Inizia come un diario il racconto che ci giunge nel nuovo libro edito da Garzanti, ‘Il mio cuore libero: la forza di una madre di Gaza’, e fin dal titolo sappiamo tristemente cosa ci aspetta nel corso della lettura. Un racconto autobiografico che la protagonista Majd tesse con consapevolezza, guidandoci dentro gli orrori dello sterminio
“Significa gloria.“ Dentro la tenda, quella parola sembrava quasi una battuta di spirito.
È lei che ci prende per mano con una delicatezza che non meritiamo, e ci racconta con grazia il più orrendo dei crimini umani: l’uccisione di un popolo.

Majd è una giovane donna, sposata con Rashad e madre di due bambini, Salah e Nay. Non vive nella parte fortunata del mondo, nemmeno in quella appartenente “all’unica democrazia del medio oriente“, per lo meno non ancora.
Vivono in Palestina, a Gaza; nonostante le difficoltà quotidiane a cui sono sottoposti, tra interruzioni di corrente continue e posti blocco, riescono a condurre quella che nella loro quotidianità potrebbe essere definita una esistenza ordinaria.
Il tempo è scandito dagli impegni scolastici, dalle ricorrenze religiose e dagli eventi familiari come matrimoni. Sia Majd sia Rashad sono ben consapevoli delle limitazioni che subiscono ogni giorno ma non si arrendono nel sognare un futuro diverso per loro e per i loro figli. Hanno entrambi studiato e, seppur nella umile accettazione di una situazione ingiusta, perseguono i loro sogni per affermarsi e completarsi.
“Prima del 7 ottobre 2023 conducevo un’esistenza normale. Proprio come quella di tante altre mamme.”
Il mio cuore libero: una storia che si ripete sempre
Conosciamo bene la data del 7 ottobre 2023 e non è necessario ricordarne i dettagli e come rappresenti uno spartiacque fra il recente passato e il futuro incerto del popolo palestinese.
Benché la striscia di Gaza sia martoriata da decenni da conflitti, e le radici della recente escalation siano da ricondurre a eventi e volontà radicati nel passato, quel giorno ha segnato per i palestinesi un nuovo capitolo. Fatto di morte, sangue, esodi, macerie.
La famiglia di Majd e la comunità che lei conosce e di cui ha fatto parte finora, sono costrette a lasciare la loro casa, i loro beni, la loro vita, e muoversi verso sud. Decideranno poi di ritornare nella loro casa, ma la vita lì non è più possibile, e l’unica soluzione è rappresentata da Rafah, al confine con il valico egiziano.
La spirale di disperazione è sempre più ampia e avvolge tutto ciò che li circonda. Ed è tanto più crudele perchè si beffa delle vane speranze che si ripongono nella tornare a ciò che è stato.
“I bambini dormivano ancora, il loro dolce respiro contro il caos che ormai governava la nostra vita. Pur abituati al fischio dei razzi, l’innocenza di Nay e Salah non era stata distrutta completamente. Il loro mondo era sempre stato scandito dai conflitti, ma quel giorno era diverso. Quel giorno la mano invisibile della guerra aveva tracciato un nuovo confine, un confine che ci costringeva a lasciare la nostra casa”.
L’eco lontano di dignità umana
I mesi che hanno seguito il massacro effettuato da Hamas nei confronti della comunità israeliana sono stati (e sono tuttora) carichi di violenza e disperazione.
Nelle pagine de ‘Il mio cuore libero’ affiorano tutte le angosce di Majd senza sconti, ma con una compostezza che lascia allibiti. La rabbia per ciò che ingiustamente colpisce il suo popolo non la induce a vomitare bile ma si trasforma in energia di sopravvivenza.
La ricerca di cibo, la paura del freddo, il terrore dei missili e dei posti di blocco: tutto produce adrenalina animale che spinge la donna a sopravvivere per se stessa e per i suoi figli. Ma non si trasforma mai in animalità: Majd descrive ogni giorno con il suo livello di orrore più alto, senza mai perdere la dignità che la rende umana.
“Nel cortile, le donne stavano sciacquando il bulgur, il “riso che non è riso”, educando le nostre bocche ad accettarne il gusto. Per sbaglio ne lasciai cadere una manciata a terra, e i chicchi andarono a incastrarsi come grandine nelle crepe del cemento. Una perdita insignificante sotto un cielo invernale che aveva visto cose molto più gravi, eppure mi accovacciai per raccogliere ogni chicco, come se quel gesto di parsimonia potesse impedire al mondo di svuotarsi.”
Il mio cuore libero: una lettura difficile
Come si vive nell’orrore di una guerra? E come si tenta di sopravviverle?
Una realtà così comune nel mondo a noi vicino ma, allo stesso tempo, così distante da farcela concepire come un racconto, di difficile immedesimazione.
Infatti, leggendo ‘Il mio cuore libero’, ci rendiamo conto di quanto tempo sia trascorso dal famigerato 7 ottobre 2023 ad oggi, e di quanta disperazione si sia seminata senza il minimo spiraglio di speranza.
