Alla Sala Umberto di Roma va in scena ‘Il malato immaginario’ di Molière: una commedia che, sotto la maschera del riso e di una cifra cabarettistica marcata, interroga la fiducia nella medicina, il potere della parola “scientifica” e il rischio di rifugiarsi nella malattia per sottrarsi alla vita
Ci sono testi che resistono al tempo non perché vengano forzatamente attualizzati, ma perché continuano a parlare da soli. ‘Il malato immaginario’ appartiene a questa categoria.

Lo spettacolo in scena alla Sala Umberto capitolina, per la regia di Andrea Chiodi, sceglie di non sovraccaricare il testo di riferimenti espliciti al presente, lasciando invece che il meccanismo comico, preciso e reiterato, produca una riflessione che emerge quasi per attrito.
Il malato immaginario: l’immobilità di Argante
Nel mondo di Argante la medicina appare come un linguaggio autoreferenziale, fatto di formule, certezze e rituali. I medici che lo circondano non sembrano interessati a mettere in discussione le sue convinzioni, ma piuttosto a confermarle, rafforzarle, stabilizzarle. Non tanto per incapacità, quanto per convenienza.
Senza trasformare questa dinamica in una tesi esplicita, la rappresentazione lascia affiorare un’idea inquietante: la fiducia non si accorda a chi problematizza, ma a chi rassicura.
La cura diventa abitudine, la diagnosi un gesto ripetuto, e il sapere medico perde progressivamente ogni tensione critica per trasformarsi in consenso.
In questo sistema, Argante non è soltanto un paziente ossessionato, ma qualcuno che ha trovato nella malattia una forma di ordine. Come Marat si ritrova accasciato, dopo essere stato pugnalato a morte per aver tradito quella spinta rivoluzionaria, il personaggio di Chiodi giace in quella vasca per aver ripetutamente tradito l’indole rivoluzionaria più forte che c’è: la vita.
Anche lo spazio scenico lavora in questa direzione: i colori freddi, che richiamano una clinica più che una casa e che quasi accecano lo sguardo, costruiscono un ambiente asettico e ripetitivo, dove la medicina appare come pratica di sorveglianza più che come atto di ascolto.
Essere malato significa avere un centro stabile, una narrazione che giustifica ogni rinvio. La sofferenza non è solo subita, ma organizzata, quasi amministrata.
Attorno a lui scorrono possibilità — l’amore, il desiderio, il cambiamento — che restano però sempre sullo sfondo. La malattia diventa così una forma di protezione dall’esistenza, un modo per sottrarsi alla complessità del vivere senza doverlo dichiarare apertamente.
Benvenuti al Cabaret
La scelta di una cifra cabarettistica marcata ed evidente – fin da subito – nei costumi, nel trucco pesante, negli stacchetti musicali e nei balletti de ‘Il malato immaginario’ assume qui un valore che va oltre l’estetica.
È un linguaggio che richiama direttamente le condizioni in cui Molière fu costretto a scrivere l’opera: per il re, per la corte, inserendo elementi spettacolari e decorativi pensati per piacere agli ambienti reali, più che rispondere a una sua necessità artistica.
Andrea Chiodi traduce questa costrizione in un dispositivo scenico preciso. “Questo teatro contemporaneo è una merda” grida esordendo l’Argante-Molière di Tindaro Granata.
Gli stessi schemi di movimento si ripetono, i numeri sembrano tornare uguali a sé stessi e le espressioni dei personaggi li accompagnano con aria quasi svogliata, costretta. È come se la messinscena insistesse volutamente su ciò che è estraneo al cuore del testo, facendone avvertire il peso.
Quei momenti appaiono scollegati, decorativi, e proprio per questo rivelano la loro natura di compromesso.
Il cabaret, così, non diventa evasione, ma attrito. Non alleggerisce, ma sottolinea una frattura: tra ciò che il teatro deve mostrare e ciò che davvero vorrebbe dire.
Il malato immaginario: un lavoro corale di grande sostanza
All’interno di questo impianto complesso, il cast si muove con notevole precisione. Le interpretazioni sostengono la cifra grottesca senza scivolare mai nella macchietta, mantenendo sempre chiara la funzione di ogni personaggio nel sistema scenico.
Nonostante l’eccentrica prova di Lucia Lavia, sulla quale viene disegnata una serva Tonina mai succube del suo padrone, a differenza di quello a cui la storia del teatro ci ha abituato e di un Tindaro Granata che ormai dovrebbe non sorprendere più -eppur lo fa – per l’incredibile talento, l’impianto funziona perché corale, compatto.
Il lavoro quindi dimostra un controllo attento del ritmo e del linguaggio corporeo, elementi fondamentali per la sua riuscita.
Questo ‘Malato immaginario’ diverte, ma lascia addosso una sensazione di lieve disagio. Il riso è continuo, ma non anestetizzante. Sotto la superficie brillante, resta l’impressione di un mondo che preferisce la conferma alla verità, l’abitudine al rischio, la maschera alla vita. Ed è forse proprio in questa ambiguità, mai risolta e mai spiegata, che l’opera continua a ricercare la sua forza maggiore.
Ilaria Ragni
Foto: Luca Del Pia
Teatro Sala Umberto
dal 27 gennaio al 1 febbraio
Il malato immaginario
di Molière
Adattamento e traduzione di Angela Dematté
Regia di Andrea Chiodi
Assistente alla regia Elisa Grilli
con Tindaro Granata, Lucia Lavia, Angelo di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi e Ottavia Sanfilippo
Consulenza ai movimenti Marta Ciappina
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Cesare Agoni
Musiche Daniele D’Angelo
Scene Guido Buganza
Produzione Centro Teatrale Bresciano
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale
