Antonello Avallone e Riccardo Bàrbera
“Lenny Bruce, la libertà scomoda non fa ridere il potere“
Un uomo contro il conformismo, un comico capace di trasformare il palcoscenico in un atto di denuncia, un artista che pagò a caro prezzo il coraggio di dire ciò che gli altri preferivano tacere.

La storia di Lenny Bruce, il genio irriverente della stand-up comedy americana, torna a teatro con “Lenny, Ipotesi di un omicidio” di Giuseppe Pavia, ancora al teatro Marconi di Roma fino all’8 novembre.
Uno spettacolo che attraversa ironia, commedia e noir, riportando alla luce una vicenda lontana nel tempo ma sorprendentemente vicina alle inquietudini del presente.

A raccontarla sono Antonello Avallone, che firma la regia e veste i panni del protagonista, e Riccardo Bàrbera, interprete del procuratore Frank Hogan, emissario di quel potere che tentò invano di mettere a tacere la voce scomoda del comico.
Tra libertà di espressione, censura, ipocrisie sociali e contraddizioni politiche, i due artisti riflettono sull’eredità di un uomo che fece della comicità un’arma di provocazione e consapevolezza.
Antonello Avallone, perché ha scelto di mettere in scena questo spettacolo e di narrare la storia ormai passata di Lenny Bruce?
Antonello Avallone: “È il passato che va ricordato, che va comunicato specie se si tratta di una storia che possiede risvolti che rimangono attuali. Qui si parla della libertà di parola, guerra di cui Lenny Bruce si rese baluardo per tentare di eliminare le ipocrisie di una società che preferiva ignorare i problemi che riguardavano il sesso, la droga, la politica, le ingiustizie sociali, piuttosto che affrontarli. E il mezzo che usava era lo stand up comedy, tra ironia, comicità e sarcasmo andava a scuotere le coscienze. Fu infatti soprannominato ‘la coscienza d’America’“.
Come è nata l’idea dello spettacolo?
“Mi ha sempre affascinato la vita di questo personaggio caratterizzato da una spiccata personalità e da una determinazione che lo portò a fare del suo lavoro il suo primo impegno, anche a discapito degli affetti della sua vita. Arrestato più volte per oscenità, non ha mai smesso di sollevare le incongruenze e le ingiustizie del potere, sebbene conscio del fatto che ormai era stato preso di mira e che i poliziotti assistevano ai suoi spettacoli pronti ad arrestarlo per l’ennesima volta. Pagava la cauzione e di nuovo in scena. Aveva un grande seguito e questo è il motivo fondamentale per il quale era sotto controllo. Morì a 40 anni per overdose. Il nostro spettacolo si domanda se sia stato il potere ad eliminarlo. Le istituzioni dichiararono ‘morte presunta per overdose accidentale’, ma la polizia fece entrare nel suo bagno i giornalisti ed i fotografi prima della polizia scientifica e qualsiasi prova fu persa. Avevo apprezzato il film del 1974, ‘Lenny’, interpretato da Dustin Hoffman, diretto da Bob Fosse, nel 1974 e il desiderio di metterlo in scena mi ha portato finalmente a rappresentarlo in teatro.”
In che modo ha pensato le scene per raccontare questa vicenda?
“È stata un’idea di Alessandro Chiti. Idea che ho subito accettato perché mi avrebbe permesso di inventarmi qualcosa di nuovo dal punto di vista estetico e registico.”
Quanti personaggi gravitano intorno al protagonista e quali sono i loro ruoli?
“Fondamentalmente sono tre. La moglie Honey Harlow (spogliarellista dell’epoca), il suo impresario Arty Silver e il procuratore dello stato di New York Frank Hogan. Tutti personaggi realmente esistiti. I tre personaggi sono interpretati rispettivamente da Giulia Di Quilio, Giuseppe Renzo e Riccardo Bàrbera. Poi ci sono la cantante del night Bijoux interpretata da Flaminia Fegarotti e la direttrice del night, Sugar, interpretata da Francesca Cati.”
