Lo spettacolo ‘Infinita’, del collettivo tedesco Familie Flöz, è andato in scena al Teatro Brancaccio di Roma nelle serate dell’11 e 12 aprile. La compagnia, attiva da anni sulla scena internazionale, è conosciuta per un linguaggio teatrale visivo e non verbale, costruito sull’uso della maschera e su una rigorosa espressività corporea
‘Infinita’ il nuovo, meraviglioso lavoro del collettivo Familie Flöz, si sviluppa come una sequenza di visioni che attraversano l’esistenza umana senza mai fissarsi in una narrazione lineare. Piuttosto, lo spettacolo procede per accostamenti: la nascita si intreccia con la vecchiaia, l’infanzia si riflette nella fine della vita.

Si osservano corpi che imparano a stare al mondo – inciampando, esplorando, giocando – e altri che progressivamente si congedano da quello stesso mondo, con movimenti sempre più fragili e rarefatti. Il risultato è un flusso di immagini che non spiegano, ma suggeriscono, lasciando emergere un’idea circolare e quasi sospesa del tempo.
Infinita: una storia universale
‘Infinita’ si distingue per una costruzione attentamente calibrata, dove ogni elemento è essenziale e nulla appare superfluo. Le scene si susseguono creando un ritmo che alterna momenti di leggerezza a improvvise aperture più intime e contemplative.
La regia non spinge verso un significato univoco, ma allestisce uno spazio in cui lo spettatore è libero di muoversi, riconoscendo frammenti della propria esperienza.
Le tematiche, pur essendo universali, vengono trattate senza enfasi; non c’è alcuna volontà di spiegare o di moralizzare: la vita è osservata nei suoi dettagli minimi, nei gesti quotidiani che acquistano, proprio per la loro semplicità, una risonanza più ampia.
La comicità, sempre presente nelle produzione di Familie Flöz, nasce spesso da situazioni elementari, ma è una comicità che non cancella mai una sottile vena malinconica. Al contrario, le due dimensioni convivono e si alimentano a vicenda, dando forma a una poetica delicata ma incisiva.
Teatro artigianale
Il lavoro attorale è come sempre l’aspetto più sorprendente: gli interpreti, nascosti dietro maschere realizzate da loro stessi, rinunciano completamente alla parola e affidano ogni intenzione al corpo.
In questo contesto, il gesto diventa preciso: un’inclinazione della testa, una pausa, un movimento appena accennato sono sufficienti a delineare un’emozione o una relazione.
La maschera, anziché limitare l’espressività, l’amplifica, costringendo l’attore a una disciplina rigorosa e, al tempo stesso, liberandolo da ogni naturalismo.
‘Infinita’ non cerca effetti spettacolari, ma dà vita a una forma teatrale primordiale, quasi artigianale, in cui ogni elemento – dalle maschere alla composizione scenica – contribuisce a un disegno coerente.
Questo è uno spettacolo che non si impone, ma che si deposita lentamente, lasciando nel pubblico una traccia discreta e persistente, come un ricordo difficile da collocare nel tempo ma impossibile da ignorare.
Gabriele Amoroso
Foto: Silke Meyer
Teatro Brancaccio
11 e 12 aprile
Infinita
di e con Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel
Produzione Familie Flöz, Admiralspalast e Theaterhaus Stuttgart
