Al teatro India di Roma va in scena ‘Come nei giorni migliori’, uno spettacolo che non racconta una storia, che non si limita a osservare una relazione, si ha la sensazione di abitarla, di attraversarne il ritmo, il fiato corto, le pause che non sono mai davvero riposo. In scena non c’è quasi nulla, eppure succede tutto: due corpi, due voci, e un flusso continuo di parole che costruisce e smonta, istante dopo istante, l’idea stessa di stare insieme
Il testo di Diego Pleuteri, diretto da Leonardo Lidi e interpretato da Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, mette in scena una coppia nella sua quotidianità, fra dialettica, incomprensioni, ironia e slittamenti continui di linguaggio. Quello che emerge è un ritratto lucidissimo e spietato della coppia contemporanea, intrappolata in una corsa che non lascia spazio alla comprensione, ma solo alla reazione.

L’amore non è rifugio, non è tregua: è uno spazio di allenamento costante, una palestra emotiva in cui si resiste, si cede, si riparte, mentre le domande più importanti restano lì, sospese, spesso senza risposta — o con risposte che fanno più male del silenzio.
Come nei giorni migliori: la relazione luogo di esercizio permanente
La cosa più bella di ‘Come nei giorni migliori’ è che non cerca mai di nobilitare l’amore. Non lo idealizza, non lo fa diventare una categoria superiore, non gli attribuisce alcuna purezza salvifica.
Lo mostra per quello che spesso è: un luogo di esercizio permanente, una palestra appunto, in cui si entra pensando forse di costruire qualcosa e ci si scopre invece intenti a reggere il ritmo, a dosare il fiato, a non crollare sotto il peso di ciò che si pretende da sé e dall’altro.
La coppia, qui, non è la forma della pace ma quella dell’allenamento continuo ed ecco che ogni battuta è uno scatto, una flessione, una prova di resistenza emotiva.
E dentro questa palestra la vita va a duecento all’ora. Non c’è tregua nel dettato, non c’è un vero tempo di posa, non c’è uno spazio largo in cui accomodarsi e comprendersi davvero. Si corre perché si deve correre: lavoro, casa, figli, organizzazione, aspettative, ruoli, identità da sostenere, proiezioni da rispettare.
La violenza produttiva del presente
Il testo di Pleuteri sembra assumere su di sé la violenza produttiva del presente, quel meccanismo per cui non ci è concesso quasi mai fermarci a capire che cosa stiamo vivendo, perché vivere sembra coincidere soltanto con il fare.
E allora la relazione diventa il luogo in cui questa pressione del mondo non si scioglie, ma anzi si amplifica, si riproduce, si scarica.
Il punto più doloroso, però, arriva proprio quando ci si ferma. Perché fermarsi, in questo spettacolo, non significa trovare quiete: significa finalmente ascoltare le domande che il movimento teneva a bada.
E lì si apre il vuoto. Le domande sono molte, troppo grandi, troppo antiche: chi siamo insieme? cosa stiamo davvero costruendo? vogliamo le stesse cose? siamo programmati per volerle? e soprattutto: siamo ancora capaci di riconoscerci nelle risposte dell’altro?
‘Come nei giorni migliori’ affonda con precisione in questa crepa: non soltanto nel fatto che spesso non abbiamo risposte, ma nel fatto che a volte quelle risposte, quando arrivano, non ci piacciono affatto. Ed è in questo scarto che il rapporto si rivela per quello che è: non approdo, ma vertigine.
Come nei giorni migliori: l’amore come fatica visibile
Una delle intuizioni più riuscite della messa in scena è rendere fisicamente percepibile la stanchezza delle relazioni. Non una stanchezza melodrammatica, non il grande dolore romanzesco, ma quel prosciugamento sottile e quotidiano che nasce dal vivere accanto a qualcuno mentre il mondo continua a chiedere tutto, sempre, immediatamente.
Stare insieme, qui, non è un gesto spontaneo che si autoalimenta: è un lavoro del corpo, della voce, della tenuta. È qualcosa che consuma. E proprio per questo appare vero.
