Se Sanremo 2026 – seconda serata ci aveva lasciato con la speranza di un cambio di passo, Sanremo 2026 – terza serata ha definitivamente confermato il trend di questo Festival. Nonostante un leggero incremento sullo share che registra il 60% con il 9,3 milioni di spettatori, si parla comunque di un galleggiamento costante in un mare di monotonia. La 76 esima edizione del Festival sembra non voler decollare mai, adagiata su un piattume rassicurante che finisce per assuefare lo spettatore, trascinandolo verso la mezzanotte tra sbadigli di lusso e una scaletta che scorre senza scossoni
L’unico momento di reale tensione emotiva è arrivato paradossalmente all’inizio, con la finale delle nuove proposte. Una sfida di altissimo livello che ha visto contrapposti due brani di assoluta bellezza: la classe cristallina e la voce graffiata di Angelica Bove, che avrebbe forse meritato il Leone d’Argento, premio andato al talento di Nicolò Filippucci che comunque non può che lasciare felici. Quest’ultimo ha infatti trionfato con la sua “Laguna“, un pezzo intenso e curato nell’interpretazione.

Resta però l’amaro in bocca per la cornice: due proposte così forti avrebbero meritato un Festival capace di esaltarle, invece di usarle come fugace, anzi, fugacissimo antipasto di una serata che è poi scivolata via in una piatta routine. Vince la melodia, vince il talento, ma il contesto intorno sembra faticare a tenere il passo di questa nuova linfa vitale.
Sanremo 2026: terza serata. I Big e la classifica che (finalmente) parla al pubblico
Se la classifica di mercoledì ci aveva lasciato con qualche perplessità, quella di ieri sera sembra finalmente rispecchiare con più onestà il gusto del pubblico. La top 5 ha delineato i contorni di una gara che non vuole osare troppo, ma che ha comunque regalato momenti di qualità.
Arisa rimane un’interprete eterea, meravigliosa nella sua capacità di bucare lo schermo, ma il suo brano – pur nella sua bellezza formale e tecnica che la cantante eleva – corre il rischio di suonare un po’ vecchiotto e assimilabile a un immaginario Disney che, alla lunga, potrebbe penalizzare la sua cifra stilistica.
Al suo fianco, la freschezza ingenua di Sayf si conferma una boccata d’ossigeno per questo Festival. Un’esibizione spigliata la sua che lo consacra come il Ghali di questa edizione, uno dei pochi capace di portare un linguaggio veramente contemporaneo su questo palco.
Non stupisce ritrovare il talento cristallino di Serena Brancale, d’altronde, grande favorita alla vittoria finale e che conferma di avere dalla sua una solida capacità artistica, mentre la presenza di Sal Da Vinci è ormai un dato di fatto: inevitabile.
Il tifo da stadio che accompagna i suoi ingressi, che solitamente stonano in contesti più intimi, qui non disturba affatto; è probabilmente il vero cantante del popolo di questo Sanremo, quello che unisce la platea senza sforzo. Chiude il cerchio Luchè, con un pezzo orecchiabile che non sfigura affatto in questa cinquina, dimostrando una sicurezza raffinata che tiene il palco senza bisogno di artifici.
Mogol e gli ospiti internazionali: l’illusione di un respiro globale
In apertura il giusto omaggio a Mogol. Ricevendo il premio alla carriera, il paroliere italiano, ha ricordato a tutti la potenza lirica e l’impatto culturale che ha avuto sulla musica italiana. Un momento tenero che ha portato sul palco dell’Ariston la grande tradizione cantautorale, un istante di comunità e emozione che ha sospeso, almeno per qualche minuto, il ritmo frenetico e spesso impersonale della gara.

