Andrea Perrozzi
“Credo che il compito dell’arte non sia quello di rincorrere l’attualità, ma di creare una memoria emotiva. Il mio ultimo brano non nasce per ‘informare’, ma per restare. Perché quando una ferita ti entra sotto pelle, anche se il faro mediatico si sposta, tu continui a sentirla“
Da novembre scorso, su tutte le piattaforme digitali è disponibile il nuovo brano del cantautore Andrea Perrozzi: “Laggiù”. Uno struggente ritratto dell’infanzia rubata a un bambino senza nome di Gaza, che intende rappresentare tutte le puerizie estorte del mondo.

Dopo un periodo di pausa, infatti, il musicista riprende la propria attività artistica con un nuovo emozionante singolo che segna la riapertura del suo immaginario musicale: un testo dettato dalla necessità impellente di raccontare una realtà drammatica, accompagnato da una melodia delicata e morbida al contempo.
Una canzone profonda, densa di rime, che parla dell'”apparente libertà“, di risate e felicità poi negate dalle bombe. Parole che emergono dall’animo sensibile di Perrozzi: si percepisce forte il dolore per una situazione divenuta ormai incontrollabile.
“lacrime tra sangue e polvere / muri che l’odio ora sgretola / grida che annegano l’anima“, frasi che parlano al cuore e che graffiano l’anima di chi ascolta.
Perrozzi, inoltre, ci racconta esprime il suo rapporto con la musica, di quella che “deve porre domande” e dovrebbe scuotere le coscienze di ognuno. Contro la velocità dei nostri tempi che depaupera i contenuti musicali, il cantautore – che mantiene salda una sua identità musicale – ci spiega infine cosa rappresenta per lui Sanremo e il mestiere allargato di alcuni suoi colleghi.
Andrea Perrozzi, “Laggiù” è un’urgenza di dare voce a chi non ne ha. Ci racconta come si è sviluppato questo progetto artistico?
“La canzone è nata da un’insonnia, da una serie di nottate in cui le immagini non riuscivo più a respingerle. La musica è arrivata quasi subito, come la polvere sui comodini. Il testo invece ha avuto bisogno di tempo, di sedimentare. Cercavo una parola da gridare, un luogo simbolico dove far finire tutto ciò che il mondo decide di non vedere più. ‘Laggiù’ è diventato quel luogo: dietro l’orizzonte, fuori dallo sguardo. Il problema è quando ‘laggiù’ diventa oltre la coscienza.”
Cosa ha pensato quando ha capito che aveva terminato quest’opera?
“Quando ho capito che ‘Laggiù’ era finita non ho provato sollievo, commozione e subito dopo silenzio. Quel tipo di silenzio che arriva quando senti di non poter aggiungere né togliere nulla, perché ogni parola è lì per necessità. Ho pensato che non fosse una canzone ‘riuscita’, bensì una canzone necessaria a me che tuttavia, in qualche modo, non mi appartenesse più: era diventata uno spazio in cui altri avrebbero potuto entrare.”
Il brano è uscito a fine novembre e continua a vibrare sotto pelle. Come fare per tenere viva l’attenzione?
“Il problema è proprio questo: l’attenzione è diventata stagionale, intermittente. Giusto il tempo di leggere la prossima cosa, di passare ad altro. Il dolore invece no. Rimane. Credo che il compito dell’arte non sia quello di rincorrere l’attualità, ma di creare una memoria emotiva. Il mio ultimo brano non nasce per ‘informare’, ma per restare, spero. Perché quando una ferita ti entra sotto pelle, anche se il faro mediatico si sposta, tu continui a sentirla.”
Cosa prova quando suona questa canzone dal vivo? Come reagiscono le persone?
“Ho eseguito ‘Laggiù’ davanti a un pubblico numeroso soltanto una volta ed ero davvero terrorizzato. Cosa succederà? Arriverà quello che voglio dire? Arriveranno le immagini? Il mio dolore? Non c’è stato applauso immediato, ma un attimo sospeso. Poi ho visto tanti occhi lucidi e per me quello è stato il segnale più forte: significa che qualcosa è arrivato dove doveva arrivare.”
Una storia che sembra ripetersi: cosa manca a questa società?
“La memoria. La storia sembra ripetersi perché, in realtà, si reitera. La sofferenza, quando passa il tempo, diventa qualcosa che è successo laggiù, indietro negli anni, a qualcun altro. E così ci sentiamo assolti. Viviamo tutto in tempo reale, ma dimentichiamo in fretta. Le tragedie diventano immagini da consumare: ci indigniamo, ci commuoviamo, ma senza assumerci il peso di ciò che vediamo. Tutto scorre alla velocità di una notifica, di una storia di Instagram che dura pochi secondi e poi sparisce. Finché il dolore resterà qualcosa che riguarda sempre gli altri, finché lo sdegno lo lasceremo laggiù, continueremo a non imparare nulla.”
“Mi interessano gli artisti che non hanno paura di togliere, più che di aggiungere”
Quanta valenza ha la musica di carattere civile: quanto è importante sensibilizzare la platea attraverso le parole?
“Credo abbia ancora una valenza enorme, anche se oggi sembra più scomoda. Non credo debba spiegare o dare risposte: deve porre domande. Sensibilizzare non significa convincere, ma far sentire qualcosa che spesso scegliamo di non vedere. Le parole, se usate con onestà, possono ancora aprire una crepa, e da lì far passare un po’ di luce. Spero“.
Come percepisce lo stato della musica italiana?
“La vedo molto vitale dal punto di vista produttivo, ma spesso un po’ fragile sul piano del racconto. C’è tanta attenzione alla forma, al suono, all’immagine, e meno al contenuto profondo. Non è una critica generazionale: è un momento storico. Io sento una certa distanza, ma continuo semplicemente a cercare uno spazio mio, dove le canzoni abbiano il tempo di respirare“.
Quali cantautori sono stati essenziali per la sua formazione e chi predilige attualmente?
“Sono cresciuto con il grande cantautorato italiano: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Fossati. Artisti che hanno saputo essere popolari senza rinunciare alla profondità. Oggi sento molto vicino il percorso di Niccolò Fabi, per il modo in cui riesce a unire intimità, pensiero e silenzio. Ma anche Silvestri, Brunori o cantautori meno conosciuti come Andrea Laszlo De Simone. Mi interessano gli artisti che non hanno paura di togliere, più che di aggiungere“.
Ultimamente alcuni suoi colleghi conducono programmi TV o radio musicali: come legge questa realtà?
“La leggo come un bisogno di allargare il racconto. Oggi la musica non vive più soltanto nei dischi o nei concerti: vive nel dialogo, nel contesto, nella relazione. Qualche anno fa mi è stata proposta la conduzione di un programma importante in una radio nazionale, ma ho scelto di non allontanarmi dal mio luogo naturale, che resta il teatro e la musica. Sperimentare altri linguaggi significa restare presenti, trovare nuovi modi per condividere un percorso, senza però perdere il centro da cui tutto nasce“.
Infine, per lei Sanremo – che comincerà l’ultima settimana di febbraio – cosa rappresenta?
“Il Festival di Sanremo resta un rito collettivo importantissimo, uno specchio del Paese, con tutte le sue contraddizioni. Non lo vedo come un traguardo in sé, ma come una possibilità. Dipende sempre da cosa si ha da portare su quel palco e dal motivo per cui lo si fa“.
Annalisa Civitelli
Ringraziamo Andrea Perrozzi per la disponibilità all’intervista
