Lo scorso 23 ottobre Roma ha accolto il ‘Coro Iyakoko Patea’ nella splendida cornice della Chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli. Diretti dal Maestro Signor Choky Maradong Simanjuntak, i quarantacinque coristi hanno lasciato un’impronta indelebile sulla platea
Nel pomeriggio del 23 Ottobre, nella Chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli, il ‘Coro Iyakoko Patea’ – fresco vincitore del Primo Premio al 15th “In… Canto Sul Garda” International Choir Competition & Festival di Riva del Garda – ha portato nella città eterna un frammento di paradiso sonoro, un urlo dolce e necessario in un mondo che ha dimenticato il silenzio.

Quarantacinque coristi, un corpo unico e vivo, diretti dal M° Signor Choky Maradong Simanjuntak, che più che un direttore sembrava uno sciamano gentile: mani che non comandano ma evocano, occhi che accendono.
L’ensemble proveniente dalla Papua Centrale ha riempito la chiesa non di musica, ma di vita. Nessuna rappresentazione, nessuna posa diplomatica. Solo il miracolo della voce che si fa carne, respiro, terra, preghiera.
Il peso e la grazia di una civiltà
Avevano appena trionfato sul Lago di Garda, lasciando il pubblico europeo incantato con il loro programma vincitore — un viaggio che alterna brani di spiritualità sacra e canti tradizionali della Papua: “Yamo Opa”, “Ave Verum Papuanum”, “Kamoro Sunrise” e “The Spirit of Mimika”.
A Roma hanno così riproposto quegli stessi brani, ma con un’intensità nuova, come se il tempo del festival fosse stato solo un preludio a questa rivelazione.
Le voci si muovevano in onde lente e profonde, pulsando sotto la volta barocca come sangue antico. Le tonalità basse, maschili, ruvide, evocavano la foresta e il fiume; quelle alte, femminili e chiarissime, aprivano squarci di cielo.
Ogni accordo sembrava portare il peso e la grazia di una civiltà che canta per sopravvivere alla dimenticanza del mondo.
L’armonia umana
I coristi – quarantacinque anime in abiti coordinati, eleganti ma sobri – si muovevano con una quieta allegria, un ondeggiare quasi danzante, come se ogni passo fosse parte della musica. Si respirava un’armonia non solo sonora ma umana: il senso raro di comunità, di corpo condiviso.
Il nome del coro, “Iyakoko Patea”, in lingua Kamoro significa “Voce Costante”, o più poeticamente “Voce d’Oro”. Ed è proprio questa voce che ha attraversato oceani, frontiere e linguaggi, conquistando prima le giurie internazionali e poi il cuore di Roma.
Coro Iyakoko Patea: il simbolo della diversità
Fondato nel 2006 a Timika in Indonesia, questo ensemble è diventato simbolo della diversità e della forza unificante dell’Indonesia: cattolici, protestanti, musulmani, uomini e donne di origini diverse che cantano insieme la stessa preghiera universale.
Il M° Signor Choky Maradong Simanjuntak li guida con una calma che contiene tempesta. Ogni gesto è una scultura d’aria: chiama le voci, le lascia cadere, poi le rialza come colombe di suono.
La coralità diventa fisica, carnale. A tratti sembra di sentire il vento dell’Oceano, poi improvvisamente la grazia sospesa di un Kyrie, o il battito tribale di mani e piedi che incendiano lo spazio sacro.
Il pubblico, eterogeneo e incredulo, ha seguito il concerto in un silenzio carico, quasi religioso. C’erano diplomatici, musicisti, curiosi, turisti, ma tutti – per un’ora – uguali.
Quando il coro ha intonato l’ultimo brano, una sorta di benedizione papuana che pareva provenire dal ventre della terra, un bambino si è alzato e ha teso le mani verso l’alto.
Un gesto spontaneo, come a voler catturare la luce che scendeva dalle vetrate. E forse, in quel gesto, c’era tutto il senso della serata: la musica come richiamo primordiale, come nostalgia di Dio.
Quando l’ultimo accordo è svanito, il silenzio è rimasto sospeso per un istante eterno. Poi è esploso l’applauso: lungo, grato, liberatorio. I cantori hanno sorriso, commossi, e il M° Choky si è limitato a chinare la testa, come a dire che non servivano parole.
La musica vera rivela
Il rinfresco – sobrio e cordiale – si è tenuto accanto al Chiostro di Campitelli, vicino al Teatro di Marcello, dove le voci ancora rimbalzavano fra le pietre. Lì, tra il profumo del tè e i dolci speziati, si respirava una pace rara.
Roma sembrava ammutolita, quasi stupita da tanta sincerità. Fuori, la sera scendeva lenta e tiepida. Dentro ognuno, però, qualcosa era cambiato.
Forse la certezza che la musica, quando è vera, non rappresenta: rivela. Che un coro venuto dall’altra parte del mondo può ricordarci che, sotto le nostre differenze, batte lo stesso ritmo antico.
E così, dopo aver conquistato il Garda e il mondo, il ‘Coro Iyakoko Patea’ ha affascinato anche Roma — non con la potenza, ma con la verità.
E quella verità suonava come un canto che non vuole finire. Una voce d’oro, sì. Ma soprattutto, una voce umana: costante, fragile, divina.
Filippo Novalis
Ambasciata di Indonesia a Roma
Coro Iyakoko Patea
23 Ottobre
Chiesa di Santa Maria in Portico di Campitelli – Roma
Diretto dal M° Signor Choky Maradong Simanjuntak
Brani di spiritualità sacra e canti tradizionali della Papua
Yamo Opa, Ave Verum Papuanum, Kamoro Sunrise e The Spirit of Mimika
