‘L’infinito Giacomo’, in scena al teatro Arcobaleno di Roma dal 16 al 19 aprile, ci racconta un Leopardi inedito, intimo, divertente e dissacrante. Sul palco Giuseppe Pambieri incarna il genio e la sua imperfezione, a testimonianza che la bellezza non è sempre il tratto distintivo di una persona
Un leggio domina il palco del Centro Stabile del Classico, spoglio di ogni altro oggetto, a parlare è il poeta di Recanati, magistralmente interpretato da Giuseppe Pambieri, che incarna un Leopardi lucido e spietato sulla vita e sugli uomini, muovendosi con naturalezza tra il mutare delle emozioni e dei registri attoriali.

La biografia romanzata, intervallata dai suoi versi eterni, è opera di Giuseppe Argirò che firma anche una fluida regia per uno spettacolo emozionante, al suo quindicesimo anno di replica.
Quando va in scena l’imperfezione del genio, con i suoi vizi, le sue fobie e le sue virtù, si scopre un Leopardi lontano anni luce dalle immagini che i manuali di letteratura, di solito, ci consegnano. E così scopriamo un uomo irriverente, ironico e autoironico, ma anche ansioso e completamente innamorato della vita che pur lo fa soffrire.
Un ritratto autentico che prende spunto dal suo “Epistolario”, dallo “Zibaldone”, dalle “Operette morali”, e naturalmente dai “Canti” dove sono raccolte le sue poesie. A fare da colonna sonora ai suoi versi senza tempo le musiche di altrettanti geni: Mozart, Bach, Beethoven, Chopin, Rachmaninov e Dvořàk le cui note toccano l’anima.
L’infinito Giacomo: l’infinità vanità del tutto
Giacomo, genio precoce, è goloso: adora mangiare dolci e gelati, e il miele è per lui “una carezza sul palato”. E quando si trasferirà a Napoli, dove morirà poco prima di compiere 39 anni, con l’amico Antonio Ranieri scopre un vero e proprio tempio del gusto, nutrendosi senza freni di baccalà, scarola, insalata di rinforzo e frittelle.
Si innamora, ma è consapevole che non potrà mai essere ricambiato. “Sette anni di studio matto e disperatissimo nella biblioteca paterna mi hanno regalato – scrive in una delle sue lettere – un aspetto miserabile: sono alto 1 metro e 41, ho la gobba”, che all’ombra del Vesuvio, ricorda lui, diviene preziosa per scegliere i numeri da giocare a lotto. Rifiuta il bagno settimanale perché ha una fobia per l’acqua, un fastidio che arriverà fino all’esasperazione.
Il conte Giacomo ha un precettore conscio che il suo alunno ne sa più di lui, e di ciò informa anche il padre spiegandogli che non ha più nulla da insegnargli. E più conosce il mondo più riflette sull’infinità vanità del tutto. Cerca emozioni, ragazzi con cui vorrebbe confrontarsi, ma non riesce a rapportarsi con i suoi coetanei tranne che con la sorella Paolina e i fratelli.
E intanto è cosciente che la gioventù non dura per sempre. Nel “Sabato del Villaggio” consiglia al “garzoncello scherzoso” di “godere di codesta età fiorita / che è come un giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno, /che precorre alla festa di tua vita”.
La poetica di Leopardi ancora attuale
Le sue riflessioni anticipano temi attualissimi come il suicidio assistito e si chiede “Perché l’uomo non può privarsi della vita? Siamo noi inferiori alle bestie?”.
E sull’Italia e sulla sua decadenza a cui dedica uno dei suoi canti civili ha una precisa opinione – “Piangi, che ben hai donde, Italia mia / Dov’è la gloria antica…?” – così come sugli italiani, che spesso “vivono nel solo presente, senza prospettive e ciò che più li caratterizza è un’indifferenza profonda e un accentuato individualismo”.
Tutto ciò che Leopardi non era. Il suo sguardo lucido sulla realtà descritta senza veli impaurisce e ferisce i benpensanti dell’Ottocento, “secol superbo e sciocco”, di cui scrive ne “La ginestra”, che aveva la presunzione di aver domato la natura, abbandonando la ragione illuminista. Più contemporaneo di così!
In ‘L’infinito Giacomo’ si alternano versi immortali che anche il pubblico recita a memoria, come il famoso incipit del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai /….Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?”.
Vanità, tristezza, dolore, c’è un modo per sopravvivere a tutto questo? Il suo pensiero si evolve nella sua ultima poesia “La Ginestra”, in cui Leopardi consiglia agli uomini di resistere come fa la ginestra nel deserto, stretti in atto di solidarietà reale contro la natura, colpevole di ogni male.
Ma dalla realtà che ci opprime – ci insegna Leopardi nella più nota di tutte le sue poesie: “L’infinito“ – si può anche evadere con l’immaginazione, che ci porta in un mondo meno gretto e meschino. “…Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Anna Merola
L’infinito Giacomo
Vizi e virtù di Giacomo Leopardi
Ritratto inedito del poeta attraverso le sue opere
Teatro Arcobaleno
dal 16 al 19 aprile
Drammaturgia e regia Giuseppe Argirò
con Giuseppe Pambieri
Musiche di Mozart, Bach, Beethoven, Chopin, Rachmaninov e Dvořàk
Produzione CTM – Centro Teatrale Meridionale Soc. COOP
