, protagoniste di famosi romanzi che non muoiono mai
“La letteratura, ispirandosi alla realtà della vita degli uomini, ha creato nel tempo una galleria di ‘tipi‘: modelli esemplari, archetipi, ai quali sono riconducibili, nelle loro molteplici sfumature, tutti i personaggi degli infiniti racconti venuti alla luce del mondo. I tipi sono l’evoluzione di quelle “maschere” che rappresentano una condizione in qualche modo primitiva, alle origini dell’avventura letteraria e a sviluppo di quello che all’inizio era l’impiego teatrale per l’individuazione schematica di dati caratteriali e fisici”.
Ai lettori, come dirà in seguito la psicoanalisi, piace identificarsi con tutti i personaggi, ma tenendoli ben separati nei loro caratteri, sentirsi insomma alternativamente dottor Jeckyll e mister Hyde.

Il prologo del saggio ‘Maschere e figure’, di Paolo Ruffilli, restituisce, in poche battute, il senso di questo piacevole e interessante lavoro di caratterizzazione dei personaggi dei testi classici che, per l’autore ,di rado “sfuggono alla classificazione dentro una delle tipologie consacrate dall’uso plurisecolare della tradizione letteraria”.
Chi di noi, infatti, nella piacevole solitudine della lettura, non ha incontrato , detestandoli, o in cuor suo ammirandoli, il pigro, il libertino, l’ipocrita, l’ingenuo, il bello, la donna fatale, il malvagio, il vanitoso e l’androgino?
Nove tipi letterari su cui l’autore si sofferma, facendoci scoprire difetti e manie dei nostri personaggi preferiti.
“Questo repertorio intende esplorare i tipi fondamentali che il lettore incontra nei suoi romanzi e racconti preferiti.”
Maschere e figure: le personalità nei romanzi
Si descrive il pigro come superfluo, accidioso, ignavo, abulico, irresoluto, inetto, nihilista, indifferente, estraneo. Spesso protagonista delle novelle della commedia dell’arte, sul modello dei tipi elaborati dai testi greci e latini. E ha prodotto non poche figure di primo piano, nella letteratura russa, più tragica che racconta dei superflui: uomini incapaci di integrarsi nella società.
E poi fino al Novecento, nella crisi esistenziale di personaggi precipitati di colpo nell’inettitudine, nell’indifferenza e nella nausea, come Leopold Bloom di Joyce, Vitangelo Moscarda di Pirandello in “Uno, nessuno e Centomila”, Zeno Cosini di Svevo e lo straniero di Albert Camus.
Non stupisce che il pigro sia stato o rappresentato sempre al negativo. Basti pensare al disprezzo di Dante per gli ignavi che nella “Divina Commedia” colloca nell’antinferno, perché non li ritiene neanche degni di stare nell’Inferno.
Il libertino è invece seduttore, dongiovanni, casanova, aguzzino. È di fatto una canaglia priva di ogni tipo di scrupoli, in cui ci imbattiamo spesso nelle pagine di autori senza tempo. Come non ricordare Don Giovanni, il leggendario cavaliere spagnolo, e Giovanni Casanova, attore e autore del racconto autobiografico.
“Ma – precisa Ruffilli – tra i due ci sono delle differenze. La figura di Don Giovanni è quella del seduttore in fuga che si accosta alle donne per farne oggetti del suo desiderio, in fondo odiandole o per lo meno non amandole, mentre Casanova, nella sua opera di seduzione, sacrifica al desiderio la sua stessa vita, e il desiderio si fa veicolo di quella pulsione che ha bisogno dell’ammirazione e della riconoscenza della donna sedotta.”
Mentre l’ipocrita è cinico, falso devoto, falso malvagio, fariseo, scettico, impudente, sofisticatore, cavillatore.
“Ho commesso fornicazione, ma in un paese straniero, e inoltre la ragazza è morta”. Che cosa meglio di questa famosa battuta di Christopher Marlowe per introdurre all’ipocrisia? A dare personalità e statura alla maschera dell’ipocrita è stato, per Ruffilli, il Cinquecento italiano delle corti e della diplomazia, sul modello machiavellico dell’uomo privo di freni morali inibitori per raggiungere il suo scopo.
E come non citare il falso devoto di Molière, grande raccontatore di vizi e manie della Francia del Seicento: il Tartufo, che entra nelle grazie di Orgone approfitta della sua bigotteria per insidiargli la moglie e il patrimonio.
