Siamo abituati a guardare la storia attraverso gli occhi di chi ha sofferto, cercando nelle vittime la chiave per non dimenticare. Ma cosa succede quando il teatro ci costringe a cambiare prospettiva, mettendoci davanti alla voce nuda del carnefice? Massini porta sul palco del teatro Manzoni di Monza, dal 6 all’8 febbraio l’orrore di Adolf Hitler, il meccanismo seducente e terribile della sua parola. Il titolo è ‘Mein Kampf’ ed è ancora oggi il libro più controverso al mondo
Massini è un uomo solo su un piano rialzato che afferma di non voler fare l’impiegato e di aspirare a qualcosa di più grande. Sembrerebbero le parole di un adolescente, invece è la megalomania di un folle. Il disprezzo per tutte le classi sociali: proletari, borghesi e benestanti; il suo compito riunirli in una sola massa, salvarli spetterebbe a lui, Hitler.

Hitler guarda alla massa come a un’infanzia da educare con mano ferma, indicando i confini tra vita e morte. Il suo è un magistero del terrore che si arroga il diritto di selezionare l’umanità: da una parte i meritevoli, dall’altra gli ebrei, trasformati dalla sua dialettica nel nemico ontologico, il bersaglio designato di un annientamento programmato.
Quando Hitler trovò finalmente il coraggio di salire su un palco per il suo primo comizio, l’effetto fu immediato e quantificabile: le entrate del “Partito operaio tedesco” schizzarono da 30 a 300 marchi a serata.
Quella dialettica così magnetica e sinistra divenne subito il capitale del movimento, guadagnandogli non solo la tessera del partito, ma segnando l’alba di un’ascesa tanto folgorante quanto tragica.
Mein Kampf: un’opera che induce alla riflessione
Mentre il regime nazista cercava di purificare il pensiero dando alle fiamme tutto, dalle favole per bambini ai trattati filosofici, la storia ha emesso la sua sentenza. Oggi, in gran parte del globo, è proprio il ‘Mein Kampf’ ad aver subito il destino della censura.
La pericolosità delle sue affermazioni non è scontata ed è sempre doveroso vigilare per evitare che la storia si ripeta. Come può un solo uomo avere la pretesa di salvare un’intera nazione? E come può un intero popolo credere in lui, accettando di essere trattato “come un bambino”?
Gli ebrei rappresentavano il bersaglio ideale per una propaganda che cercava colpevoli, non spiegazioni.
Isolati, diversi per culto e colpiti da secoli di luoghi comuni, sono diventati la vittima sacrificale di un meccanismo antichissimo: quello che insegna a unire una maggioranza attraverso l’annientamento di una minoranza.
Un orrore che Massini mette a nudo, rivelando come la dialettica possa trasformare un pregiudizio ereditato dal passato in una sentenza di morte per il futuro
Il fascino del male
Nonostante l’atrocità delle sue parole, il personaggio di Massini non respinge: al contrario, attrae. Sul palco appare un uomo giovane, dall’eleganza curata e dal carisma magnetico, capace di incantare con un eloquio affabile.
È una trappola retorica che punta dritto alle emozioni, bypassando ogni filtro razionale. È quella che gli antichi greci chiamavano oratoria asiana : uno stile ridondante e passionale che, in opposizione alla logica rigorosa dell’atticismo, non cerca di convincere la mente, ma di sedurre il ventre del pubblico.
I greci credevano nel principio del kalòs kai agathòs , l’idea che bellezza e bontà andassero di pari passo. In questo caso, però, accade l’opposto: una delle ideologie più oscure della storia ci viene presentata da un uomo all’apparenza perbene. È la prova definitiva che non dobbiamo fermarci alla superficie e soppesare attentamente le parole dei nostri interlocutori riflettendo prima di schierarci.
Sulla pedana allestita per lo spettacolo, Massini indossa un nero che è insieme simbolo politico (di chiaro rimando al fascismo) e scelta estetica: una tinta fine, ordinata, che ne ingentilisce la presenza scenica anziché renderla spaventosa.
Vestiti, libri e coriandoli dorati precipitano sulla scena per dare sostanza alle parole di Massini, colorando un monologo che ricalca i toni della propaganda. È un contrasto efficace: il pubblico resta piacevolmente colpito dalla rottura del rigore in bianco e nero, travolto da un’improvvisa e simbolica esplosione di oggetti.
Un avvertimento
La regia è statica, la recitazione si fonda sulla parola. Massini ha saputo reggere ‘Mein Kampf’ con una dialettica potente, mutevole a seconda dei pensieri esposti, ora gentile ora violenta. L’attore ha dimostrato così di essere all’altezza di una drammaturgia difficile, scritta e diretta da lui stesso.
Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno sviluppando dinamiche allarmanti, le destre di molti paesi d’Europa stanno tornando al potere, soffocando e controllando cultura e propaganda che mirano -pericolosamente- alla pancia dei singoli elettori.
Grazie Massini per averci fatto riflettere.
Valeria Vite
Foto: Filippo Manzini
Mein Kampf
Teatro Manzoni | Monza
dal 6 all’8 febbraio
di e con Stefano Massini
da Adolf Hitler
Ambienti sonori Andrea Baggio
Costumi Micol Joanka Medda
Luci Manuel Frenda
Scene Paolo Di Benedetto
Produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana
