In tutta Italia e in Europa sono presenti centri in cui si producono merletti di altissima qualità. Ogni località vanta le proprie caratteristiche di lavorazione e le rispettive peculiarità storiche. ‘Il pizzo di Cantù’, che prende il nome dall’omonima cittadina in provincia di Como, è un’eccellenza del Bel Paese. Si pensi che è noto in tutto il mondo per i suoi disegni minuziosi e il suo essere originale. Si tratta di un emblema del territorio e, nonostante le merlettaie stiano diminuendo, le autorità si adoperano per mantenere viva la tradizione
L’origine del ‘pizzo di Cantù’ è incerta, si pensa infatti che risalga al XVI-XVII secolo e impreziosiva abiti e non solo. Tale merletto presenta – tuttora – disegni molto raffinati, spesso floreali, religiosi, antropomorfi o geometrici. Richiede molti giorni di fatiche da parte delle pazienti lavoratrici, a seconda delle dimensioni del prodotto.

Il manufatto si realizza intrecciando cotone, lino o seta che si tendono e impugnano mediante dei fuselli. Questi ultimi sono bastoncini di legno, che le donne incrociano con rapidità incredibile, sfruttando un sapere tramandato da secoli.
Per dare al tessuto una forma compiuta si segue un disegno su cartina su cui sono fissati degli spilli che bloccano il filo. Tale schizzo poggia su un tombolo, una sorta di cuscino cilindrico sorretto da una struttura in legno (scagn). L’osservazione di una merlettaia al lavoro è tuttavia più esplicativa di una descrizione scritta.
Oggi il pizzo è utilizzato soprattutto per l’abbigliamento: colletti, orli, calze, abiti eleganti, lingerie e molto altro che ancora oggi trova spazio nel mondo della moda. Anche anticamente si impiegavano per scialli o lucie, dei veli che le signore utilizzavano in chiesa e che tuttora indossano in occasione di incontri istituzionali con il Santo Padre.
Il pizzo di Cantù: il metraggio
Immaginate una lunga strisciolina di varia larghezza e che presenta un motivo estremamente fantasioso, sovente geometrico o floreale. Venduto a metro dalla realizzatrice è impiegato per gli orli di tessuti, tovaglie, tende, vestiti e simili.
Anche se, soprattutto nei secoli scorsi, lo scopo primario della trina, consisteva nei paramenti sacri e nell’arredamento, più precisamente abbelliva tendaggi, copriletti, tovaglie, centrini e quadretti.
Nell’Ottocento i pizzi ornavano le balze delle sontuose gonne delle dame delle quali sopravvive il ricordo nelle antiche fotografie o nei dipinti o erano impiegati anche per collari-gorgiere, polsini, rifiniture di abiti e biancheria. Per quanto riguardava l’arredamento, invece, alcune credenze o mobili affini coprivano il profilo con uno di questi decori.
La varietà dei disegni era pressoché inesauribile e, sebbene simili bordure siano diffusissime nel canturino, sono anche un prodotto europeo.
I paramenti sacri
Ancora oggi il pizzo di Cantù impreziosisce i paramenti sacri, in primis per quanto riguarda la decorazione degli indumenti dei sacerdoti e dei chierichetti. Alle maniche, al fondo e al bordo dei camici e delle cotte si applicano ampie decorazioni.

Per quanto riguarda le tovaglie d’altare, si utilizza una bordura decorativa o un tessuto interamente realizzato con questa tecnica. In generale, tuttavia, qualunque paramento poteva e può ancora essere ornato con un merletto.
Soprattutto in passato si impiegavano nelle processioni splendidi baldacchini che riportavano immagini molto elaborate e creative. Oggi sono cimeli preziosi, conservati con orgoglio dai brianzoli. Nelle chiese sono inoltre spesso presenti i doni che le artefici offrivano ai centri religiosi, splendidi manufatti di vario genere che ancora è possibile ammirare.
L’impiego del pizzo nei tendaggi
I tendaggi, in particolare, si considerano un prodotto pregiato in quanto destinati alle abitazioni di persone agiate: il pizzo, infatti, aveva anche lo scopo di filtrare la luce, alleggerire visivamente la tenda, realizzata interamente in merletto e conferire all’ambiente un aspetto elegante e solenne.
Inoltre, lo stesso poteva essere applicato a un semplice bordo, una fascia ornamentale, interi pannelli traforati creando un contrasto con il tessuto pieno.
Ancora oggi nel canturino troviamo nelle abitazioni tende impreziosite da inserti in Pizzo di Cantù, creazioni studiate su misura per valorizzare ambienti con uno stile unico e raffinato.
Il copriletto
Il copriletto era una delle opere più preziose della tradizione perché era del tutto in pizzo. Potevano essere presenti tuttavia semplici inserti o applicazioni, balze o bordure. Sono molto importanti i disegni: composizioni floreali, foglie, volute, medaglioni e geometrie. Si alternavano pieni e trasparenze, con un effetto molto particolare.