Altra ipocrita, secondo l’autore, è Emma Bovary, invasata dalle letture che ha fatto in gioventù, sogna una vita che non trova riscontro nella realtà del suo matrimonio e della quotidianità di provincia.
“Nessuno ha cercato davvero di dimostrare che, magari, l’inclinazione al grado zero del livello di vitalità potrebbe essere
una legittima difesa o addirittura il meccanismo di compensazione. Di chi, quasi in ibernazione e con il metabolismo
rallentato, per sopravvivere traduce la perplessità in distacco. Dobbiamo fare i conti, del resto, con i personaggi come sono usciti dalle penne dei loro autori e non quali avremmo voluto che fossero.”
Altre tipologie di indole disegnate dagli autori
Candido, babbeo, sempliciotto, buon selvaggio, innocente e idiota si presenta l’ingenuo. E “di personaggi ingenui – scrive Ruffilli – uno scrittore ha sempre bisogno“.
Non per ridere alle loro spalle, o non solo per questo, quanto piuttosto per far risaltare di riflesso quanto poco sia ingenuo il mondo.
Se l’ingenuità consiste in una sostanziale inesperienza, abbiamo il tipo dell’apprendista, destinato a migliorare, di cui il Candido di Voltaire è il modello più incisivo. Se questo tipo di personalità è frutto solo dell’insipienza e della dabbenaggine ecco farsi strada i sempliciotti come Calandrino del “Decameron” di Boccaccio.
A questa casistica, secondo l’autore, appartiene anche il “Fu Mattia Pascal” di Pirandello che, creduto morto e diventato ricco al gioco, pensa di poter sfuggire ai vincoli sociali, alla legge e allo stato civile, privo ormai del suo nome e della sua identità.
L’analisi prosegue con il bello. Dunque, fascinoso, irresistibile, belloccio, vanesio e bamboccio. “La bellezza – infatti – in letteratura – è considerata da Ruffilli – il primo e fondamentale elemento degli innamoramenti a prima vista, che a loro volta sono un altro essenziale, se non principale, ingrediente di tutte le storie di ogni tempo.”
I Greci comunque non cercavano altre giustificazioni per la bellezza e non si stupivano se era legata il più delle volte alla stupidità o alla cattiveria, riconoscendo il caso che si potesse incontrare qualcuno bello e buono.
Molto piacente è Julien Sorel de “Il rosso e il nero” di Stendhal, arrivista di bella presenza, ma generoso, mentre l’esempio più lampante di bello senza altre qualità è quello di Fabrizio del Dongo, il protagonista della “Certosa di Parma”, dello stesso autore.
Tra fan fatale e spietatezza
Mantide, virago, maga, vampira, pantera. Così viene contestualizzata la donna fatale. E di donne fatali ce ne sono state sempre nel mito. Sulla scena letteraria la femme fatale si prende la scena intorno alla metà dell’Ottocento, quando – scrive Ruffilli – le “vergini funeste” si fanno sempre più di frequenti protagoniste dei romanzi, con la loro bellezza torbida che evoca sventura e morte. Imperiose e crudeli, egoiste e aguzzine.
Una donna scaltra che conosce gli uomini, li schiavizza e se ne serve per interesse è Grusenka, dei Fratelli Karamavov, che incarna l’idea di Dostoevskij del bello come male e della quale si dice che non colpisce esteriormente per la sua bellezza ma per qualcosa che c’è in lei di velenoso. “Seduttrice, ingannatrice, svergognata” la definisce il vecchio Karamazov.
Femme fatale è anche Carmen, la sfrontata sigaraia di origine gitana che, nella novella di Merimée e poi nell’opera lirica di Bizet fa innamorare l’ufficiale che dovrebbe arrestarla per un accoltellamento.
Il malvagio, al contrario, è spietato, perfido, perverso, insensibile, indifferente,infame, maligno, scellerato. I malvagi, purtroppo, hanno spesso la meglio sulla terra: detengono il potere, manovrano il danaro, godono del bello (cibi, corpi, cose, luoghi), vivono a lungo, calpestando tutto e tutti.
Lo ha riconosciuto, dal tempo dei tempi, anche la “Bibbia”. Però poi spesso al malvagio si dà la possibilità di riprendersi all’ultimo momento, con il pentimento, l’anima venduta a diavolo. È il caso del Faust di Goethe a cui il sapere non ha dato né pace né felicità e che, pronto a cedere alle lusinghe di Mefistotele, invocherà tuttavia la potenza redentrice del sangue di Cristo.
