Esistono narrazioni che agiscono come risarcimenti morali. Il volume di Alberto Prunetti, ‘Amianto – una storia operaia’, edito da Feltrinelli, non è semplicemente il resoconto biografico di un padre, ma un’indagine anatomica sul tramonto della civiltà industriale italiana. Con una prosa che rifugge ogni cliché, l’autore seziona la cronaca di una morte annunciata, trasformando il vissuto di un singolo saldatore in un paradigma di lotta e tradimento di un’intera classe, quella operaia
“Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta. Come si dice? Frutto della fantasia dell’autore. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. E di una biografia operaia.“
La parabola di Renato Prunetti ha inizio sotto il sole del 1969 a Castiglioncello, in un’atmosfera sospesa tra il boom economico e le promesse di una giovinezza radiosa. Eppure, quella parentesi idilliaca al Cardellino è solo il preludio a una vita spesa tra i riverberi delle torce e il fragore dei grandi poli siderurgici.

La geografia del romanzo ricalca le tappe del lavoro pesante in Italia: dalle acciaierie di Piombino ai complessi di Taranto, risalendo per le officine di Casale Monferrato fino alle pianure mantovane.
In questo peregrinare, Renato emerge come una figura di straordinaria dignità. Egli incarna l’operaio specializzato che non si limita all’esecuzione, ma possiede il genio della tecnica, unito a una guasconeria tipicamente toscana che lo rende impermeabile alla grigia rassegnazione.
La sua è una vita piena, scandita da passioni genuine per il calcio, la natura e la socialità, elementi che costituiscono lo scudo identitario contro l’alienazione del turno in fabbrica.
“Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature, perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione dell’elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto.”
Amianto: un nemico silenzioso
Il dramma però si insinua nelle pieghe di una quotidianità apparentemente solida. Mentre l’operaio domina il ferro, l’ambiente circostante lo contamina in modo subdolo.
La narrazione di Prunetti si fa qui spietata e documentale: i polmoni di Renato diventano il ricettacolo di un’intera tavola periodica, un accumulo di zinco e piombo che culmina nell’incontro letale con la fibra d’amianto.
La denuncia che ne scaturisce è priva di sconti. La patologia che colpisce il protagonista non viene trattata come una tragica fatalità, bensì come il risultato di una gestione industriale irresponsabile.
Il testo, infatti, evidenzia con chiarezza come la sicurezza dei lavoratori sia stata sacrificata per decenni in nome di un profitto immediato e predatorio, ignorando deliberatamente i segnali di un disastro sanitario imminente. È l’atto d’accusa di un figlio che usa la scrittura come un bisturi per portare alla luce la responsabilità dei padroni.
“Uno non può neanche provare a lasciarsi ingoiare dal buio della memoria, dal tempo che – come dicono – risana le ferite, che neanche due giorni dopo la pubblicazione della foto con Nada sul giornale ci arriva una lettera del patronato: stavano per scadere i termini per il riconoscimento dell’esposizione professionale all’amianto, che lui aveva provato inutilmente a ottenere prima della malattia. Che si fa? Lui voleva andare avanti. Però bisogna ricostruire il suo curriculum: per uno che nella vita ha solo e sempre lavorato e che ha identificato se stesso con il proprio mestiere di metalmeccanico, significa ricostruire la sua stessa vita, la sua biografia operaia.“
Un libro necessario
Sul piano stilistico, Alberto Prunetti compie un’operazione di straordinario equilibrio. È il cuore a parlare, lasciando fluire il tutto con amore e realismo, sentimenti di affetto filiale e rabbia politica. Non c’è spazio per la commiserazione: ciò che resta è il ritratto vibrante di una classe lavoratrice che giustamente rivendica il proprio posto nella memoria collettiva.
In conclusione, ‘Amianto’ si configura come un testo imprescindibile per comprendere le fondamenta dolenti del nostro benessere contemporaneo. È un libro che brucia, che sporca le mani di polvere e grasso, ma che restituisce infine una scintilla di sacrosanta verità a chi ha costruito il mondo moderno venendo poi dimenticato tra le pieghe dei bilanci aziendali.
Si può dire che Prunetti ha letteralmente reinventato la letteratura moderna sulla working class, se non altro l’ha portata ad un livello superiore: la speranza è che non si perda mai la fiaccola del ricordo e del racconto, bensì dare dignità al lavoro e a chi lavora tramite la parola scritta, restituire rispetto e orgoglio ad una classe sociale spesso dimenticata e negletta da tutti i media.
Andrea Di Sciullo
Biografia
Alberto Prunetti (Piombino, 1973) è autore di “Amianto. Una storia operaia” (disponibile in “Universale Economica” Feltrinelli), “108 metri”, “Nel girone dei bestemmiatori” e “Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class”.
Traduttore e redattore editoriale, dirige la collana “Working class” di Alegre e il Festival di Letteratura Working Class.
Amianto – una storia operaia
Alberto Prunetti
Editore Feltrinelli
Collana Universale Economica
Genere Narrativa
Anno 2023
Pagine: 144
