Fino allo scorso 12 aprile, presso il teatro Basilica di Roma è andato in scena ‘La fame’, un inedito lavoro firmato da Alberto Fumagalli della compagnia Les Moustaches. Uno spettacolo contemporaneo che si colloca tra parabola morale e racconto grottesco e che analizza tramite eleganti metafore le necessità primordiali dell’essere umano
Sagrestano e Virtuosa sono una coppia che vive in una dimensione sospesa, quasi fuori dal tempo, regolata da bisogni elementari e da un equilibrio precario. L’irruzione della fame — concreta e implacabile — incrina questo sistema, dando origine a una progressiva disgregazione del loro rapporto e delle certezze su cui si fondava la loro esistenza: quella che inizialmente appare come una semplice difficoltà materiale si trasforma presto in una crisi più profonda.

Seguendo lo stile ormai riconoscibile del sempre più bravo Alberto Fumagalli, ‘La fame’ si distingue per una messa in scena essenziale e simbolica, capace di trasformare una condizione naturale come la fame in una riflessione più ampia sull’essere umano, sulle sue fragilità e sulle sue contraddizioni.
La fame: una storia che non ha confini
Alla regia, Fumagalli, in collaborazione con Ludovica D’Auria, costruisce uno spazio scenico scarno in cui ogni elemento è ridotto. Questa scelta accentua il valore simbolico della rappresentazione e costringe lo spettatore a concentrarsi sui corpi, sulle parole e sulle dinamiche relazionali.
La scena diventa così un luogo astratto, che potrebbe appartenere a qualsiasi tempo e a qualsiasi contesto umano.
La scrittura drammaturgica privilegia un linguaggio volutamente musicale e deformato, a tratti grottesco, che contribuisce a creare una distanza dalla realtà quotidiana.
I dialoghi non mirano al realismo, ma alla costruzione di figure archetipiche: Sagrestano e Virtuosa non sono individui definiti da una chiara psicologia, bensì incarnazioni di istinti, paure e desideri universali.
Le splendide interpretazioni dello stesso Fumagalli e di Chiara Liotta si muovono in questa stessa direzione, puntando su una fisicità marcata e su una gestualità spesso esasperata; i corpi diventano strumenti narrativi, capaci di restituire la progressiva trasformazione dei personaggi sotto la pressione della fame.
Un lavoro dalla ricerca espressiva rigorosa
Uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo è il modo in cui la fame viene declinata, non solo come bisogno fisico, ma come condizione esistenziale: fame di cibo ma anche di amore, di riconoscimento, di stabilità.
È in questo senso che l’opera si apre a una lettura contemporanea, suggerendo un parallelo con le insicurezze e le precarietà del presente.
Il ritmo della messinscena è volutamente irregolare: alterna momenti di stasi a improvvise accelerazioni, rispecchiando il disequilibrio dei protagonisti. Questa scelta, se da un lato rafforza la tensione drammatica, dall’altro può rendere la fruizione meno immediata, soprattutto per uno spettatore abituato a una narrazione lineare.
‘La fame’ è un lavoro bellissimo, coerente e coraggioso, che rinuncia a ogni forma di compiacimento e insegue una ricerca espressiva rigorosa; è un’opera che riesce a lasciare un segno, invitando la platea a confrontarsi con una domanda profonda: cosa resta dell’uomo quando viene privato di tutto?
Gabriele Amoroso
Foto: Serena Pea
Teatro Basílica
dal 10 al 12 aprile
La fame: la parabola dell’uomo che fece tutto per amore
di Alberto Fumagalli
Regia Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli
con Chiara Liotta e Alberto Fumagalli
Assistente alla regia Tommaso Ferrero
Costumi Giulio Morini
Luci Giulia Bandera
Scene Davide Moriggi
Responsabile organizzativo Pietro Morbelli
Produzione Les Moustaches, Accademia Perduta Romagna Teatri
con il sostegno di Toscana Terra Accogliente, Fondazione Toscana Spettacolo, Teatro Metastasio, Catalyst, Murmuris, Archètipo, Teatro popolare d’arte
