‘Carta straccia’ è il brillante spettacolo che, al teatro De’ Servi di Roma, fino allo scorso 17 maggio, ha raccontato al pubblico una vicenda ambientata in un anno cruciale per la storia italiana: il 1968
Roma, 1968: i fratellastri Agostino e Teresa, gestiscono un piccolo laboratorio di carta pregiata; fuori da quel loro microcosmo, la città e l’Italia intera stanno cambiando, tra lotte studentesche, violenti spiriti di emancipazione e schieramenti di ogni tipo. L’arrivo di Remo, il nipote dei due protagonisti, nel loro piccolo appartamento finirà per trasformare ancora più in profondità la loro esistenza.

Nonostante la durata contenuta, ‘Carta straccia’, testo inedito e atipico di Mario Gelardi, conserva un andamento incalzante e mai discontinuo: la scansione rapida delle scene e la vivacità dei dialoghi sostengono una narrazione che si muove con efficacia nei territori della commedia brillante.
Carta straccia: la storia è sempre presente
Questa struttura drammaturgica così solida è sorretta alla perfezione dal cast, apparso particolarmente affiatato: Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Mauro de Fusco costruiscono relazioni credibili e ben calibrate, restituendo sul palco una dinamica familiare autentica, fatta di contrasti, intese e complicità che rendono vero e coinvolgente il rapporto fra i personaggi.
Ma ancora più interessante è l’ambientazione che colloca la storia nel 1968, anno simbolo di complesse trasformazioni sociali e culturali. ‘Carta straccia’ utilizza questo contesto non come semplice sfondo storico, ma come presenza costante che condiziona le tensioni, le paure e le aspirazioni dei protagonisti.
In quest’ottica appare soprattutto riuscita la contrapposizione tra lo spazio domestico, in cui si consuma l’azione, in apparenza statico e protetto, e il mondo esterno, attraversato invece da mutamenti intensi e irreversibili.
L’abitazione di Agostino e Teresa assume i contorni di uno spazio sospeso, intento a resistere ai mutamenti che bussano dall’esterno, pur sapendo di non poter evitare a lungo la loro irruzione.
All’interno di questo fragile equilibrio, il personaggio di Remo — nipote inquieto e irrequieto — diventa l’elemento di raccordo tra il dentro e il fuori. È attraverso di lui che i cambiamenti di quel preciso periodo storico penetrano nella sfera familiare, mettendo in crisi le certezze degli adulti.
Un’opera con due facce
Anche l’intero copione sembra suddiviso in due sezioni: la prima parte valorizza soprattutto la dimensione comica della scrittura, sostenuta da un tono leggero che consente agli interpreti di lavorare al meglio sui binari umoristici, ottenendo con successo un’ironia spontanea e mai forzata.
La regia dello stesso Strabioli mantiene viva quella leggerezza senza rinunciare a un sottotesto più profondo: dietro le risate e le freddure emergono infatti i temi legati al conflitto generazionale e alla difficoltà di comprendere una realtà che sta mutando in fretta.
Nella seconda parte, ‘Carta straccia’ abbandona gradualmente i registri della commedia a favore di tonalità più cupe e drammatiche. Il passaggio avviene con naturalezza. La dimensione emotiva cresce a poco a poco, facendo emergere le fragilità e le contraddizioni fin lì rimaste in sottofondo.
Il finale incarna il momento più sorprendente dell’intera opera, sia per la direzione inattesa che imprime alla vicenda, sia per l’inaspettato impatto che riesce a creare. Proprio per questo rimane però la sensazione di una conclusione forse troppo rapida, sbrigativa e compressa rispetto alla ricchezza delle dinamiche costruite nel corso dello spettacolo.
Gabriele Amoroso
Teatro De’ Servi
dal 14 al 17 maggio
Carta straccia
di Mario Gelardi
Regia Pino Strabioli
con Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Mauro de Fusco
Idea scenica Alessandro Gassmann
Produzione Stefano Francioni