Nemmeno le lenzuola venivano sottratte a tale procedura, infatti, i decori in pizzo si applicavano nella parte interna, più vicino alla testa. Il tessuto non era mai interamente rifinito in quanto i movimenti dei piedi del dormiente avrebbero distrutto gli intrecci.
Questi capolavori facevano parte del corredo nuziale che si tramandava di madre in figlia. Ne sono testimonianza i testamenti che ci sono pervenuti nei casi più antichi o i racconti delle donne più anziane sopravvissute nella zona.
Lavorazioni non molto differenti riguardano le tovaglie, molto popolari nel Novecento e motivo di prestigio nelle sale da pranzo dei signori.
Centrini e quadretti
Più piccoli e pertanto meno costosi, ma non per questo meno importanti, sono i centrini e i quadretti. Ornavano le tavole e le pareti di chi non poteva permettersi pezzi più ampi.
Anche queste opere fanno parte della tradizione della Brianza e possono comunque essere intrecci molto pregiati. Tutt’oggi sono molto diffusi nelle abitazioni del territorio canturino.
Il pizzo nero
Il pizzo nero, soprattutto se di seta, è particolarmente ricercato perché intrecciare dei fili di un colore così scuro consuma la vista delle esecutrici. Ne consegue che si tratta di lavorazioni molto ambite, rare, destinate ai clienti più facoltosi.
A Cantù imitavano i merletti in seta nera di Chantilly. Si tratta dell’adattamento alle richieste di un mercato attratto dai costosi manufatti francesi sull’esempio dell’imperatrice Eugenia di Monteyore. La nobildonna era di origine spagnola, terra da cui proveniva la tradizione delle trine nere che sfoggiava.
Veli, scialli, balze in seta nera ornavano dunque le vesti delle fanciulle della seconda metà dell’Ottocento. Anche nel Novecento capi simili erano sinonimo di ricchezza.
Il pizzo di Cantù e le donne
Il lavoro del ‘pizzo di Cantù’ era ed è di impegnativa e lunga realizzazione, ed è anche molto costoso. Richiedeva – e richiede attualmente – ore di manifattura.

All’epoca, si parla del 1800 e ancor prima, le merlettaie si consumavano la vista e le dita per poche lire, oppure venivano pagate mediante il baratto, in viveri. Il paradosso consiste nel fatto che queste persone erano lavoratrici altamente qualificate, che producevano prodotti di alta qualità e ricercati sul mercato.
Ciò si verificava perché non vendevano direttamente i merletti alla borghesia e alla nobiltà. Un intermediario sfruttava il loro operato evitando che si creasse una concorrenza e un’offerta competitiva per le lavoratrici. Le donne inoltre lavoravano in inverno, quando il clima le allontanava dai campi, perciò si trattava di una seconda attività.
Nel Novecento la situazione è migliorata. Le bambine, a partire circa dai quattro anni, non imparavano più il mestiere negli orfanotrofi o nelle apposite scuole a pagamento, ma seguivano le istruzioni delle madri e delle nonne.
Le produttrici erano inoltre consapevoli del valore dei propri articoli e li vendevano difilato agli acquirenti, intascandosi l’intero incasso. Una signora particolarmente laboriosa poteva ottenere in un mese più di quanto guadagnasse in fabbrica con questa seconda attività.
Il pizzo di Cantù: la tradizione oggi, la mostra internazionale del Pizzo di Novedrate
Alcuni comuni oggi cercano di mantenere viva la tradizione con mostre e convegni. Da 1 al 5 ottobre in particolare si terrà la XXXIII Mostra internazionale del Pizzo di Novedrate.
Parteciperanno delegazioni da tutta Italia ed Europa che esporranno i propri capolavori accanto a quelli realizzati dalle merlettaie novedratesi.
I gruppi italiani, invece, provengono da Cantù, Isernia, Montefusco, Gorizia e Pescocostanzo ancora da confermare. Gli inviati stranieri invece sono originari della Croazia (Lepoglava), Francia (Sebourg), Portogallo (Peniche e Serra d’El Rei), Repubblica Ceca (Vamberk), Spagna (Camarinas) e Ungheria (Kiskunhalas).
Il titolo dell’edizione 2026, “Mani, saperi e futuro”, racchiude l’anima e gli obiettivi della nuova mostra organizzata dall’Amministrazione comunale di Novedrate.
Al centro dell’evento troviamo una missione fondamentale. Il comune comasco vorrebbe fare in modo che la trasmissione dei saperi legati a questa nobile e antica arte non si fermi mai. Ė necessario esplorare nuove strade e sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie, così da far conoscere il merletto a un pubblico sempre più ampio.
La sfida è dare a quest’arte una prospettiva moderna e proiettata nel domani. Si punta su un rinnovamento che guardi al futuro senza mai snaturare l’autenticità del prodotto finale. La modernità deve infatti conservare il suo pregio e il suo gusto raffinato.
All’evento prenderà parte anche Erni, un’intelligenza artificiale creata ad hoc che parla in dialetto e ha il volto di una storica maestra merlettaia. Il ‘pizzo di Cantù’ unisce così tradizione e innovazione: la storia del canturino continua, guardando al futuro senza dimenticare le proprie radici.
In mostra saranno inoltre esposti i manufatti prodotti dalle alunne merlettaie. Costoro ogni anno frequentano la storica scuola di pizzo di questo piccolo paese, che tramanda conoscenze centenarie a tutti coloro che hanno la pazienza di imparare.
Valeria Vite
Foto dal web