Vanità e androginia
Le ultime due figure analizzate in ‘Maschere e figure’ sono il vanitoso e l’androgino. Il primo ha una personalità eccentrica, fatua, dandy, frivola, esteta, superba e presuntuosa. Il secondo, è invece un ermafrodito, ambivalente e ambiguo.
La vanità – ha scritto Jules Barbey D’Aurevilly – è nella gerarchia dei sentimenti del nostro animo tutt’altro che all’ultimo posto, eppure è screditata sempre da tutti i moralisti. E quando la vanità è soddisfatta e fa sfoggio di sé, diventa fatuità.
“Nella ricerca inquieta dell’altrui approvazione – scrive Ruffilli – la vanità è addirittura di maggiore utilità dell’amore, dell’amicizia e dell’orgoglio. Infatti, l’amore, l’amicizia e perfino l’orgoglio si basano sulla preferenza di un altro, di molti altri o di sé, e questa preferenza è esclusiva.”
Il mito dell’androgino è presente nel “Simposio”, dove Platone tratta il tema dell’amore. A parlarne è Aristofane, il famoso commediografo greco, che sceglie la leggenda come veicolo della sua opinione su Eros e dice che nel passato remoto non esistevano solo i due sessi maschile e femminile ma anche il sesso androgino, con i caratteri maschile e femminile in comune.
A quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due facce orientate in direzione opposta e una sola testa, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe, due organi sessuali, ed erano tondi. Grazie al al suo fascino, l’aspirazione alla figura androgina caratterizza i romantici tedeschi come Novalis o Schlegel.
“Il libro è pensato come una “guida” alla lettura o alla rilettura attraverso determinati personaggi, protagonisti o comparse importanti, nell’ottica di “presenze” suggestive e coinvolgenti o respingenti, non in una chiave propriamente di critica letteraria, senza tuttavia rinunciare alle notazioni critiche sul valore e sulla qualità delle pagine richiamate attraverso i personaggi che le abitano.”
Maschere e figure: l’immaginario dialogo tra noi e l’autore
Ci sentiamo di consigliare questo libro perché ci ha ricordato tanti romanzi, tipi letterari e storie senza tempo. Ruffilli, infatti, in ‘Maschere e figure’ sembra conversare con noi dei difetti e delle manie di personaggi eterni come Giacomo Casanova, Madame Bovary, Mattia Pascal, Tartufo, Zeno Cosini e molti altri, tutti accomunati, per dirla con Pirandello, “da una vita eterna, al contrario di noi mortali“.
Ci piace l’idea di un immaginario dialogo con l’autore, quasi come se ci trovassimo a parlare intorno a uno dei tanti circoli di lettura, sempre più presenti in tutta Italia.
Perché spesso, dopo aver divorato un testo, che vorremmo non finisse mai, sentiamo il bisogno di confrontarci su questo o quel personaggio, sulle sue riflessioni, sul suo carattere e sulle conseguenze delle sue scelte, facendo nostra anche la riflessione sull’identificazione del lettore nei personaggi.
Per dirla con Marcel Proust, che pure è presente in questo saggio, “ogni lettore, quando legge, legge se stesso.” Pertanto, l’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.
Anna Merola
In copertina: particolare di un dipinto a olio su tavola di Georg Reimer
(In biblioteca, 1850-1866, Museo Nazionale di Varsavia)
Biografia
Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, ma è originario di Forlì. Si è laureato in Lettere, all’università di Bologna.
Per anni ha collaborato alle pagine culturali dei quotidiani “Il resto del Carlino”, “Il Giornale”, “La Repubblica”, “Il Gazzettino”.
Fa il consulente editoriale. Per vent’anni ha lavorato per l’editore Garzanti e oggi dirige la Collana di poesia “Biblioteca dei leoni”.
Ha pubblicato di poesia: “Piccola colazione”, Garzanti, 1987, American Poetry Prize; “Diario di Normandia”, Amadeus, 1990; “Camera oscura”, Garzanti, 1992; “Nuvole”, con foto di F. Roiter, Vianello Libri, 1995.
Paolo Ruffilli
Maschere e figure
Repertorio dei tipi letterari
Edizioni Il Ramo e la Foglia
Collana Saggi
Genere Saggio
Anno 2023
Pagine 152