Il duetto tra Eros Ramazzotti e Alicia Keys doveva essere l’evento della serata, ma è finito per essere lo specchio delle incertezze di questa edizione. Un inizio zoppicante per problemi tecnici, un’esecuzione impeccabile ma che sapeva di rito già celebrato. Alicia al pianoforte resta una visione celestiale, ma l’effetto wow è arrivato solo nel momento in cui il palco era solo suo e della sua “Empire state of mind”.
Anche la statuaria Irina Shayk è apparsa come un decoro prezioso in una stanza già troppo piena di soprammobili: una bellezza mozzafiato, ma funzionale solo a un’estetica che non graffia. La modella russa è sembrata completamente fuori posto, vittima di gag e sketch che non poteva minimamente comprendere, facendo sì che il tutto risultasse un’accozzaglia con poco senso.
Il tentativo di smuovere un po’ le acque è toccato ieri all’ennesimo usato sicuro di casa Conti, Ubaldo Pantani con l’imitazione di Lapo Elkann. L’imitatore è davvero bravo, ma ormai si ride per inerzia, è un intrattenimento che scivola via senza disturbare i sonni del pubblico a casa.
Nel frattempo, Carlo Conti e Laura Pausini procedono con una conduzione istituzionale: perfetti, ritmati, ma privati di quel brivido di improvvisazione che renderebbe vivo lo spettacolo. Tutto è talmente calibrato da risultare quasi sintetico.
Il Festival: il solito, comodo, umanitarismo
Il momento “Heal the world”, celebre brano di Michael Jackson affidato ieri all’interpretazione di Laura Pausini assieme al Coro dell’Antoniano di Bologna, è passato sullo schermo con la stessa consistenza di uno spot pubblicitario: un esercizio di equilibrismo geopolitico da salotto piazzato lì per fare effetto senza impegno.

Cantare di pace universale in mondovisione, senza avere il minimo coraggio di nominare un solo conflitto in atto, è l’equivalente di mettere un cerotto su una ferita aperta e pretendere che guarisca per magia. È un umanitarismo al netto delle responsabilità, ridotto a un sottofondo musicale rassicurante che serve solo a confezionare un prodotto televisivo digeribile da chiunque, senza scuotere le coscienze.
L’ennesima dimostrazione che a questo Festival la forma non solo vince sulla sostanza, ma la cancella quasi del tutto.
L’ultimo appello: la serata cover di stasera
Arrivati al giro di boa, la sensazione prevalente è quella di un meccanismo perfetto che viaggia a folle velocità, ma su un binario morto.
Non ci sono scossoni, solo un costante brusio di fondo fatto di gag, telefonate e canzoni confezionate per il consumo rapido. Sanremo 2026 continua a galleggiare in questa bolla anestetizzante, dove il rischio è bandito e l’emozione è calibrata al millimetro.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla serata delle cover di stasera: l’ultima vera occasione per gli artisti di rompere questo specchio d’acqua fin troppo calmo e regalarci, finalmente, un sussulto di autentica rottura.
Ilaria Ragni
Sanremo 2026 – nuove proposte: la finale
Nicolò Filippucci – Laguna
Vince il Leone d’Argento per le Nuove Proposte
Angelica Bove – Mattone
Conquista il Premio della Critica Mia Martini della Sala Stampa e il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla Nuove Proposte
Sanremo 2026 – terza serata
Le esibizioni
Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
Leo Gassmann – Naturale
Malika Ayane – Animali notturni
Sal Da Vinci – Per sempre sì
Tredici Pietro – Uomo che cade
Raf – Ora e per sempre
Francesco Renga – Il meglio di me
Eddie Brock – Avvoltoi
Serena Brancale – Qui con me
Samurai Jay – Ossessione
Arisa – Magica favola
Michele Bravi – Prima o poi
Luchè – Labirinto
Mara Sattei – Le cose che non sai di me
Sayf – Tu mi piaci tanto
Sanremo 2026: terza serata
Classifica: le prime cinque posizioni
Voto: 50% televoto, 50% giuria delle radio
Sal Da Vinci
Serena Brancale
Luchè
Sayf
Arisa
