Dal 5 al 17 maggio, il teatro Greco di Roma presenta in cartellone ‘Peccato che fosse una sgualdrina’, una delle opere più violente e cupe del commediografo inglese John Ford che torna in scena dopo una lunga assenza con l’interessante regia di Lorenzo Lavia
A Parma, si consuma l’amore incestuoso tra Giovanni e sua sorella Annabella. Nonostante i tentativi di opporsi alla loro passione, Annabella finisce per sposare un altro uomo mentre è già incinta del fratello. Quando la verità viene alla luce, si innesca una sanguinosa spirale di vendette.

‘Peccato che fosse una sgualdrina’, che in questa occasione porta la regia di Lorenzo Lavia, è un’opera che attraversa i secoli senza perdere nulla della sua violenza emotiva e che non cerca di addolcire il testo, ma anzi lo espone con lucidità, esaltando i concetti di desiderio, di colpa e di morte.
Peccato che fosse una sgualdrina: passione e catastrofe
Il dramma di John Ford conserva infatti quella materia tragica che richiama le note del suo contemporaneo William Shakespeare, soprattutto per la capacità di trasformare passioni private in catastrofi assolute; l’amore proibito tra Giovanni e Annabella diventa così una forza distruttiva che travolge individui, famiglie e un’intera società.
Lorenzo Lavia sceglie una cornice registica interessante: evitare la semplice ricostruzione storica e lavorare invece su una dimensione quasi astratta. La sua messinscena ha uno spirito contemporaneo, ma al tempo stesso sembra fare riferimento a certe avanguardie teatrali del primo Novecento, dove il gesto, la composizione scenica e il simbolismo visivo guadagnavano il primo piano.
La scenografia scarna contribuisce a creare un senso costante di inquietudine e alcuni quadri compongono un’atmosfera livida e funebre che accompagna in modo progressivo i personaggi verso la rovina. Lavia dimostra di conoscere bene il rischio di eccesso insito nel testo di Ford e prova a contenerlo dentro una forma rigorosa e controllata.
Un’angoscia continua
Il cuore dello spettacolo resta però il conflitto tragico tra eros e morte e qui la rappresentazione trova i momenti più convincenti: i personaggi sembrano muoversi come figure già condannate, incapaci di sottrarsi al destino che essi stessi hanno segnato e in questa angoscia continua ‘Peccato che sia una sgualdrina’ raggiunge la sua forza maggiore.
Sebbene l’affiatato e numeroso cast reciti secondo una cifra manieristica e sopra le righe, molto efficaci risultano le interpretazioni maschili, le quali riescono a dare spessore e ambiguità ai rispettivi personaggi; alcune prestazioni femminili, invece, sembrano meno capaci di reggere il peso tragico del testo.
Tuttavia, è la durata complessiva dello spettacolo – oltre tre ore – a diventare il principale limite dell’allestimento: nella parte finale la tensione tende ad affievolirsi mentre la densità del copione finisce inevitabilmente per mettere alla prova il pubblico.
Anche gli attori sembrano accusare la lunghezza della rappresentazione e, nei passaggi conclusivi, si percepisce una fatica concreta, quasi fisica, che indebolisce la precisione ritmica mantenuta fino a quel momento; l’energia invece si disperde in una recitazione più affannata.
‘Peccato che fosse una sgualdrina’ resta comunque un’opera ambiziosa e importante dal punto di vista culturale, capace di riscoprire un autore poco frequentato come Ford e di mostrarne tutta la poetica con questa tragedia cupa e feroce che, pur con qualche eccesso e qualche cedimento, risuona come una potente onda del grande teatro inglese del 1600.
Gabriele Amoroso
Teatro Greco
dal 5 al 17 maggio
Peccato che fosse una sgualdrina
di John Ford
Regia Lorenzo Lavia
con Giorgio Crisafi, Marial Bajma-Riva, Erika Puddu, Fabrizio Apolloni, Riccardo Floris, Antonio Tallura, Giuseppe Coppola, Gabriele Anagni, Pavel Zelinskiy, Eros Pascale, Mauro Racanati, Clara Danesi, Giacomo Mattia e Angelica Accarino
Costumi Mara Gentile
Scenografia Paola Castrignanò
Produzione United Artists