Riccardo Bàrbera cosa l’entusiasma di più della rappresentazione e del personaggio che interpreta?
“Hogan è l’emissario del potere politico e religioso ed ha il compito difficilissimo di addomesticare in qualsiasi maniera Lenny Bruce. Tenta tutte le strade, passa con una certa facilità dalla minaccia alle blandizie. È luciferino e intrigante, ma non può farcela contro la natura istintiva e irrefrenabile di Bruce.”
In che modo ha lavorato sul personaggio dell’antagonista?
“Ho cercato di mettere in luce anche il lato umano del personaggio. È un funzionario ligio al dovere, ordina più volte il fermo di Lenny, gli interrogatori, l’arresto, è addestrato alle minacce ma è anche affascinato da questo comico fuori dagli schemi e cerca in qualche modo di risolvere la situazione senza spargimento di sangue, lanciando avvertimenti, cercando la complicità di Honey e dell’entourage del comico. Anche Hogan, però, è solo una rotella d’un ingranaggio che può girare solo in una direzione. Interessante da interpretare proprio per queste contraddizioni. Ho imitato un funzionario RAI con cui ebbi a che fare per lavoro molti anni fa, senza fare nomi.”
Chi era Lenny Bruce?
“Un genio scomodo, dedito alle droghe, eccessivo ma irrefrenabile, inimitabile. Riusciva a tenere il palco come nessun altro. Gli altri grandi artisti americani non poterono fare a meno di difenderlo dalle accuse di oscenità. Tra i suoi spettatori e sostenitori c’erano Bob Dylan, Frank Zappa, Bill Evans, Elizabeth Taylor, Paul Newman, anche artisti apparentemente lontanissimi da lui e dal suo talento.”
“Lenny Bruce si rese baluardo per tentare di eliminare le ipocrisie di una società che preferiva ignorare i problemi che riguardavano il sesso, la droga, la politica, le ingiustizie sociali, piuttosto che affrontarli.“
Quanto Lenny Bruce, poiché comico e stand up comedian irriverente, può essere considerato attuale?
Riccardo Bàrbera: “Che potesse essere attuale lo intuivamo, ma ce ne siamo accorti soprattutto andando in scena, dai commenti del pubblico, che ci sottolinea sempre l’attualità sconcertante di Lenny Bruce.”
Antonello Avallone: “Non assomiglia a nessun stand up comedian di oggi. Lenny aveva un linguaggio spesso ‘sconveniente’, parlava in modo esplicito di sesso, di politica, di razzismo, diceva parolacce, ma, a differenza di oggi, non erano mai fini a se stesse. Erano contestualizzate nel tema specifico che ogni sera andava affrontando. Ma in passato fu un esempio per molti nuovi comedians come, per esempio, Woody Allen.”
Può essere ancora considerato un esempio per chi si approccia al mestiere di comico?
Antonello Avallone: “Lo sarebbe se qualcuno lo studiasse, ne conoscesse l’esistenza. Si tratta di un comico impegnato, qualcuno che denuncia ‘il marcio’ e stimola le persone a reagire e a non sottostare allo stato delle cose. Lui diceva, infatti: ‘non sono un comico, sono Lenny Bruce’. Bisogna avere una certa preparazione ed una certa sensibilità artistica per avvicinarsi ad un comico del genere.”
Riccardo Bàrbera: “Non si può diventare Lenny Bruce. Bisogna nascerci. In tanti mi citano a confronto i nostri Giorgio Gaber e Daniele Luttazzi, ma lui era unico.”
La storia è ambientata nel 1966 e la drammaturgia affronta le tematiche dell’epoca ovvero sesso, religione, politica e razzismo. Queste ultime quanto sono distanti dalle problematiche sociali contemporanee?
