Epoche diverse, persone diverse, stessa scelta obbligata. In ‘Gli incuranti’, Censi intreccia voci lontane ma unite dallo stesso destino: lasciare la propria terra per sopravvivere. Un romanzo corale che racconta l’urgenza della salvezza, il peso dell’attesa e l’indifferenza di chi resta a guardare. Perché barconi e frontiere non esistono dall’altro ieri
“[…] ci sono state proteste contro di noi. Proteste. Come se fuggire da un incubo significasse per forza voler portare via qualcosa a qualcuno. Dicono che siamo venuti per vivere a loro spese, per rubare il loro lavoro. E così sono scesi in strada, hanno manifestato, hanno urlato contro il nostro arrivo, come se avessimo scelta, come se questa nave fosse stata il nostro sogno e non la nostra ultima possibilità.”
Con ‘Gli incuranti’, pubblicato l’8 gennaio scorso da Nulla Die, Simone Censi costruisce un romanzo corale che attraversa continenti e decenni, intrecciando tre storie lontane ma unite da una medesima condizione: quella di chi è costretto a lasciare la propria terra per sopravvivere.

Aamiina, Maria, le sorelline Sonja e Gisela. Somalia 2014, Honduras 2018, Germania alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Africa, America Centrale, Europa. Tre epoche, tre religioni, tre scenari storici profondamente diversi, eppure un’unica, drammatica costante: l’urgenza, più che la scelta, di fuggire per sottrarsi alla violenza.
“La scelta è solo una formalità. Un nome su un modulo, un paese indicato quasi per istinto. Si sceglie dove c’è già qualcuno. Una comunità, un parente. Un appoggio, anche minimo. Un’illusione di sicurezza in un futuro che nessuno può garantire.”
Gli incuranti: la scelta che non è una scelta
Uno dei più grandi equivoci del discorso pubblico contemporaneo è l’idea che migrare sia un atto libero, calcolato, strategico.
Aamiina attraversa il deserto per cercare il fratello rapito; Maria si unisce alla Carovana dei Migranti con il marito e la figlia neonata per sfuggire alle gang honduregne; Sonja e Gisela sanno che, essendo ebree, restare in Germania significherebbe condannarsi.
In tutti i casi, la scelta è solo apparente. Si va dove c’è qualcuno, un contatto, un’illusione di sicurezza. Non si sceglie davvero: si tenta di sopravvivere.
“Nel frattempo, corre voce che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia accusato la Carovana di essere un pericolo per la sicurezza americana. Dice che tra noi potrebbero nascondersi estremisti mediorientali, che starebbero cercando di attraversare il confine messicano per organizzare attentati. Certo. Perché quale terrorista sceglierebbe di attraversare a piedi un intero continente, magari con una cintura esplosiva al seguito?”
Il tempo: un’angosciante ossessione
Il filo rosso che attraversa le tre storie è il tempo. Il tempo come risorsa vitale, come moneta di scambio, come tiranno. Per chi migra, il tempo non è una dimensione neutra. Ogni attesa può essere fatale.
Ogni giorno bloccati in mare, in un campo profughi, in un centro di detenzione significa che altrove qualcuno potrebbe essere in pericolo. Un fratello torturato. Un marito minacciato. Una sorella nascosta. Un figlio senza protezione.
Censi riesce a rendere percepibile l’angoscia della stasi. Il lettore avverte il peso dell’immobilità: la nave che non può attraccare, la frontiera che non si apre, il visto che non arriva. È un tempo che non scorre: ristagna. E nel ristagno cresce la paura.
Quando poi i migranti si trovano davanti a ostilità, proteste, diffidenza, il tempo assume un’altra forma: quella dell’umiliazione.
Qui emerge il nucleo del romanzo: l’incuranza. L’indifferenza di chi osserva e classifica, riduce, sospende il giudizio per non assumersi la responsabilità di comprendere.
“Per cosa abbiamo pagato, sperato, lottato? Per trovarci ancora davanti a un muro, in un luogo dove nessuno ci vuole? […] Ci guardano e non sanno chi siamo. Rifugiati o turisti? Migranti economici o perseguitati? Non hanno risposte, perché non vogliono averle.”
La solidarietà: contrastare l’incuranza
‘Gli incuranti’ sono coloro che non vogliono vedere, che riducono tutto a slogan, che trasformano vite in numeri. Sono i manifestanti che protestano contro uno sbarco, i funzionari che rallentano pratiche, i politici che alimentano paure.
Ma il romanzo non è solo denuncia. È anche celebrazione della solidarietà. Tra i migranti si crea una comunità provvisoria, fragile ma reale. Ci si aiuta a camminare, si divide il cibo, si veglia sui bambini. E talvolta, dall’altra parte del confine, c’è qualcuno che tende una mano.
“Quello che ti dà forza […] è la gente. La gente che ti accoglie con un gesto amichevole, che ti tende una mano per alleviare le tue sofferenze.”
La politica della paura: oggi, ieri, magari non domani
La coralità ne ‘Gli incuranti’ non disperde l’attenzione: ogni voce ha una propria consistenza emotiva. Le protagoniste non sono simboli, ma persone. Hanno paure specifiche, ricordi, legami, desideri.
Per via di questa fusione tra personale e politico e per la tematica, il romanzo ha molto in comune con “Exit West” di Mohsin Hamid.
La scelta di intrecciare epoche diverse impedisce ogni facile archiviazione del fenomeno migratorio come emergenza contemporanea. Le migrazioni sono parte della storia umana. Sono la nostra storia. E non possiamo essere incuranti al suo cospetto.
Eva Maria Vianello
Biografia
Simone Censi, laureato in Scienze Politiche e Giurisprudenza, ha esordito nel 2015 con “Amico, Nemico”.
Ha pubblicato, tra gli altri, “Il garzone del boia”, “Giallo Solidago” e “Il rimorso del ciocco”. Con “Gli Immemori di Santa Dinfna” (2024) ha affrontato il tema dell’Alzheimer.
Nel 2025 è uscito in Francia “La théorie de la rose” (Éditions L’Harmattan), dedicato alla lotta delle donne per l’autodeterminazione.
Gli incuranti
Simone Censi
Editore Nulla Die
Collana Romanzi
Genere Narrativa
Anno 2026
Pagine 258