Questa fatica non viene mai esibita in modo compiaciuto. È disseminata nel ritmo, nelle riprese, nella tensione continua tra prossimità e distanza. Si avverte che i due personaggi si amano, o si sono amati, o provano disperatamente a ritrovarsi in quell’idea di noi che forse li ha fondati; ma si avverte con altrettanta chiarezza che l’amore, da solo, non basta a mettere ordine nel caos dell’esistenza. Anzi, a volte lo rende ancora più visibile.
La rappresentazione ha, inoltre, il coraggio di dirlo senza cinismo: amarsi o volersi bene non salva automaticamente dall’attrito.
Ed è forse questo il motivo per cui la visione resta così impressa. Perché ‘Come nei giorni migliori’ non parla soltanto di una coppia di due ragazzi, ma di una condizione condivisa: quella di individui che cercano un senso comune mentre tutto li spinge verso la prestazione, verso la risposta rapida, verso la forma corretta del vivere.
In questa prospettiva, la relazione-palestra diventa anche la metafora di una società che ci addestra continuamente, ma non ci insegna quasi mai come sostare davvero nelle domande.
Il teatro del quasi nulla, dove due attori bastano a creare il mondo
La regia di Leonardo Lidi trova una forza rara nella sottrazione. Ci viene presentato uno “spazio scenico svuotato e unico”, ed è una definizione esatta: ciò che colpisce è proprio la capacità di fare della scena un luogo apparentemente spoglio ma in realtà densissimo, un contenitore in cui ogni parola, ogni pausa, ogni spostamento si carica di funzione. Non c’è bisogno di molto, perché quel poco è abitato fino in fondo.
È una semplicità solo apparente, perché reggere il vuoto è molto più difficile che riempirlo. Qui la scena non offre appigli superflui, lascia che siano i due corpi e le due voci a plasmare gli spazi, a generare ambienti, ricordi, tensioni, immaginazioni.
È un teatro fatto quasi di nulla e, proprio per questo, capace di contenere tutto. I luoghi non vengono illustrati, ma evocati. Le situazioni non vengono spiegate, prendono forma nel modo in cui i due interpreti esistono l’uno accanto all’altro, l’uno contro l’altro, l’uno dentro il discorso dell’altro.
Questa nudità scenica ha anche un effetto ulteriore, importantissimo e cioè quello di costringere il pubblico a una posizione di attenzione assoluta. Non ci si può nascondere in uno sguardo laterale, non si può delegare il senso a un’immagine forte, a un segno esterno, a una macchina spettacolare. Si guarda e si ascolta e talvolta si è presi di mira dagli attori in scena, ci viene puntato il dito come a dire “sei fatto allo stesso modo e lo sai“.
E in questo ascolto si diventa davvero osservatori tristi. Quelle statue, ferme a fissare due esseri umani che si dibattono dentro la loro necessità di capirsi, senza potere intervenire, senza potere salvare nulla.
Armonia nella disarmonia: la bravura degli attori
Bandini e De Vreese costruiscono una coppia scenica di rara precisione, fondata su un equilibrio instabile che è la vera forza dello spettacolo: non cercano mai una fusione pacificata, ma abitano costantemente la loro estrema diversità. Sono due note dissonanti e complementari allo stesso tempo, capaci di incastrarsi in un dialogo che vive di attrito, controtempi, ascolto reciproco.
È proprio in questa disarmonia che si genera un’armonia più profonda, mai rassicurante ma estremamente vera.
Su questo lavoro attoriale si innesta un testo che rinuncia a ogni ambizione aulica per aderire alla semplicità del quotidiano. Non sono le parole in sé a colpire, ma il modo in cui vengono dette: un flusso incalzante, quasi da scioglilingua, che restituisce tutta la pressione del presente. Le frasi diventano gesto, urto, respiro corto.
E così la banalità dell’uomo — quella più autentica, fatta di ripetizioni, esitazioni, bisogni — emerge con forza, senza filtri, trasformando il linguaggio in un campo di tensione dove ciò che conta non è dire bene, ma riuscire, almeno per un istante, a dirsi davvero.
Ilaria Ragni
Foto: Luigi De Palma
Teatro India
dal 15 al 19 aprile
Come nei giorni migliori
di Diego Pleuteri
Regia Leonardo Lidi
con Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese
Costumi Aurora Damanti
Scene e luci Nicolas Bovey
Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