Non servono neanche i sensi di colpa e le prese di coscienza tardive. Le manifestazioni che hanno seguito la vicenda della Flottilla hanno però ridato una piccola dignità alle popolazioni degli stati occidentali che, dopo un lento letargo, hanno cominciato ad aprire gli occhi su ciò che stava accadendo.
Certamente le notizie sono state frammentate, spesso confutate prima di essere emesse, tuttavia nell’era dei social un oceano di foto, filmati, appelli ha generato un boato, che non abbiamo voluto ascoltare. Se non fino a quando non è stato troppo assordante per metterlo a tacere.
L’immedesimazione che manca
Ma anche nel momento in cui è stato urlato, e in cui abbiamo dovuto udire per forza, abbiamo fatto fatica ad immedesimarci. E lo facciamo tuttora. Anche leggendo le pagine del ‘Il mio cuore libero’.
Nel piccolo spazio di mare del Mediterraneo, ci troviamo così vicini a quelle terre martoriate, però non riusciamo a identificarci. Dobbiamo riconoscere ad Al-Assar anche questo merito: la descrizione del quotidiano è così dettagliata e vivida, nelle sue esigenze basilari di cui tutti necessitiamo, che nella lettura possiamo fare il passo che il nostro egocentrismo non ci permette di compiere.
Nelle incombenze giornaliere, che diventano via via più difficili da compiere, come recuperare un sacco di acqua, utilizzare l’acqua per lavare i piatti, avere le medicine, recarsi all’ospedale ed è mentre leggiamo che ci chiediamo come abbiano fatto i protagonisti, loro malgrado di questa storia, a sopravvivere: noi come avremmo fatto?, avremmo il coraggio di andare avanti?, esploderebbe la rabbia per l’ingiustizia che stiamo vivendo?
“Accecata dalle lacrime, premetti la schiena contro il muro e battei i pugni sulle piastrelle. Mi morsi le nocche per non correre dentro. La voce di Rashad mi arrivava attutita, bassa e tremante: la incoraggiava a essere forte, ma si stava spezzando con lei.”
Il mio cuore libero: un testo ormai necessario
Leggere ‘Il mio cuore libero’ non è semplice. Soprattutto considerando che l’orrore che si descrive, benché attenuato da una fantomatica tregua, non è terminato. E non sono terminati gli inverni freddi, la scarsità di cibo, la morte.
Ma una lettura, seppur difficile, non potrà mai essere paragonata all’esperienza di chi vive in un campo profughi nell’incertezza del domani. Per questo motivo la lettura del libro è quantomeno necessaria: dobbiamo sapere cosa accade, non possiamo continuare a girarci dall’altro lato del nostro cuscino mentre scrolliamo contenuti più o meno leggeri sui social.
E, al di là del suo valore letterario, ci viene in mente come sarebbe indispensabile diffondere un testo del genere anche nelle scuole. Una testimonianza così forte reclama una lettura e un approfondimento, che possano aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo nella parte del mondo denominata occidentalmente “medio oriente”.
“In quel momento, il campo scomparve. Il freddo, la fame, il fango… tutto svanì travolto dall’ondata di sollievo. Per la
prima volta dopo mesi, la speranza non era più una voce o una supposizione. Aveva un nome, una forma, quattro mura e una porta che ci aspettavano.“
Meritevole di una critica letteraria
È difficile discutere dello stile di una scrittrice che racconta come si sopravvive a una guerra, sapendo che si trova nella stessa situazione di quando ha scritto il libro. Sembra quasi ridicolo concentrarsi sullo stile letterario, come se si trattasse di una frivolezza da primo mondo.
Ma Al-Assar è una scrittrice e la sua professionalità ha fatto sì che il suo racconto fosse prodotto e arrivasse fino a noi (oltre che alla grazia con cui Simona Garavelli lo ha tradotto).
Come abbiamo già anticipato, la sua modalità di espressione è chiara e pacata, quasi a voler infondere a se stessa la calma necessaria per affrontare il prossimo ostacolo.
La conclusione di ogni capitolo anticipa il susseguirsi delle vicende e rende l’architettura un po’ monotona, tuttavia la deflagrazione che avviene nel nostro animo, mentre leggiamo ciò di cui è capace l’essere umano, è così forte che ne rimaniamo storditi.
Laura Vespa
Biografia
Majd Al-Assar è una scrittrice e giornalista palestinese. Nata nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza, dopo la laurea in Letteratura inglese all’Università Islamica di Gaza nel 2013 ha lavorato come insegnante.
Ha firmato reportage da Gaza per testate internazionali, tra cui “La Stampa” e “Helsingin Sanomat”.
Il mio cuore libero
La forza di una madre di Gaza
Majd Al-Assar
Traduzione Simona Garavelli
Editore Garzanti
Collana Narratori Moderni
Genere Romanzo
Anno 2025
Pagine 256