Riccardo Bàrbera: “Lenny sottolineava fin da allora il dibattito divisivo presente ancora oggi nella società americana, trattava temi scomodi come l’omofobia, il culto della guerra, il rapporto uomo/donna, l’antisemitismo, la pena di morte. Era arrivato a criticare quella che oggi definiremmo la retorica woke, che s’indigna per alcune parole demonizzandole e dall’altra parte non riesce a sradicare il vero problema che si cela dietro quelle parole. Per Bruce, ad esempio, è contraddittorio demonizzare la parola ‘negro’ per poi continuare a vivere in un paese in cui la discriminazione razziale era (ed è) ancora presentissima. Ecco una tematica che anche oggi spaccherebbe l’opinione pubblica anche di sinistra. Controcorrente sempre, questo fu Lenny Bruce.”
Antonello Avallone: “Esattamente la storia comincia nel 1951 e si conclude nel 1966. Attraversa il periodo del Maccartismo, passa per le Presidenze di Eisenhower, Kennedy, Johnson e quindi della guerra in Vietnam. Erano altri momenti storici, difficili, dolorosi. Ma, sono passati 60 anni e le guerre ci sono ancora, la repressione della parola c’è ancora, il razzismo c’è ancora, la cattiva politica c’è ancora.”
Quanto il noir funziona a teatro e come lo avete affrontato?
Antonello Avallone: “La storia è ambientata in un elegante night club, tra spogliarelliste, cantanti e pezzi di stand up. Il clima è affascinante, divertente, ci sono tante risate, c’è il dietro le quinte con momenti leggeri e drammi di vita. Sì, c’è la vita, con tutte le sue sfumature, le sue bellezze, le sue incongruenze e le sue ingiustizie. Il noir, la consapevolezza del noir, arriva al momento finale, commovente, toccante, che ti porta a valutare con maggior attenzione il senso della vita.”
Riccardo Bàrbera: “Pur iniziando con un cadavere in scena, qui non siamo di fronte a un noir puro: il ritmo è spesso da commedia, poi ha improvvise scene struggenti, alternate da spezzoni di spettacolo da locale notturno dell’epoca, con musiche e strip. Giuseppe Pavia, l’autore, parte da un finale drammatico per poi, in un lungo flashback, farci rivivere il clima di quegli anni in un affresco credibile anche grazie ai costumi e alla scenografia di Alessandro Chiti di grande impatto.”
I vostri personaggi sono molto diversi: in che modo si interfacciano sul palco?
Riccardo Bàrbera: “Più i personaggi sono diversi fisicamente e caratterialmente più il dibattito in scena funziona. È una vecchia regola drammaturgica. Ecco perché ‘funzioniamo’ insieme sul palco. Abbiamo solo una scena in cui ci affrontiamo direttamente, ed è sempre bello entrare in scena con Antonello, che ha una capacità di ascolto e di rapporto scenico preziosa e rara.”
Antonello Avallone: “Abbiamo una sola scena in comune, alla fine dello spettacolo.Riccardo (Procuratore) tenta l’ultima carta con Lenny, prima della sua totale eliminazione. Gli offre un programma televisivo in cambio di ‘maggior eleganza’ nei suoi numeri, sia per quanto riguarda il linguaggio usato sia per la scelta di argomenti meno pericolosi per il governo. Lenny, sembra accondiscendente, ma si esibisce in un ultimo monologo contro il Governo degli Stati Uniti e la atroce guerra del Vietnam.”
Cosa vi portate dietro del comico Bruce?
Antonello Avallone: “La libertà, a costo della vita.”
Riccardo Bàrbera: “Ammirazione da spettatore. Null’altro, perché non potrei emularlo mai, bonaccione come sono.”
Gabriele Amoroso
Foto di copertina: Valerio Faccini
Ringraziamo Riccardo Bàrbera e Antonello Avallone per la loro disponibilità all’intervista
