‘Lui e l’altro a Venezia’ di Caterina Falomo affronta il tema del turismo di massa attraverso un dialogo teatrale dai toni surreali. L’opera ha il merito di sollevare interrogativi sul futuro della città, ma le iperboli e il linguaggio colpevolizzante ne limitano l’efficacia, secondo il punto di vista di una redattrice che è nata e vive a Venezia
Lui: “Loro vogliono essere sommersi e sentire l’acqua.
Noi ancora pensiamo.
Noi siamo ancora qui e ora. Loro sono altrove.
Loro amano le onde e sorridono.
Loro se ne andranno. La sera.”
In ‘Lui e l’altro a Venezia’, edito da Supernova, l’autrice Caterina Falomo affronta in appena 58 pagine uno dei problemi più urgenti riguardanti la città lagunare: l’impatto del turismo di massa su di essa e i suoi abitanti.

Lo fa utilizzando una forma originale, quella del dialogo teatrale tra due voci senza nome – Lui e L’altro – che si scambiano battute rapide, spesso surreali, che ricordano “Aspettando Godot” di Samuel Beckett.
Questa scelta stilistica permette alla Falomo di condensare riflessioni, immagini e provocazioni in poche righe, rendendo la lettura scorrevole, coinvolgente e a tratti spiazzante.
“Anche la nebbia è un ingrediente imprescindibile dell’atmosfera che si crea nei luoghi e una volta a Venezia, ce n’era tanta. Lasciarsi avvolgere dal suo abbraccio ovattato è una forma di protezione, di occultamento e anche di liberazione da sé stessi.”
Lui e l’altro a Venezia: l’invasione turistica
Il merito principale del testo sta nell’intenzione: scuotere il lettore, far emergere la fragilità di Venezia e la percezione che i residenti hanno di un turismo vissuto come invasione.
Alcuni passaggi, come quelli dedicati alla tremenda abitudine di consumare panini e pranzi al sacco in luoghi simbolo come piazza San Marco, colpiscono nel segno e offrono uno spunto concreto per riflettere su pratiche insostenibili che minacciano la vivibilità della città.
Tuttavia, l’opera tende a indulgere in iperboli che rischiano di indebolirne il messaggio. I visitatori vengono descritti come una “solita frotta di locuste-turisti-automi”, per usare le parole di Franco Giorgio nella postfazione. Oppure ridotti a figure incapaci di cogliere la bellezza che hanno davanti agli occhi, come in questo scambio:
L’Altro: “Forse quando arriveranno, racconteranno di aver visto.
Lui: Di aver visto che cosa?
L’altro: I canali, l’acqua, l’onda, i palazzi. Diranno di essere stati felici.
Lui: Ma non hanno visto nulla. Sempre le stesse cose.“
Nei panni altrui: visitatori e lettori non sono (tutti) da condannare
Una visione così apocalittica, se da un lato mira a rendere evidente la saturazione della città, dall’altro rischia di risultare ingiusta: i canali, l’acqua, le onde e i palazzi sopracitati non sono “sempre le stesse cose” per chi arriva da fuori, e che un visitatore voglia ammirarli è più che lecito, dato che si trovano solo qui.
A rendere più difficile l’immedesimazione contribuisce anche il tono colpevolizzante che trapela in alcuni dialoghi e nei testi che accompagnano il libro, come:
“Voi che leggete, siete forse delle galline? […] La verità vi fa male, vero? Ma quando questa città crollerà, quando svanirà nel nulla, umiliata e sola, non date la colpa agli altri, per favore. Guardatevi allo specchio.”
È chiaro che si stia cercando di instillare un senso di responsabilità collettiva, ma il rischio di respingere anziché coinvolgere il lettore, anche veneziano, è alto.
La denuncia, in questo modo, rischia di trasformarsi in predica, come emerge anche da alcuni passaggi della postfazione di Franco Giorgio. In uno di essi leggiamo un’accusa di ignavia in cui egli sostiene che si preferisca vivere senza sapere di essere intrappolati:
“In un orrore che porterà alla distruzione. In un bailamme di lingue, di culture, di spinte schizofreniche mascherate da voglia di esplorare, di vivere, di essere. Per essere felici? Per immaginare di essere felici? Per illudersi di essere felici? E così si va in giro per il globo, si caracolla da un luogo all’altro. E si accumula. immagini, ricordi, timbri, certificati, illusione di felicità. È questa la vita? […] La città è violentata, stuprata, uccisa sotto gli occhi indifferenti di tutti, sotto gli occhi colpevoli e incapaci di fare qualcosa dei propri figli.”
Lui e l’altro a Venezia: una provocazione interessante, se colta nel modo giusto
Ci sarebbe stato bene, piuttosto, un dialogo inerente la crisi abitativa, causata dall’enorme numero di alloggi turistici che riducono la disponibilità di case per i residenti.
È un fatto che il numero di posti letto per i turisti abbia ormai superato quello per gli abitanti: un dato oggettivo e gravissimo, che probabilmente avrebbe suscitato l’empatia di molti lettori, veneziani e non, più di una condanna indistinta rivolta ai visitatori.
Il disagio dei veneziani
‘Lui e l’altro a Venezia’ resta comunque un testo interessante per la sua forma e per la volontà di dare voce al disagio dei veneziani di fronte a un fenomeno che continua a trasformare la città.
Pur con i suoi eccessi, il libro ha il pregio di sollevare domande scomode, e forse il suo obiettivo non è tanto offrire soluzioni quanto provocare una reazione.
Come lettori, possiamo accogliere questo attacco con spirito critico, riconoscendo che la salvaguardia di Venezia non passa dal rifiuto totale del turismo, ma da un ripensamento del modo in cui la città viene vissuta da chi arriva e da chi ci abita.
Eva Maria Vianello
Biografia
Caterina Falomo è nata a Venezia, ha vissuto a Roma e da alcuni anni è tornata nella sua città. Si è occupata di ufficio stampa e comunicazione in ambito culturale.
Ha curato tre libri su Venezia. Da sempre scrive.
Lui e l’altro a Venezia
Caterina Falomo
Editore Supernova
Collana Teatro
Genere Dramma
Anno 2025
Pagine 58
