Al teatro LaBolla di Bollate, lo scorso 18 febbraio, Lucia Mascino ha dato corpo e vita a Tessa, una psicologa che si prende cura di una bambina che desidera un seno nuovo prima del tempo. ‘Il sen(n)o’ è un intenso spettacolo che si concentra sul corpo femminile e su quanto si desideri cambiarlo sin da piccole in base a delle convenzioni sociali che non corrispondono più alle tappe di una crescita naturale
Di chi è il corpo di una donna? L’interrogativo sembra fare eco al “di chi sono i nostri giorni?” che Sorrentino ha consegnato agli annali del cinema.

E in effetti dentro a ‘Il Sen(n)o’, che dopo le date romane arriva in scena al teatro LaBolla di Bollate, c’è un dilemma etico e filosofico della stessa pregnanza, restituito con un grado di umanità che riesce a tenere insieme partecipazione e perfetto controllo. La risposta è forse già nella domanda, a patto di essere disposti ad ascoltarla.
Di chi è il corpo di una bambina, Lila, che desidera quello che non dovrebbe desiderare? Di chi l’ha educata a desiderarlo e a identificarlo in quella parte di società che, dopo aver creato l’humus di quel desiderio, lo giudica? Non c’è una risposta o un giudizio.
Il sen(n)o: gli stimoli sociali negativi
A emergere è anzi l’umanità di chi si pone la domanda. Il racconto di un’empatia possibile più che un conflitto di convinzioni morali.
Dentro al vissuto di una bambina che chiede il seno prima del tempo e ai dubbi di una madre che accondiscende al suo bisogno, si muove un interrogativo profondo sulla fame di essere vista e validata, sul modo in cui si risponde agli stimoli sociali in base alle convinzioni con cui ogni donna è stata cresciuta e agli strumenti di cui è stata dotata.
La domanda non espressa allora potrebbe essere: cosa è successo, prima? Cosa sta accadendo intorno?
Tessa: un dialogo palpabile e autentico
Ma il compito della psicologa Tessa, a cui Lucia Mascino presta il volto e una partecipazione emotiva commovente e composta, non è – come le si chiede – essere ago della bilancia tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma rispondere alla vocazione alla relazione in cui coincidono personaggio e interprete, artista e psicoterapeuta.
Entrambe non fanno ricette, ma instaurano un legame che produce cambiamento.
A valle di una seguitissima tournée, il talento dell’attrice marchigiana ha costruito un dialogo palpabile e autentico, a partire dal un testo tanto acuto quanto pieno di insidie che ne avrebbero fatto una predica dal pulpito.
Persone portatrici di fragilità
E che – in un’ora densissima – invece si fa caldo insieme alle luci di Roberta Faiolo, nel crescere della tensione, quanto più la partecipazione si fa intensa. Salvo raffreddarsi all’irrompere – brutale – delle brutture del mondo di cui è facile incolpare sempre gli altri, per non aver saputo proteggere una bambina, costretta ancor prima delle altre donne a confrontarsi con l’accusa di esserselo andata a cercare.
Per nessuna è inaspettato sentirsi ripetere quanto fosse inevitabile aspettarsi sul suo corpo una pretesa di possesso maschile, spesso per il solo fatto di possedere un corpo esposto, o il bisogno di mostrarlo. Lila non è che una estremizzazione, pur tutt’altro che irrealistica.
Ma siccome “lo fa già il mondo, in cui si presume che io riesca a vivere felice” non si può, non si deve, trovare davvero una colpa, in persone portatrici di una fragilità che l’interpretazione rende naturale, rotonda, reale.
Consapevolezza: un simbolo da nascondere
Si può forse chiedersi se la loro storia potesse svilupparsi in altro modo, e rispondersi che, quantomeno, avrebbe potuto, prima.
Dopo, il compito è la consapevolezza, la cura, la stessa che si affida a una pianta – protagonista della scena evocativa di Maria Spazzi – solo apparentemente spoglia.
Forse l’albero potrebbe ancora gemmare, ma nel frattempo accoglie, nella regia di Serena Sinigaglia, gli interrogativi delle donne che – anche nel conflitto, nel timore – come Tessa, riprendono possesso del proprio corpo.
O sono chiamate – come Lila e sua madre Karen, pseudonimi che pongono anche il tema della protezione dell’infanzia nel mondo dei social – a elaborare l’insostenibilità della pretesa oppressiva di essere adeguate.
Oppure a prepararsi a gestire il momento in cui il seno non renderà più speciale una bambina per cui, per ora, è diventato non una parte di sé ma un simbolo da nascondere e rendere problematico in sé, anziché uno spunto utile per il suo significato.
Chi siamo? Quanto lo definiscono i nostri corpi? Quanto somigliamo all’immagine allo specchio e quanto pesa il bisogno di identificarci con chi vorremmo essere?
Le riflessioni aperte sono molte e dense, e una prova d’attrice impeccabile le fa più vere del vero. E, probabilmente, proprio nella grazia del porgerle offre il segreto per essere “felici, non tristi, quantomeno funzionanti” nella fatica del mondo.
Chiara Palumbo
Teatro La Bolla | Bollate – Milano
18 febbraio
Il sen(n)o
Regia Serena Sinigaglia
con Lucia Mascino
Luci Roberta Faiolo
Scene Maria Spazzi
