‘Wonder Woman’ da Milano, dove è andato in scena lo scorso 13 gennaio al teatro Giuditta Pasta di Saronno, fino a domenica 18 gennaio sarà al Vascello di Roma. Uno spettacolo in cui le quattro impeccabili interpreti riescono a dare voce non solo alle parole ma anche ai corpi e ai gesti grazie a una partitura scenica studiatissima
Come fare di un racconto di realtà, di un caso di cronaca tanto spietato quanto quotidiano, un autentico gesto artistico, senza però disinnescarne la potenza come atto politico?

Antonio Latella in ‘Wonder Woman’, visto in scena al teatro Giuditta Pasta di Saronno il 13 gennaio scorso, ne fornisce una sorta di masterclass.
Il dato di partenza è un caso di cronaca: ad Ancona, nel 2015, una Corte stabilisce che una donna peruviana non possa essere stata vittima dello stupro di gruppo che denuncia di aver subito perché troppo mascolina. A stabilirlo, tre giudici donne. L’ormai usatissimo quanto inaccettabile armamentario retorico di vittimizzazione secondaria.
L’indifferenza quanto non l’aperta irrisione da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla, la messa in discussione della ricostruzione e quindi – innanzitutto – del valore stesso della verità e della legge colpiscono lo spettatore col disagio dato dal disgusto e dalla frustrazione di una dinamica che alle donne suona, troppo spesso, familiare.
Tuttavia, lo fanno anche perché, nell’esporre tutta la loro carica di rabbia e rivendicazione, sono esposte attraverso parole che diventano, su una scena programmaticamente nuda, in cui lo spazio del palcoscenico – un’altra metafora – è scarnificato fino a sparire.
Wonder Woman: commistione tra reale e simbolico
Non serve dunque quintatura che rassicuri su una finzione possibile, ed è nell’impossibilità di fuga o distrazione di una sala sempre a luci accese che deve trovare spazio, un grido in versi liberi – firmato Federico Bellini – per fare eco a quelli viscerali ed eroici delle tragedie greche.
Un esempio – e due parole chiave – da cui la drammaturgia di Latella tornando alle migliori pagine della sua produzione, alla sua intelligenza nell’uso della commistione tra reale e simbolico, muove facendo del racconto un flusso di parole che si scompongono in quattro voci, quante sono le attrici sul palco, ma anche in molte di più: tutte quelle in cui – riportata nel reale – una stessa verità è composta, attraverso tutti i punti di osservazione – acuti o patetici, surreali o spietate, e poi frammentata di nuovo nella brutale anamnesi dei momenti che, presi da soli, si trasformano in armi contro la vittima, che le svuota di senso fino a farne un indistinto suono senza costrutto.
La rabbia delle donne
Proprio come avviene al senso quando lo si umilia, al coraggio quando si pretende di disinnescarlo. Sono abbastanza, le parole, di fronte a quello che accade alle donne, alle violenze che si consumano sui loro corpi?
Siamo abbastanza noi come individui, come società, anche e forse soprattutto tra coloro che si affrettano a ricordare che sono diversi: e invece, la rabbia delle donne, quando monta di fronte a un mondo che le vuole silenti, non può che concludersi con il grido, il canto delle femministe cilene, Las Tesis, diventato un urlo globale: lo stupratore sei tu.
Tu giudice, tu Stato, tu persona comune. Nell’alzarsi di queste voci si consuma la metamorfosi da donna a Wonder Woman ad Amazzone.
Wonder Woman: non rispondere agli stereotipi
Latella non usa piú solo – come in Zorro – il supereroe come metafora del marginale, ammesso che, qui, di marginale si possa parlare, di minoranza a fronte di una maggioranza statistica, ovvero le donne nella popolazione mondiale.
Qui il meraviglioso femminile ha la doppia valenza del deinos greco, affascinante e tremendo, come una donna che non risponde ai canoni con cui qualcun altro la guarda – sui cellulari dei suoi violentatori, la vittima è Vichingo – trova la forza e l’orgoglio di denunciare prima di ogni altra cosa, e di tornare, nonostante lo strappo impostole, padrona di se stessa.
Eppure basta il simbolo, per combattere questa battaglia? Bastano le scarpe rosse di prammatica, che le quattro attrici indossano? Basta la metafora della supereroina e poi dell’Amazzone, nata da uno stupro per riscrivere l’immagine del femminile? Bastano le parole stesse?
La risposta – che lascia aperte nuove domande – la offrono quattro attrici giovani, in qualche caso al primo ingaggio, ma estremamente pronte, di cui il regista sa, plasmandole, offrire uno spazio di cui spesso si parla e raramente si crea.
Le parole svelano il loro limite
Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti, in ‘Wonder Woman’, sono impeccabili nel dare voce e poi, corpo, a una partitura scenica studiatissima, fatta di unisono, canoni ed echi, gestiti con chirurgica precisione.
Una costruzione sonora e drammatica tanto più complessa da sostenere quando non lo sembra, o quanto più le parole svelano il loro limite e si perdono in un canto quasi tribale, un grido di battaglia, che ha bisogno di responsabilità e non più di retorica.
E che, quando raggiunge il suo climax, muta forma lasciando spazio soltanto ai corpi, a gesti altrettanto viscerali. Cui non serve essere espressi in nuovi termini, perché tutti hanno, ormai e da sempre, attraversato abbastanza di queste storie per intenderli.
Chiara Palumbo
Teatro Giuditta Pasta | Saronno
13 gennaio
Wonder Woman
di Antonio Latella e Federico Bellini
Regia Antonio Latella
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Healthfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti
Costumi Simona D’amico
Musiche e suono Franco Visioli
Movimenti Francesco Vanetti e Isacco Venturini
Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Stabilemobile
