Nella cornice del teatro Vittoria di Roma, dal 7 al 10 maggio, è andato in scena ‘Mademoiselle Chanel’, spettacolo che immortala l’elegante stilista francese Coco, interpretata da un’ottima Patrizia Bellucci, diretta con mestiere da Giulia Avino
Sul palco, allestito come un vero laboratorio sartoriale, con l’immancabile macchina da cucire, manichini e busti, paraventi e scale, regna Coco, avvolta in uno dei suoi leggendari tailleur di giacca e pantaloni neri, che si muove con scioltezza e la necessaria verve.

La stilista racconta la sua vita straordinaria in prima persona, svelandoci, grazie al testo scritto da Valeria Moretti, un ritratto inedito e intimo, a tinte chiaro-scure, in cui si susseguono stati d’animo differenti: forza e fragilità, talento e fortuna, voglia di lasciarsi andare, e una radicata volontà di riscatto da una vita dolorosa e sfortunata.
Mademoiselle Chanel: l’estro si manifesta fin dall’infanzia
Gabrielle Chanel, che di cognome fa anche Bonheur, ovvero felicità in francese, nel periodo dell’adolescenza vive tanti sentimenti, tranne però quelli della gioia e della spensieratezza.
I ricordi di Coco partono dall’infanzia. Il punto di non ritorno, come spesso accade in storie come la sua, di sofferenza e affrancamento, è rappresentato dalla morte della madre quando lei ha soli 12 anni. Il papà, inoltre, l’abbandona, così quella che diventa una delle più grandi stiliste del Novecento, entra, assieme alle sue due sorelline, in un orfanatrofio della Congregazione del Sacro Cuore.
Ricordando quei giorni, Patrizia Bellucci – nei panni della protagonista – è molto abile nel trasmettere emozioni contraddittorie, utilizzando più registri attoriali per dare voce sia alla tristezza sia alla vitalità di una ragazzina che vuole riscattare il proprio passato.
Nell’orfanatrofio, infatti, non si perde d’animo: le suore si dedicano al cucito, confezionando abiti monacali e lei le imita, facendo orli alle lenzuola, dimostrandosi fin da subito dotata nell’arte del rammendo. Coco conserva il ricordo di quelle notti buie e solitarie a cucire con le sue mani da bambina anche nello stile delle sue creazioni eleganti e castigate, caratterizzate spesso da tinte cupe e austere.
Stile Chanel
La sua carriera e il suo soprannome Coco li deve a Etienne Balsan, suo primo mecenate, che intuisce il suo potenziale non appena la vede ballare e cantare in un Cafè-concert di Parigi.
I due vanno a vivere nel castello di lui, che aveva una passione per i cavalli e, di conseguenza, dalla fantasia di Coco nascono i pantaloni da cavallerizza e le cravattine lavorate a maglia. Poi arrivano i cappellini per signore molto più semplici di quelli in voga all’epoca, e il profumo Chanel numero 5, il più venduto di sempre.
Tutto lo stile di Chanel era volto alla praticità che piaceva alle donne della Belle Epoque: pantaloni, abiti leggeri, giacche dal taglio elegante, ma funzionale.
Nel castello del suo finanziatore, al quale restituisce tutti i soldi che le aveva prestato per avviare la sua attività, incontra il suo grande amore, Arthur, che l’aiuta a farsi strada nel mondo della moda, ma che finisce per farla soffrire sposandosi con un’altra.
Quando l’uomo muore in un incidente stradale, Coco sprofonda in una pericolosa depressione, da cui trova la forza di uscire.
Ce n’è abbastanza per ricordare la storia di un’altra mitica artista francese: la divina Édith Piaf, anche per le musiche della tradizione francese curate da Fabio Lombardi, che rendono ancora più suggestivo ed emozionante il dialogo di Coco con se stessa, mentre ricorda la sua vita sempre in bilico tra gioia e dolore.
Anna Merola
Teatro Vittoria
dal 7 al 10 maggio
Mademoiselle Chanel
di Valeria Moretti
Regia Giulia Avino
con Patrizia Bellucci
Disegno luci Francesco Bàrbera
Luci e fonica Giulia Vertua
Musiche Fabio Lombardi
Scene e costumi Luca Arcuri
Voices off Edoardo Siravo, Alessio Caruso, Stefano de Majo e Gionathan Montagna
Produzione Laros di Gino Caudai
