Il teatro Arcobaleno di Roma ha chiuso il 2025 con ‘Mandragola’ di Niccolò Machiavelli. Un capolavoro di drammaturgia senza tempo che fa sorridere e riflettere sulle ipocrisie e sulle avidità di un mondo che, dopo oltre cinque secoli, sembra ancora drammaticamente attuale
Al teatro Arcobaleno capitolino, dal 12 al 21 dicembre, è andata in scena ‘Mandragola’, la fortunata commedia di Niccolò Machiavelli, proposta nell’adattamento e nella sapiente regia di Nicasio Anzelmo, fedele al testo del grande autore fiorentino.

Per chiudere l’anno in bellezza non poteva esserci opera migliore del capolavoro teatrale del Cinquecento, esempio di drammaturgia insuperabile, che guarda alla satira dei classici come Plauto e Terenzio e alle novelle del “Decameron” di Giovanni Boccaccio.
La Mandragola: adattamento e regia di Nicasio Anzelmo
Sette bravissimi interpreti danno vita alla commedia in maniera mirabile, modulando registri attoriali sempre ben calibrati e servendosi di un’efficace gestualità, fino a misurarsi in armoniosi balletti.
Domenico Pantano appare molto calato nel ruolo di Messer Nicia, beffato da uno straordinario Ligurio interpretato da Nicolò Giacalone e da un convincente Callimaco, affidato ad Alessandro D’Ambrosi.
Antonio Bandiera veste i panni di Fra’ Timoteo, mentre Laura Garofali interpreta la bella Lucrezia. Annalisa Amodio e Mimma Mercurio, che si alternano sul palco a seconda delle repliche, danno invece volto alla madre Sostrata.
Il palco è un tripudio di colori, a cominciare dai bellissimi e variopinti abiti d’epoca, creati dall’estro di Susanna Proietti, agli armonici balli ideati dalla coreografa Barbara Cacciato, e alle belle scene di Giovanni Nardi, intervallate dalle musiche originali di Giovanni Zappalorto.
In contrasto con l’apparente giocosità dello scenario, domina la parte inferiore della statua di Giordano Bruno, sul cui basamento campeggia l’iscrizione “A Bruno dove il rogo arse”.
Presente dall’inizio alla fine dello spettacolo, la statua funge da monito e da memoria di ciò che fu l’Inquisizione e delle sue vittime: liberi pensatori come il grande filosofo campano, che non si piegarono a minacce e intimidazioni e pagarono con la vita il loro amore per la verità e la giustizia.
Machiavelli e il suo tempo: inganno, desiderio e beffa
Machiavelli, d’altronde, fu scrittore del suo tempo, un’epoca in cui il paradiso si guadagnava anche mettendo in vendita, per qualche ducato, le indulgenze giubilari.
La trama della ‘Mandragola’, che prende il titolo da una pianta afrodisiaca ritenuta nel Cinquecento miracolosa contro la sterilità e scritta in occasione delle nozze di Lorenzo de’ Medici, è nota.
Tutto accade in una giornata del 1504, quando Callimaco posa gli occhi sulla bella Lucrezia, già sposata con Messer Nicia che fatica a renderla madre. Per conquistarne le grazie, il giovane innamorato si rivolge a Ligurio, servo scaltro e cinico, che si burla del marito credulone con una beffa degna delle più belle novelle del Decameron, a cui Machiavelli apertamente si ispira.
Travestito da garzonaccio, Callimaco trascorre così una notte d’amore con Lucrezia: Messer Nicia, infatti, viene indotto a credere che l’assunzione dell’erba miracolosa provochi la morte di chi la ingerisce dopo l’amplesso. Alla riuscita dell’inganno collaborano Fra’ Timoteo, prete fedele al dio denaro, e la madre della giovane.
L’attualità del pensiero machiavellico cinquecento anni dopo
Tutti i personaggi rappresentano un’umanità gretta e meschina, pronta ad ordire inganni per il proprio tornaconto. Lucrezia è l’unica a tentennare di fronte ad un atto così sacrilego, ma finisce per lasciarsi convincere, accettando di avere un amante e di conservare al tempo stesso il ricco marito.
Il finale sembra lieto, accompagnato dai celebri versi della canzona di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici, scritta dal Magnifico per il Carnevale: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! / chi vuol esser lieto, sia / di doman non c’è certezza”.
In realtà però non lo è affatto, perché dietro all’effimero appagamento dei desideri di tutti si nasconde una riflessione terribile e veritiera, che l’artificio della satira lascia intravedere: lo scacco di un’umanità che, di fronte ai propri interessi personali, non si fa scrupoli.
Anche nella ‘Mandragola’, Machiavelli ribadisce il pensiero già sviluppato ne “Il Principe”, condensato nella celebre frase a lui attribuita: “Il fine giustifica i mezzi”, qualunque sia la strada percorsa per raggiungerlo.
Anna Merola
Foto: E. M.
Teatro Arcobaleno
dal 12-13-14 al 19-20-21 dicembre
Mandragola
di Niccolò Machiavelli
Adattamento e regia Nicasio Anzelmo
con Domenico Pantano
e con Anna Lisa Amodio, Antonio Bandiera, Chiara Barbagallo, Alessandro D’Ambrosi, Laura Garofoli, Nicolò Giacalone e Mimma Mercurio
Costumi Susanna Proietti
Movimenti Coreografici Barbara Cacciato
Musiche Giovanni Zappalorto
Scene Giovanni Nardi
Produzione CTM CENTRO TEATRALE MERIDIONALE SOC. COOP.
