Dal 29 ottobre all’8 novembre, il teatro Brancaccio di Roma ospita Il Principe d’Egitto, il musical tratto dall’omonimo film d’animazione della DreamWorks, già approdato sulle scene internazionali nella versione firmata da Stephen Schwartz e Philip LaZebnik. Diretto da Federico Bellone, che firma anche le scene, e prodotto da Broadway Italia, lo spettacolo porta sul palco un capitolo biblico di grande fascino, affidandosi a un cast numeroso e a un impianto visivo ricco di colori
Mosè, abbandonato dalla madre sulle acque del Nilo per scampare alla persecuzione dei neonati ebrei, viene cresciuto alla corte del faraone come fratello di Ramses, futuro sovrano d’Egitto. La scoperta delle proprie origini e delle sofferenze del suo popolo lo porterà a mettere in discussione la propria identità e il legame con Ramses, fino a scegliere di guidare gli ebrei verso la libertà.

‘Il Principe d’Egitto’ porta in scena una vicenda che conserva intatta la propria forza evocativa, sostenuta da un immaginario potente e da un patrimonio musicale di indubbio valore. Eppure, se l’opera riesce a coinvolgere il pubblico grazie alla bellezza delle composizioni e ad alcune immagini di notevole suggestione, la trasposizione teatrale presenta diversi limiti che ne ridimensionano le ambizioni.
Il Principe d’Egitto: una storia di fratellanza
L’allestimento si configura come una macchina scenica articolata, con numerosi interpreti impegnati in momenti corali, sequenze cantate e scene dialogate. Tra gli elementi più riusciti della produzione spicca il disegno luci di Valerio Tiberi che, attraverso contrasti e variazioni cromatiche, crea ambientazioni suggestive e conferisce profondità visiva alla narrazione.
Sul piano interpretativo, convincono le prove dei tre protagonisti: Riccardo Maccaferri nei panni di Mosè, Lorenzo Tognocchi in quelli di Ramses e Giulia Sol nel ruolo di Tzipporah.
I tre interpreti impersonano con talento i rispettivi personaggi, alternando recitazione e canto in un contesto che richiede una costante tenuta vocale ed emotiva. La loro presenza mantiene vivo l’interesse per un’avventura nella quale il conflitto tra fratellanza e potere rappresenta uno dei principali motori drammaturgici.
È però il comparto musicale a rappresentare uno dei maggiori punti di forza dell’opera. Le composizioni di Stephen Schwartz conservano una penetrante capacità di coinvolgimento e accompagnano il racconto alternando momenti intimi a brani di più ampio respiro corale.
Il pubblico riconosce la forza di melodie ormai entrate nell’immaginario collettivo, tra cui “When you believe”, il brano più emblematico della colonna sonora, che racchiude uno dei messaggi centrali della vicenda: la fiducia nella possibilità che qualcosa di straordinario possa accadere anche quando ogni speranza sembra perduta.
Un lavoro che mostra diversi limiti
Proprio sul versante musicale emerge, tuttavia, una delle criticità più evidenti del musical: la traduzione italiana dei testi delle canzoni appare spesso poco efficace, con aggiustamenti linguistici che non aderiscono alla sensibilità e la forza espressiva degli originali.
In alcuni casi, le parole risultano persino sgradevoli all’ascolto, finendo per compromettere la fluidità di brani che, sul piano strettamente musicale, avrebbero tutte le carte in regola per emozionare fino in fondo.
Un limite tutt’altro che secondario in un’opera nella quale il canto non costituisce un semplice accompagnamento, ma rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui si sviluppano le dinamiche e i sentimenti dei personaggi.
Anche la componente visiva, pur sostenuta dal già citato e notevole disegno luci, non raggiunge sempre la spettacolarità che ci si aspetterebbe da una produzione di tale portata.
Gli effetti speciali e le illusioni sceniche non bastano a ricreare la grandiosità di alcune sequenze, soprattutto quando il confronto con l’originale cinematografico diventa inevitabile. Le soluzioni adottate, infatti, non riescono sempre a trasformare i limiti tecnici del palcoscenico in altrettante opportunità espressive.
A pesare sulla resa complessiva è inoltre la regia di Federico Bellone che privilegia una successione di quadri piuttosto rigida. Le scene si susseguono secondo uno schema ricorrente, scandito da bui e riprese dell’azione, che finisce per conferire alla narrazione un andamento spesso troppo statico.
La storia procede, ma raramente acquista quella continuità dinamica che potrebbe rendere più efficaci i raccordi tra i diversi momenti delle azioni.
L’assenza della danza si fa sentire
A ciò si aggiunge la pressoché totale assenza di veri numeri di danza: uno spettacolo che si affida soprattutto alla recitazione e al canto rinuncia così a una componente che avrebbe potuto arricchire il linguaggio scenico, dare maggiore varietà al ritmo e valorizzare ulteriormente il numeroso ensemble.
Eppure, nonostante queste debolezze, ‘Il Principe d’Egitto’ conserva una propria capacità di presa sul pubblico: i due atti scorrono senza particolari cedimenti e la trama mantiene intatto il suo potenziale emotivo, sorretta da una colonna sonora di grandissima qualità e da immagini che, in alcuni momenti, riescono a lasciare il segno.
A emergere è soprattutto il valore umano della vicenda: oltre alla dimensione religiosa e al respiro epico dell’Esodo, l’opera insiste sul legame tra Mosè e Ramses, sulla fratellanza messa alla prova dalle circostanze e sulla possibilità di superare divisioni in apparenza insanabili.
Un racconto che parla a tutti
È qui che il musical trova la propria ragione più profonda: la fede, la speranza e la convinzione che anche l’impossibile possa diventare realtà attraversano l’intreccio e trovano la loro espressione più compiuta in “When you believe”, un messaggio universale che continua a parlare a pubblici diversi e che, al di là delle appartenenze e delle convinzioni personali, dona a questo lavoro una dimensione che va oltre la ricostruzione romanzata di un episodio biblico.
Il risultato è dunque uno spettacolo che si lascia apprezzare per la magia delle musiche, la solidità dei protagonisti e il vigore intrinseco del materiale narrativo, ma che non riesce sempre a tradurre queste risorse in una messinscena altrettanto incisiva.
Gabriele Amoroso
Teatro Brancaccio
Dal 29 ottobre all’8 novembre
Il Principe d’Egitto
Testo Philip LaZebnik
Musiche e parole Stephen Schwartz
Regia e scene Federico Bellone
con Riccardo Maccaferri, Lorenzo Tognocchi, Giulia Sol, Gipeto, Michelle Perera, Daniela Pobega, Matilde Guidotti, Fabrizio Corucci, Renato Tognocchi, Chiara Vergassola, Rocco Di Donato e Lorenzo Maria Giambattista
Costumi, acconciature e trucco Elena Cicorella
Disegno luci Valerio Tiberi
Disegno fonico Poti Martin
Illusioni ed effetti speciali Paolo Carta
Supervisione musicale Giovanni Maria Lori
Sezione danza e movimenti coreografici Marta Melchiorre
Produzione Broadway Italia
