Il teatro Giuditta Pasta di Saronno presenta un titano alle prese con un capolavoro della letteratura americana: Massimo Popolizio porta in scena ‘Furore’. Una lettura intensa, amplificata dalle percussioni, in cui la parola si fa materia viva. Una chiusura di stagione all’altezza di un teatro che ha saputo distinguersi nel panorama regionale e provinciale
Nel 1936 Steinbeck raccoglie testimonianze dirette sui contadini dell’Arkansas e dell’Oklahoma che si sono trasferiti in California in seguito ad una tempesta di sabbia e alla Grande Depressione. Gli scritti verranno utilizzati per realizzare il celeberrimo romanzo, uscito nel 1939: “Furore”. Vengono così messe in luce le dinamiche sociali ed economiche che hanno generato una delle più imponenti migrazioni interne degli USA, intrecciando cronaca, politica e umanità.

La narrazione ripercorre la devastazione dei terreni agricoli, sottratti di conseguenza dalle banche a famiglie sommerse dai debiti. Segue un epico viaggio di massa lungo la strada 66 tra speranze e disavventure che minacciano persino la sopravvivenza delle persone, per poi concludersi con l’insediamento in baracche in California.
Tale nazione è una meta sognata da migliaia di migranti, che sperano di trovare lavoro e dignità. I loro desideri vengono infranti dalla popolazione locale, che si dimostra razzista nei confronti dei nuovi arrivati. I passi corali, che raccontano la storia di un intero popolo, si intrecciano alle vicende delle singole persone, che conferiscono colore alla trama.
Furore: la voce come materia scenica
Il pluripremiato Massimo Popolizio non ha bisogno di presentazioni: ha ottenuto visibilità e riconoscimenti, trionfando sia sullo schermo sia in teatro, realizzando persino audiolibri. Ha incantato la platea con un lungo monologo, leggendo alcuni estratti del testo letterario.
La voce, il timbro e l’espressione vocale, mutevoli ed eclettici, hanno dato corpo e consistenza alle parole di Popolizio. La sua energia, contagiosa, ha reso incalzante il ritmo della lettura: l’attore ha incarnato sia la voce narrante sia i singoli personaggi, mimando contadini e accenti, commercianti e moribondi, bambini e gendarmi.
Nonostante l’ipnotica gestualità, la postura di Popolizio si è rivelata molto statica e i suoi spostamenti si sono ridotti al minimo. Si tratta di una soluzione tipica delle letture teatrali, in quanto l’interprete necessita di un leggio e il regista vuole che sia protagonista la voce.
Percussioni irresistibili: un tessuto ritmico tellurico
Frasi e parole rimbombavano nella sala, mutando quasi in poesia e diventando talvolta onomatopeiche, grazie alla risonanza delle percussioni o alla melodia di un’armonica di Giovanni Lo Cascio.
Batteria, tamburi, maracas e molto altro ancora costruiscono un paesaggio sonoro che funge da contro-canto alla voce narrante, sottolineando tensioni, atmosfere e paesaggi emotivi del racconto.
Lo Cascio non si limita ad un accompagnamento musicale tradizionale: crea un tessuto ritmico e materico, spesso tellurico, che amplifica la dimensione epica e civile dello scritto di Steinbeck.
Dovendo restare seduto e circondato dai suoi strumenti, anche il musicista sul palco ha una presenza immobile, quasi ieratica, ma ciò non consiste affatto in un difetto, perché la sua fisicità affascina lo spettatore. Infatti, diverso è il discorso per il suono: Lo Cascio esegue le musiche dal vivo, strutturando la messa in scena su un preciso impianto ritmico.
Un impianto visivo che ricorda le sofferenze degli immigrati
Massimo Popolizio, pur avendo dimostrato in passato una notevole versatilità, sceglie qui un’impostazione registica fondata sull’immobilità, sacrificando la dinamica scenica in favore della centralità della parola.
Il tempo mutava soprattutto grazie alle immagini proiettate sullo sfondo: fotografie d’epoca e i titoli dei capitoli affrontati dal narratore. Immagini in bianco e nero capaci di trasportare il pubblico in un’epoca passata eppure universale per ogni persona che lascia il proprio paese.
L’edizione italiana integrale di “Furore” è costituita da 656 pagine che, in una serata, è impossibile recitare per intero. Emanuele Trevi, autore dell’adattamento drammaturgico, ha saputo portare sul palcoscenico ciò che era soltanto carta e inchiostro, con un effetto sorprendente. Il sodalizio tra i due conferma infatti un’intesa solida e produttiva.
‘Furore’ è uno spettacolo essenziale ma di forte impatto visivo e uditivo, che dà lustro al teatro Giuditta Pasta e ci ricorda le grandi sofferenze che tutti gli immigrati della storia sono stati costretti a sopportare.
Valeria Vite
Teatro Giuditta Pasta | Saronno
23 aprile
Furore
dal romanzo di John Steinbeck
Ideazione e voce Massimo Popolizio
Adattamento Emanuele Trevi
Assistente alla regia Giacomo Bisordi
Luci Carlo Pediani
Musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio
Suono Alessandro Saviozzi
Creazioni video Igor Renzetti e Lorenzo Bruno
Produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
