Ci sono periodi della storia italiana che sembrano racchiudere un’intera epoca in poche settimane. L’estate del 1992 è uno di questi. Tra il 23 maggio e il 19 luglio Palermo diventa il centro drammatico di una vicenda che supera i confini della cronaca e investe la coscienza di un Paese intero. È dentro questo spazio temporale, nei cinquantasette giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, che Vincenzo Marretta ambienta ‘Cuore di munnizza’, il suo romanzo d’esordio pubblicato da IoScrittore
“Aspetto che il Cielo si stracci. Dallo squarcio non so se vedrò Dio o che altro. Di certo oggi si è lacerata la Terra e ne è uscito l’inferno. Guardo nello schermo televisivo uomini aggirarsi allibiti e storditi fra pezzi di autostrada sollevati e lamiere di auto come il primo astronauta tra i crateri lunari. Guardo e penso che non ci sia una ragione possibile a tanto male. Io non so se Dio esiste, ma oggi so per certo che il diavolo
esiste.”
La scelta di concentrare la narrazione su un arco temporale così breve è molto efficace. Marretta non tenta di ricostruire l’intera storia della mafia siciliana né di trasformare il romanzo in una semplice cronaca romanzata degli attentati. Al contrario, restringe il campo e osserva Palermo mentre attraversa uno dei momenti più drammatici della sua storia recente.

La città diventa così molto più di uno sfondo. È un organismo discorde, capace di contenere nello stesso spazio bellezza e degrado, paura e coraggio, rassegnazione e desiderio di riscatto.
Il titolo del libro, ‘Cuore di munnizza’, racchiude in sé proprio questa contraddizione: da una parte un centro urbano ricco di storia, arte e splendore; dall’altra un ambiente umano nel quale omertà, complicità e indifferenza hanno contribuito a rendere possibile l’orrore.
“Camminavano fianco a fianco sulla sabbia candida a piedi nudi, i pantaloni lunghi rimboccati al ginocchio. Guardavano entrambi verso il largo: il mare pareva possedere tutte le sfumature possibili del blu, da quello più cupo all’azzurro più tenue.”
Un romanzo corale sulla responsabilità
Uno degli elementi più interessanti del libro è la sua struttura corale. Marretta non affida il racconto a un unico protagonista, ma costruisce una galleria di personaggi attraverso i quali osservare la Palermo del 1992 da prospettive differenti, senza ridurre la narrazione a una semplice successione di eventi storici.
Il risultato è dunque un affresco che intreccia figure di fantasia e protagonisti della cronaca dell’epoca, restituendo un’immagine complessa della città.
C’è il giovane che si prepara alla maturità e che vive con insofferenza l’atteggiamento degli adulti. La sua rabbia non è soltanto quella di un ragazzo davanti a una tragedia troppo grande per essere compresa appieno: diventa il simbolo di una generazione che si trova a fare i conti con le responsabilità di chi l’ha preceduta.
Accanto a lui ci sono la vedova che trova il coraggio di pronunciare pubblicamente parole che altri preferiscono soffocare, la fotografa che decide di sottrarsi alla rappresentazione del dolore, il magistrato consapevole del destino che lo attende e il boss capace di conciliare la preghiera con l’ordine di un omicidio.
Figure diverse, spesso collocate agli estremi opposti della società, ma accomunate dalla necessità di prendere posizione.
La responsabilità individuale, più ancora della mafia intesa come organizzazione criminale, costituisce uno dei nuclei tematici più incisivi di ‘Cuore di munnizza’.
La mafia, tuttavia, non appare come una realtà separata dalla società, confinata in un mondo criminale facilmente riconoscibile. Al contrario, il romanzo insiste sulle zone grigie, sui rapporti tra potere e normalità, sulla convivenza quotidiana tra cittadini, criminalità organizzata, istituzioni e borghesia.
Marretta mette infatti sotto accusa non soltanto chi esercita la violenza, ma anche chi osserva, tace, si gira dall’altra parte o trova una giustificazione conveniente. Il male non viene rappresentato solo tramite i suoi esecutori: emerge anche nel silenzio di chi permette che continui.
“La paura della morte, non della morte in sé, ma di ciò che la morte rappresenta: il distacco dalle persone care, la certezza della inevitabilità del dolore che infliggerai loro, la volontà di fuggire la prova e il senso del dovere che ti costringe ad andare avanti comunque, contro tutto e tutti, contro te stesso.
Cuore di munnizza: la storia entra nella vita quotidiana
Il pregio maggiore del romanzo sta forse nella capacità di avvicinare la grande storia alle esistenze individuali.
Le stragi di Capaci e via D’Amelio sono eventi che appartengono ormai alla memoria collettiva italiana. Marretta, però, sceglie di raccontarli dal basso: dalle strade, dalle case, dalle chiese, dalle aule scolastiche, dai luoghi nei quali le persone comuni continuano a vivere mentre intorno a loro tutto sembra precipitare.
