L’Editoriale

di Annalisa Civitelli

Facebook: distanza che guarisce

Secondo alcuni studi svolti dall’Istituto indipendente danese che si occupa di felicità, l'”Happiness Research Institute”, stare lontani dal social più usato al mondo è sinonimo di contentezza.

La ricerca, che ha coinvolto 1095 utenti abituali, ha dimostrato che le persone che trascorrono molto del loro tempo connesse a FB non sono affatto felici. Gli user, infatti, gradirebbero vivere senza alcuna necessità di controllare messaggi e notifiche.

Gli esperimenti condotti sui due gruppi divisi in modo casuale hanno dimostrato che, per esempio, non utilizzare il social network per una settimana ha migliorato l’impatto sulla propria vita. Gioia, entusiasmo, risolutezza, meno preoccupazioni, depressione e solitudine, sono le emozioni emerse. Inoltre, le persone che hanno preso parte al Facebook Experiment si sono dimostrati più soddisfatti della loro vita, migliorata in positivo: non solo dal punto di vista sociale ma anche sotto l’aspetto del tempo, utilizzato al meglio.

L’invidia è invece il sentimento negativo: esso, è sintomo di competizione (con gli altri, ovviamente). Infatti distoglie l’attenzione dal proprio “io”, poiché invita a desiderare ciò che gli altri hanno o mostrano tutti i giorni tra post, fotografie e like.

Spiega la dottoressa Katia Rastelli, psicologa della Sezione di Chirurgia Bariatrica dell’ospedale Humanitas: “[…] essere patologicamente invidiosi significa rovinare i rapporti sociali e affettivi perché non ci si sente mai all’altezza e si vorrebbe che anche gli altri perdessero quello che hanno per diminuire la distanza da loro. In questo senso Facebook diventa un terreno di competizione impossibile e rischioso per il vero invidioso: come fa a confrontarsi tutti i giorni con il meglio, seppur finto, che compare sulla rete? Significa per lui gettare del sale su una ferita aperta, la bassa autostima di base, tanto da modificare il livello di qualità di vita percepito fino ad arrivare a veri e propri aspetti depressivi”.

Ogni giorno, di fatti, ne vediamo tante: siamo soggetti alla vita degli altri. Vogliamo con intenzione stare sotto i riflettori quasi fosse una gara alla conquista di like, commenti, immagini e pensieri che parlano di noi. Dei selfie poi, che definiscono un’insita insicurezza, ne siamo pieni. Vogliamo essere protagonisti da lontano, intangibili. Evanescenti. Evanescenti. Addirittura, l’ultima moda è quella di indicare anche lo stato d’animo del dì. Davvero serve far sapere come stiamo in questo modo?

Un attaccamento alla realtà, e dunque al contatto vero e proprio, diviene la ricetta probabile contro una “falsa socialità” che davvero distorce rapporti, li allontana, li distrugge, li annulla. Questa però è l’era digitale e crediamo che non potremmo farne a meno. Ma come ovviare a questo bisogno di comparire sugli schermi altrui?

Non sempre i social sono negativi: dipende sempre dall’uso che ognuno di noi ne fa. Ma, a voi non sembra di parlare da soli? Non avete l’impressione di “postare” solo per piacere personale e di entrare quindi in un limbo, una sorta di sfogo personale che potrebbe non interessare a nessuno? Si è sempre felici? Siamo veri?

Insomma, non si parla più, non ci si telefona spesso, non si scrivono più le lettere, il “contatto” umano, che dir si voglia, ormai è concentrato nei messaggi scritti, perdendo così l’arte della parola, da sempre alla base della vera comunicazione.

Come ovviare a tutto ciò? Ritornare al passato, forse? Oppure essere in grado di equilibrare i due emisferi: reale e virtuale?  

Annalisa Civitelli