Al teatro Menotti di Milano per quattro serate Paolo Nori con ‘La Libertà’ e ‘La Disperazione’ ha dato vita a due intensi monologhi che aiutano il pubblico a comprendere quanto la cultura russa, e non solo, sia un filtro per osservarci da vicino e raggiungere un’ideale di libertà più concreto
Paolo Nori ha assunto ormai la statura dell’icona. A buon diritto, stando al dittico dedicatogli – e da lui incarnato – ‘Libertà e Disperazione’ sul palco del Teatro Menotti.

L’incedere cadenzato della voce che ha ormai tracciato la partitura di una sua peculiare musica, la biografia che si fa strumento narrativo con un’originalità lontana dall’abuso letterario del tempo dell’autofiction e un sapere enciclopedico su un mondo – la letteratura russa – che ha bisogno più che mai di essere illuminato in tempi in cui la politica ha cannibalizzato l’intelligenza, sono ormai amatissime da un pubblico trasversale.
Libertà e Disperazione: l’eclettismo culturale
Desideroso di conoscere meglio una mente che qui si scinde in due titoli che suonano come dichiarazioni d’intenti e confessioni ad un tempo: libertà e disperazione.
Due viaggi con scudieri accorti e raffinati come Alessandro Nidi al pianoforte, Filippo Nidi e Andrea Coruzzi tra fisarmoniche e percussioni, a fornire una garbata quanto incisiva sottolineatura musicale che – soprattutto nella ideale prima parte, nei primi tre giorni della settimana complessiva di replica – porta il jazz nelle atmosfere di Mosca o San Pietroburgo, ma che poi si spingerà persino, quando gli strumenti tacciono, a cantare a cappella dell’Internazionale che si fa ninna nanna per una figlia bambina: senza negarsi il vezzo e la sfida di accennare – lo stesso Nori – qualche nota alla tromba.
A riprova di un eclettismo che lo vede efficace anche sulla scena, soprattutto nel primo dei due spettacoli, indiscutibilmente più compiuto e scenicamente strutturato, del resto ormai testato da più di due anni di tournèe.
Una memoria ricomposta
Il secondo spettacolo – al suo debutto – nel suo più scarno e intimo dettato, si dichiara fin da subito debitore diretto di un podcast pubblicato da Chora Media, dal titolo “La seconda volta che sono morto”, al punto da dialogare apertamente con lo stesso Nori per voce incisa e con quelle di familiari e amici (risalenti o acquisiti in quei momenti) che hanno potuto restituire allo scrittore una memoria ricomposta dei due momenti in cui – all’inizio della propria carriera e poi da scrittore già affermato – due incidenti stradali importanti hanno rischiato di far parlare di lui, o di farlo leggere, come un autore postumo.
Uno spazio di racconto di sé che si fa metafora, cosi come la disperazione, anziché fermarsi alla dinamica personale dell’attraversamento delle paure, diventa una postura verso le cose, per non proiettare lontano nel tempo ciò che ci restituisce senso e, soprattutto, a quello che muove la sua scrittura.
Un pragmatismo sanguigno e ironico come tipicamente sa esserlo l’Emilia e la sua Parma, la citta che al gerarca fascista Italo Balbo, che si fregiava di una epica trasvolata atlantica, fece trovare scritto sui Muri “Balbo t’è pasè l’Atlantic (mo miga la Pärma)”.
Libertà e Disperazione: un lavoro asciutto e fascinoso
Se il secondo lavoro corrisponde all’anima più personale – e non poi tanto sofferta, malgrado il titolo, e anzi per cui potrebbe valere l’adattamento dell’adagio di Eduardo Galeano, per arrivare a dire che la disperazione serve a camminare.
Si tratta di un lavoro più asciutto e non senza fascino ma forse ancora in costruzione, che condivide con l’altro il limite – funzionale al racconto e all’immagine dello stesso Nori, certo – del ricorso al testo, a fogli stretti come un feticcio e uno strumento, e al leggio a frapporsi tra narratore e pubblico.
Arriverebbe forse con ancora maggior efficacia, al contrario, proprio come quando, nel primo spettacolo, a Nori basta sedersi a un tavolo e accendere – con tutta la fatica di un gesto uguale da secoli – una candela con un fiammifero.
Si vede lì il nocciolo di una resa scenica che pure arriva anche solo dalla presenza e dalla voce, quando Nori accosta la vita di Daniil Charms, anarchico e artista, morto in manicomio a difesa della surrealtà saggia dei suoi dialoghi, a quella di Iosif Aleksandrovic Brodskij, poeta e allievo di Anna Achmatova.
Nori e l’anarchia in Libertà e Disperazione
Entrambi ‘Libertà e Disperazione’, sono l’esito di un procedere lieve e profondo al tempo stesso che muove dall’altra radice di Nori, quella ideale, che lo riporta all’anarchia, a Bakunin e – risalendo – a Bartolomeo Vanzetti, morto innocente per un’idea che qualche anno più tardi Giuseppe Pinelli avrebbe sintetizzato in “ragionamento e responsabilità”.
L’Italia e la Russia – Paolo Nori lo suggerisce una volta di più -, con una sincerità senza eccesso di orpelli, come è sua abitudine – non sono mai state più vicine, per mezzo delle voci che hanno usato il proprio corpo per opporsi, anche ridendo, al potere e ai regimi.
Molto oltre al dibattito sterile su quanto sia lecito parlare di se stessi o del quotidiano, per fare letteratura ma persino storiografia, Paolo Nori ha ormai elevato a genere letterario un modo individuale di guardare il mondo per tutti – qualcosa che c’entra molto con l’anarchia – ma anche la consapevolezza che la storia non è che una somma di biografie, e ciascuna di esse è una lente per capirla meglio.
Chiara Palumbo
Foto: A. Morgillo
Teatro Menotti – Milano
La libertà – primo episodio
18 e 20 novembre
di e con Paolo Nori
Musiche Alessandro Nidi
eseguite dal vivo da
Alessandro Nidi pianoforte
Andrea Coruzzi percussioni
Filippo Nidi fisarmoniche
Luci Luca Bronzo
a cura di Paola Donati
Produzione Fondazione Teatro Due – Parma
La disperazione – secondo episodio
21 e 23 novembre
di e con Paolo Nori
Musiche Alessandro Nidi
eseguite dal vivo da
Alessandro Nidi pianoforte
Andrea Coruzzi percussioni
Filippo Nidi fisarmoniche
Luci Luca Bronzo
a cura di Paola Donati
Produzione Fondazione Teatro Due, Parma
