Al teatro Gerolamo di Milano, per sole due serate, è andato in scena ‘Alice non canta De Andrè’. Scritto da Alice De Andrè e Alessio Tagliento, lo spettacolo è una dichiarazione d’amore mascherata da stand up comedy dove la memoria si fonde al talento
De André, canta!, una pretesa che insegue tre generazioni, dalla sera in cui è nata “Amico Fragile”, in una notte a Portobello di Gallura, in cui è la canzone stessa a dimostrare come il suo autore volesse strapparsi di dosso l’obbligo a smettere di essere sé, pensante e umano, per diventare un simbolo, o peggio, un passatempo.

Un’aspettativa che morde anche le generazioni successive, soprattutto se hanno scelto di salire su un palco, dove, prima di loro, entra in scena un cognome.
Alice non canta De Andrè: ricamare intorno a una memoria diffusa con la voce
Lo ha capito bene Alice De André, che non lo canta, ma (prima di partire per una tournée in tutta Italia) lo porta sul palcoscenico del teatro Gerolamo di Milano, dove ha già dimostrato talento e intelligenza accompagnando, da regista, la compagnia degli allievi della fondazione “Un futuro per l’Asperger”.
Questa volta, però, con lei c’è soltanto la violoncellista Giulia Monti a ricamare intorno a una memoria trasmessa con la voce. E quel nome ingombrante di un nonno che “era già leggenda quando io ero ancora un’ecografia“, e che per lei, nata a maggio del 1999, è un affastellarsi di segni, su di un tavolo in mezzo al palcoscenico come dentro il racconto.
Di simboli, per ricostruire un puzzle a cui manca sempre un pezzo, forse quello più importante, fatto di reminiscenze che siano condivise. Diventa così una memoria ricostruita, sognata, percepita come una carezza dietro la nuca posata da un profumo da cui provare a fuggire, rompendo la commozione con l’ironia, scherzando su aspettative e responsabilità, fin da quando si è accorta che, se non puoi cancellare ciò che sei, puoi almeno giocarci dentro.
Un’attrice lucida e tagliente
La postura, in effetti, è quella della stand up comedian – anche se i numeri, con queste premesse, sono giusti anche per molto altro.
Per cui, certo, in questo commuovente e divertente ‘Alice non canta de André’ c’è il ricordo del nonno, ripercorso come un sogno lieve che da lui scivola ai personaggi delle sue canzoni apparsi come compagni di strada e ombre tenere.
Soprattutto, c’è una giovane donna che tiene il palco con la proprietà di un’attrice compiuta, lucida e tagliente quanto basta per emanciparsi da tutti quei fan che – trasformando la gratitudine in fanatismo – si sentono autorizzati, da fuori, a misurare sulla pelle degli altri l’aderenza all’ideale asettico costruito sull’idolo Fabrizio De André.
Stand up per raccontarsi
Sul palco, infatti, c’è un’attrice che – supportata dalla fine penna di Alessio Tagliento – racconta con grazia e naturale dolcezza, senza indulgere mai nell’offerta della nota aneddotica o di colore da aggiungere al carniere di chi ne vuole sommare ancora alla sua convinzione di saperle già tutte.
Perché quello che Alice ha voglia di dire è – innanzitutto – se stessa, ridendo con un’ironia rivestita di garbo, a riprova che far sorridere si può senza cercare la risata bassa, e senza far perdere, di contro, alla comicità, un’unghia del suo potenziale affilato.
Si tratta di saperla maneggiare con abilità, di possederne abbastanza da fare, anche di eventuali minimi inciampi, pezzi di teatro con la stessa scioltezza con cui ci si presenta all’altro.
Alice non canta De Andrè: un atto d’amore
Ma un atto d’amore, sincero quanto giocato sul filo della commozione sia per chi interpreta sia per chi ascolta, emerge con forza da questo debutto: ma prima che al nonno, Alice lo indirizza a suo padre, Cristiano, e al suo straordinario talento che, prima e più di tutti ha pagato e continua a pagare, da musicista, lo scotto di quel “De André canta“, purché sia lui e non te stesso.
(Nonostante dischi come “Scaramante”, non avessero avuto sopra un paragone così pesante, sarebbero stati annoverati tra i migliori degli ultimi decenni).
Alice lo fa nelle memorie di una bambina cresciuta con la fantasia come necessità, e nella poesia di un angolo di Sardegna, la prima che il nonno ha scoperto e che suo padre ha scelto, in cui sono passati anche Paolo Villaggio, Marco Ferreri e Tognazzi, ma dove ha abitato l’amore di un padre e di una figlia per cui ogni stella ha una favola da raccontare.
Sulla scena, tuttavia, c’è anche l’adulta che riconosce le contraddizioni di un legame che certe cose “fa fatica a dirle. Ma se gli insegni le stelle, forse lo salvi“.
È nata un’attrice
Ne emerge un’ora abbondante piena di ritmo e risate, sorprese e virate. Percorsa da una vena di poesia fatta di fragilità condivise senza perdere pudore, ma senza nascondere la verità – passato il momento in cui a un giovane “se gli dici che è speciale un po’ ci crede” – della fatica di quanto arriva la fase che le promesse chiede di mantenerle. Con il peso ulteriore di un marchio che non concede la distrazione del mondo.
Alice De André, con ‘Alice non canta De Andrè’, ha costruito uno spettacolo profondo e articolato, talmente ricco di picchi emotivi – riflesso evidente di tanta voglia di dimostrare da non aver paura dell’accumulo – che le consentono di poter contare parecchi possibili finali.
E ha dimostrato di avere i numeri, la naturalezza alla scena e l’intelligenza per dare al teatro italiano una nuova validissima interprete. A patto, come dice una canzone, “di continuare ad andare, per vedersi in mezzo al mare, sopra un’onda che non può tornare“.
Irene Sereia Villani
Teatro Gerolamo | Milano
7 e 8 febbraio
Alice non canta De Andrè
di Alice De Andrè e Alessio Tagliento
Regia Alice De Andrè
con Alice De Andrè
e Giulia Monti Violoncello
Produzione Talia Produzioni
