Il Po è un attore capriccioso, un improvvisatore. Che devia corsi e abitudini, cambiando le vite e segnando le società che attraversa prima dei paesaggi. Ma dov’è il Po, nelle nostre geografie? Da questa domanda, dichiaratamente, parte Marco Paolini nell’ultimo frammento del suo Atlante delle rive, portato al Piccolo Teatro Grassi, dedicato al grande fiume: ‘Dove è il Po?’.

Paolini ne fa la misura della sua biografia, nel proprio viaggio di artista che parte dalla sua Belluno per fermarsi a lungo negli anni di Torino e del suo teatro Settimo. Ne segue il corso insieme al calendario disastroso delle sue intemperanze, che scandiscono e punteggiano vita e carriera.
Marco Paolini al Piccolo Teatro Grassi: l’Atlante delle rive
Mentre gli si muovono intorno dei clown quasi felliniani, incarnati da Mirko Artuso, Marta Dalla Via e Ted Keijser, Paolini espone da par suo, con le note che gli amanti del teatro di narrazione hanno da tempo imparato ad apprezzare.
Nel testo, scritto insieme a Giulio Boccalini, si concede qualche deroga in più del solito alla linearità del racconto; mentre una carriera come la sua gli concede la libertà di ricorrere più spesso e più volentieri alla propria personale biografia.
Lo fa non senza ridere di tutti quei divi (il ritratto di Carmelo Bene è esilarante e spietatissimo), tutti compressi nel proprio ego e dimentichi del senso del proprio stare in scena.
Per contro, dalla sua voce emerge l’eredità di una gioventù, in cui il teatro era un fatto collettivo e carbonaro, fatto perché ciascuno spettatore capisse e forse imparasse qualcosa.
Evitava la presunzione di dare lezioni in favore della semina, magari protetta proprio dall’acqua perché maturi al suo tempo, come le risaie. Di quella esperienza restano anche oggi intatte le intenzioni, e un modo di scrivere e di recitare, che non solo non è invecchiato ma della cui chiarezza anzi si sente sempre più l’esigenza.
Dov’è il Po: l’acqua e il teatro civile
Il teatro di narrazione attraverso cui in questo lavoro, pur forse più frammentato di altri, traccia una geografia dell’anima, che si muove lungo le acque e i fiumi fin dai tempi del disco “Sputi”, uscito nel 2004 in occasione dei referendum sulla privatizzazione dell’acqua.
Il disco, che pur se allora sceglieva la musica e la poesia di Rodari, era mosso dalla stessa intenzione di azione sul reale che regge questo lavoro e che, si perdoni il gioco di parole, qui esonda sopra la narrazione. Non già per diventare un sermone, rischio temuto e riconosciuto dallo stesso Paolini, ma perché quello che vent’anni fa era un tema importante e urgente è, vent’anni dopo, travolto da un’attualità che non consente più di ricorrere a metafore.
“Non voglio più fare memorie riscaldate“, spiega, in una dichiarazione di intenti che fa arrivare tutta l’esigenza di parlare, oggi, in teatro di rischio idrico come gesto politico prima che artistico.
Lo dice dopo aver riavvolto un filo che parte dalle lettere di Einaudi a De Gasperi contro gli obblighi fascisti connessi all’agricoltura, come quello di non migrare in città senza un contratto di lavoro (quante altre cupe memorie attuali) e le roboanti dichiarazioni mussoliniane sull’acqua.
Il filo arriva a un presente fatto di fiumi pieni di antidepressivi e di scorie nucleari che ancora corrono dentro le falde, passando attraverso il disastro del Polesine visto come fallimento della giovane repubblica, dato che l’acqua è, oggi come ieri, faccenda collettiva.
Marco Paolini e il teatro per l’oggi
E al centro lui, il Po, ormai morto e di cui forse restano solo da celebrare le esequie. ‘Dov’è il Po’ ne restituisce un’epica fatta di rami più che di storie, con un’urgenza che è più di rabbia che poesie, necessaria a un teatro cui si può e forse si deve applicare ancora la già troppe volte usata etichetta di teatro civile.
Se non fosse che è lo stesso Marco Paolini a fornire una sintesi molto meno stanca di così. È ancora una volta una dichiarazione di intenti, che racconta una carriera e insieme un orizzonte: “il teatro non si fa per i posteri, non lo puoi mettere via“.
E allora, se, come insegnano i maestri vetrai, la differenza “tra un fiasco e un capolavoro è solo un soffio“, è dentro quello spazio minimo e capitale che deve stare la parola che forse può ancora darci una consapevolezza sufficiente a proteggere il mondo che vorremo. A partire dalle sue acque.
Chiara Palumbo
Piccolo Teatro Grassi
dal 27 ottobre al 1° novembre
Dov’è il Po?
Prima assoluta
Testi di Giulio Boccaletti e Marco Paolini
con Marco Paolini
e con Mirko Artuso, Marta Dalla Via e Ted Keijser
Creazione corale Mirko Artuso, Diego Dalla Via, Marta Dalla Via, Ted Keijser, Marco Paolini e Michela Signori
Dramaturg Teresa Vila
Direzione tecnica e fonica Piero Chinello
Disegno luci e scene Michele Mescalchin
Prodotto da Michela Signori
Produzione Jolefilm in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures
Seconda tappa di un trittico teatrale che si inserisce nel progetto corale “Atlante delle Rive” dedicato alle acque, ideato da Marco Paolini per La Fabbrica del Mondo
