Francesca Merli e Laura Serena
“Per realizzare qualcosa di comune è necessaria la cura. Se all’inizio ognuno è un’isola sconosciuta, nel tempo, con la conoscenza reciproca, ognuno interpreta i bisogni degli altri e si rende utile“
In occasione di “In stato di grazia”, fino al 16 novembre prossimo al Campo Teatrale di Milano, abbiamo dialogato con le due drammaturghe: Francesca Merli e Laura Serena.

Cosa possono scoprire, l’uno dell’altro, bambini e ragazzi tra gli otto e i quindici anni, chiamati a lavorare insieme e a scoprire se stessi attraverso la favola di “Pinocchio“?
A questa domanda hanno provato a rispondere Francesca Merli e Laura Serena, drammaturghe, registe e attrici teatrali, in un laboratorio e poi in una rappresentazione.

Un’inchiesta in forma teatrale che, mettendo in scena insieme attori professionisti e ragazzi con diverse abilità, utilizzando come strumento la relazione tra Geppetto e Pinocchio, indagano intimità e bisogni di ragazzi con e senza disabilità e dei loro genitori, che sul palco fanno un viaggio alla scoperta di se stessi e della loro crescita.
Ne abbiamo parlato con le due autrici, che ci hanno raccontato il percorso e il suo senso. Dal superamento dei primi imbarazzi fino al teatro come documentario, all’interno di un progetto ampio in cui le interviste si fanno, anche concretamente, strumento della scena.
Francesca Merli e Laura Serena cosa avete scoperto facendo confrontare i bambini in scena con il loro percorso di nascita e crescita? Ci sono reazioni che vi hanno stupito?
“In alcuni casi c’è stato un imbarazzo da affrontare: perché esporre una cosa personale al pubblico? Perché quell’aneddoto è qualcosa in cui il pubblico si riconosce, un aneddoto che nel momento in cui viene raccontato diventa parte del vissuto di tutti. I ragazzi e i genitori che si sono esposti hanno deciso che fosse giusto.”
In che modo il teatro si rivela uno strumento utile quando i bambini e i ragazzi interagiscono con coetanei con esigenze e abilità diverse?
“Per realizzare qualcosa di comune è necessaria la cura. Se all’inizio ognuno è un’isola sconosciuta, nel tempo, con la conoscenza reciproca, ognuno interpreta i bisogni degli altri e si rende utile. La cosa interessante è proprio l’attenzione reciproca: come ognuno mette in campo le proprie qualità al servizio dei bisogni altrui. Io parlo per te che non hai voce, tu sostieni me che faccio fatica a muovermi. Ognuno mette in campo la sua specialità.”
Avete usato come “strumento” la favola di “Pinocchio”. Le storie, e questa in particolare, continuano ad essere uno strumento utile ai più piccoli, ma anche ai loro genitori per riconoscersi e per “dare un nome” alle loro paure, alle loro scoperte, a quello che vivono?
“Sì, vedo lì nella storia qualcosa che mi appartiene e allora riesco a esprimerlo, prima non avevo le parole. Pinocchio è un pretesto per avvicinare il testo ai ragazzi. Il nostro lavoro parte sempre da un’indagine, da un’inchiesta condotta all’interno della comunità. In questo caso abbiamo intervistato i genitori dei ragazzi, cercando di ricostruire sia la storia personale di ciascuno, sia una storia collettiva: quella dell’amore tra figli e genitori. Sono genitori che si interrogano più di altri sul destino e sull’autonomia dei propri figli, ponendosi domande profonde e spesso difficili. In Stato di Grazia fa parte della Trilogia della Realtà, insieme a La Banca dei Sogni e L’Arte di Vivere. Tutti e tre gli spettacoli sono osservatori del reale: indagano temi sensibili e complessi coinvolgendo l’altro, mettendo in dialogo le storie individuali con una dimensione più ampia e condivisa.”
Come si costruisce, scenicamente, un lavoro così articolato, che parte da un’inchiesta e che ha bisogno, anche sulla scena, di linguaggi scenici diversi? (il video, la rappresentazione e l’intervista…)
“L’inchiesta è nata dalla necessità di capire meglio le loro storie, anche perché molti all’inizio non comunicavano ed è quindi stato necessario capire dai loro genitori come relazionarsi, cosa chiedere, cosa aspettarsi. Coi genitori in alcuni casi abbiamo condiviso una parte della crescita di questi ragazzi, diventando testimoni di grandi cambiamenti comportamentali. A un certo punto ci siamo rese conto che la relazione coi genitori era parte del processo di creazione e allora abbiamo deciso di farli coprotagonisti dello spettacolo.”
Si può considerare questo un importante esempio di teatro sociale, forse si potrebbe usare la formula del teatro civile. Qual è, oggi, il compito del teatro?
“Per noi è trovare qualcosa di nascosto, qualcosa di non detto, qualcosa che apra la visione sull’ignoto. Il compito è forse far attraversare un viaggio. Ad ogni modo, crediamo che il teatro civile faccia parte del nostro linguaggio, ma ancor di più ci appartiene la forma del teatro documentario.”
“L’inchiesta è nata dalla necessità di capire meglio le loro storie, anche perché molti all’inizio non comunicavano ed è quindi stato necessario capire dai loro genitori come relazionarsi, cosa chiedere, cosa aspettarsi.“
A proposito del ruolo del teatro e del modo in cui lo si affronta, vi ponete una questione etica importante.e. meritoria su come affrontare le vite che portate in scena: qual è la riflessione che vi ha portato a scegliere questo titolo?
“‘In stato di grazia’ significa per noi uno stato di equilibrio tra fragilità ed euforia. Durante il processo di creazione abbiamo continuato a interrogarci su che cosa fosse importante raccontare per comprendere ogni storia. Abbiamo avuto momenti di fragilità e di euforia per i nostri fallimenti e le nostre conquiste e alla fine siamo giunte a una scelta per cui abbiamo ritenuto importante raccontare il dolore per raccontare la gioia.”
C’è una domanda che faccio sempre, ma che mi sembra importante soprattutto in questo caso: a che punto del vostro percorso artistico arriva, questo lavoro? Che tappa è, come si lega al resto del vostro lavoro?
“Con ‘In stato di grazia’ abbiamo sperimentato per la prima volta l’interazione video-scena e la possibilità di portare l’indagine sul palco in forma sia documentaristica sia finzionale. Nei successivi ‘La banca dei sogni’ e ‘L’arte di vivere-Il giorno in cui i corvi smisero di farmi paura’ abbiamo continuato su questo solco e stiamo coltivando anche la volontà di realizzare un film. Alla Trilogia della Realtà invece seguirà un quarto capitolo, che però non sarà direttamente legato a questo percorso ma su un altro linguaggio performativo.”
Luisella Polidori
Foto di copertina dal web
Ringraziamo Francesca Merli e Laura Serena per la loro disponibilità all’intervista e per la loro tempestività per le risposte.