Anche Paolo Borsellino, figura centrale del contesto storico del testo, viene osservato soprattutto nella sua dimensione umana, segnato dalla solitudine e consapevole del rischio al quale va incontro, pur continuando a fare il proprio dovere.
Lo sguardo sulla quotidianità e il ritratto di Borsellino impediscono alla narrazione di trasformarsi in una celebrazione retorica degli eroi dell’antimafia. Il magistrato, proprio perché non viene ridotto a una figura astratta o monumentale, conserva una concretezza che rende ancora più doloroso il destino che il lettore conosce già.
“Morirò, mi ammazzeranno, ne sono certo: e dopo? Quanti bei discorsi ipocriti sentirò recitare su di me dal chiuso della mia bara. Spero che non vi siano troppe corone ufficiali al mio funerale, l’olezzo dolciastro dei fiori mi disgusta. La retorica mi disgusta.”
Il contrasto tra bellezza e degrado
La Palermo raccontata da Marretta è costruita attraverso contrasti molto netti. La città dei mosaici e quella del cemento abusivo convivono senza soluzione di continuità; la religiosità popolare può coesistere con la brutalità mafiosa; la vita quotidiana continua mentre la morte si avvicina.
Antitesi che dà forza al titolo: il cuore della città può essere sporco non perché tutti siano criminali, ma perché troppo spesso finisce per accettare ciò che dovrebbe essere considerato intollerabile.
La “munnizza”, infatti, non è soltanto quella materiale, bensì è una metafora morale e sociale che coinvolge comportamenti, compromessi e omissioni dei cittadini. In questo senso il romanzo assume una dimensione civile senza diventare un semplice pamphlet.
La domanda implicita che si fa spazio tra le pagine è scomoda: quanto è responsabile una comunità che sa, vede e tuttavia decide di non intervenire?
L’autore tuttavia non sembra interessato a offrire risposte rassicuranti. Preferisce invece una strada più aspra: la tragedia non ha bisogno di essere di continuo sottolineata perché è già presente nella consapevolezza del lettore.
È apprezzabile, inoltre, la scelta di evitare, per quanto possibile, il sentimentalismo. Una materia narrativa come questa potrebbe scivolare nella retorica, soprattutto quando entra in scena la memoria di Falcone e Borsellino e delle stragi.
“C’è mezza Sicilia che mi odia e mi teme, perché potrei disturbare i suoi sporchi traffici, e l’altra mezza Sicilia cui sono indifferente o che, a parole, parteggia per me, ma non è disposta a fare nulla di concreto per aiutarmi: si guarda il film, ecco, masticando i popcorn o al massimo spendendo una lacrimuccia ipocrita. Questo vuol dire essere soli, sapere di non avere nessuno su cui realmente contare.”
Un esordio che guarda alla memoria senza vivere di nostalgia
‘Cuore di munnizza’ è un romanzo sulla memoria, ma non è un libro nostalgico. Il 1992 non viene ricostruito come un passato lontano e rassicurante: è riportato sulla pagina come un momento nel quale l’Italia fu costretta a confrontarsi con la propria fragilità istituzionale e civile.
Il romanzo lavora su un paradosso narrativo: sappiamo come andrà a finire, ma questo non diminuisce la tensione. Al contrario, la conoscenza dell’epilogo rende ogni gesto, ogni giornata e ogni momento di apparente normalità ancora più inquietanti.
Il tempo diventa di conseguenza uno degli strumenti principali della narrazione. I cinquantasette giorni non sono soltanto una cornice cronologica: sono una sorta di conto alla rovescia verso una tragedia annunciata.
Una lettura dura, ma necessaria
La domanda che emerge dalle pagine del libro non riguarda solo ciò che accadde a Palermo nei primi anni ’90, ma il modo in cui una collettività reagisce davanti all’ingiustizia e alla violenza. Una riflessione che investe il confine tra prudenza e vigliaccheria, tra silenzio e complicità, tra rassegnazione e responsabilità.
Per questo ‘Cuore di Munnizza’ non è semplicemente un romanzo sulla mafia, ma un testo che indaga sull’indifferenza, sulla solitudine di chi decide di non voltarsi dall’altra parte e il prezzo che una comunità può pagare quando sceglie il silenzio.
‘Cuore di munnizza’ è un esordio ambizioso e di forte impatto civile. Vincenzo Marretta racconta Palermo nel momento in cui la città sembra precipitare nell’abisso, ma dentro quella stessa oscurità lascia emergere anche la possibilità della scelta e del coraggio.
Una storia ambientata nel 1992, ancora capace di parlare al presente: perché la memoria delle stragi non può ridursi a una ricorrenza sul calendario. Deve continuare a porre domande. E, soprattutto, deve ricordarci che davanti alla violenza e all’ingiustizia non esiste sempre la possibilità di restare semplicemente spettatori.
Andrea Di Sciullo
Biografia
Vincenzo Marretta è nato nel 1963 a Palermo, dove tuttora vive e lavora. Questo è il suo romanzo d’esordio
Cuore di Munnizza
Vincenzo Marretta
Editore Io Scrittore
Edizione
Pagine 156
