Sono una madre e un figlio i protagonisti di ‘Valeria e Youssef’ che si scontrano e si incontrano con un bagaglio affine eppure molto distante: lei è un’italiana di ampie vedute convertita all’Islam, lui, un musulmano di nascita estremamente conservatore. Il teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato lo spettacolo scritto da Angela Dematté e diretto dal regista Andrea Chiodi, tentando di raccontare cosa sta accadendo in Occidente con l’avvento di una religione di un’altra terra
Il personaggio principale è un’ex attrice bolognese, Mariangela Granelli, che ha vissuto la giovinezza negli anni Settanta. Crede fortemente nell’Islam, senza rinunciare ai valori di libertà, rispetto e democrazia delle sue origini.

La donna ha cresciuto i suoi figli con tali ideologie. Youssef, a cui Ugo Fiore presta corpo e voce, è un ventenne in crisi: cacciato dal Marocco per le sue idee integraliste. Non riuscendo a trovare lavoro in Italia, è costretto a trasferirsi a Londra. È un grande appassionato di tecnologia e trascorre le sue giornate guardando anime e video di estremisti.
Il giovane arriva a pugnalare alcuni passanti su un ponte: un gesto estremo che lo conduce alla morte. La madre, sconvolta, si interroga su cosa abbia spinto il figlio a imboccare una simile strada.
Valeria e Youssef: il fallimento di una madre, la deriva di un figlio
L’allestimento nasce dal dialogo dell’autrice con Valeria Collina, madre di Youssef Zaghba, un ragazzo che il 3 giugno del 2017 ha partecipato all’attentato di Londra. Si tratta dunque di una storia vera e i due personaggi sono ispirati a persone reali.
Nonostante l’evento sia un fatto di cronaca, la drammaturgia indaga un rapporto familiare segnato da domande senza risposte. Il kamikaze, con sete di giustizia sociale, credeva in una dimensione di fede da cui emergono desideri inquietanti.
Con il buon cuore di una mamma, la protagonista femminile comprende di non aver insegnato al figlio il senso critico e la laicità. Tenta così invano, con ogni arma in suo possesso, di farlo rinsavire quando ormai è troppo tardi.
Due facce dell’Islam
I due attori in scena presentano due modalità molto differenti di professare il medesimo credo. Una signora europea e di sinistra ha una spiritualità molto libera ed emancipata: si separa dal marito, copre il capo con veli differenti nel corso della sua vita – l’hijab e il niqab – canta “Bandiera rossa” al suo piccolo e molto altro ancora.
Nonostante ciò, insegna a salmodiare il Corano a delle donne con un’erudizione esemplare e pratica la preghiera con regolarità, mentre, al contrario, la figlia, che non vedremo mai sul palcoscenico, sceglie una vita dallo stile occidentale, soprattutto riguardo l’abbigliamento.
Il personaggio maschile, invece, interpreta il libro sacro alla lettera, con una rigidità estrema. Chiede pertanto che la madre esca di casa accompagnata, si sente in imbarazzo per avere un amico omosessuale ed è contrario al divorzio dei genitori sebbene le violenze subite dalla madre da parte del padre.
Dematté, tuttavia, non dipinge il ragazzo come un soggetto del tutto negativo: costui manifesta affetto per la madre, la sorella e l’amico d’infanzia LGBT. L’uomo è meno colto del genitore e manifesta un disagio che accresce il suo fanatismo.
Per quanto gli autori siano stati fedeli alle parole dell’intervistata, Valeria Collina, la quale ha vissuto l‘esperienza in prima persona, si tratta della visione di sole persone del vecchio continente, mentre è assente il punto di vista di un arabo.
Ne consegue che il dramma è privo di una voce che, affiancando gli artisti in scena o dietro le quinte, saprebbe fornire un’opinione che integri le precedenti.
Riflessione sulla spiritualità delle religione monoteiste
Il regista ha proposto una regia vivace che non annoia la platea. I due interpreti si muovono sul palco con sicurezza e sfoggiano una recitazione fondata sul dialogo: conversazioni che paiono monologhi per la lunghezza e la densità, ma trasmettono concetti profondi, complessi e interessanti.
E, malgrado gli attori in scena siano soltanto due, il ritmo viene mantenuto assai incalzante e vivace dalle battute.
Il palco è vuoto, fatta eccezione per alcuni sporadici oggetti di scena. La conseguenza è che i personaggi svettano come titani, due giganti diversi eppure uniti da un amore indissolubile nel rapporto madre-figlio.
Su alcuni pannelli sono proiettati dei video: anime o filmati di “Isis” e “Boko Haram”, prediletti dall’attentatore, primi piani sui volti delle persone in scena, i preliminari dell’impiccagione di Saddam Hussein, l’annuncio di Obama dell’uccisione di Osama Bin Laden e filmati dell’attentato londinese del 2017. Una soluzione che collega la trama, che sembra frutto dell’invenzione di un drammaturgo, al mondo reale.
La produzione teatrale, dunque, induce a riflettere non solo sulla dimensione spirituale dell’Islam, ma di ogni religione monoteista. Attraverso un linguaggio leggero, porta in scena concetti profondi, davanti ai quali è impossibile restare indifferenti.
Andrea Chiodi ha fatto centro ancora una volta, con una rappresentazione che non verrà dimenticata.
Valeria Vite
Foto: Luca Del Pia
Teatro Franco Parenti | Milano
dal 7 al 12 aprile
Sala Blu
Valeria e Youssef
di Angela Dematté
Regia Andrea Chiodi
con Mariangela Granelli e Ugo Fiore
Assistente alla regia Elisa Grilli
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Cesare Agoni
Musiche Daniele D’Angelo
Scene Guido Buganza
Video Sergio Fabio Ferrari
Produzione Centro Teatrale Bresciano
in collaborazione con Teatro Giuditta Pasta di Saronno
